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Kiss me, Mirko! Lo strano caso dei Bee Hive

Nella classifica dei fenomeni culturali più kitsch a cui nessun figlio degli anni ’80 si è potuto suo malgrado sottrarre, un posto di prestigio lo occupa certamente quel caso surreale, grottesco ed esilarante che è Kiss me Licia e ancora di più la sua costola musicale: i famigerati Bee Hive. Vita, morte e miracoli di una band che di fatto non c’era, ma che ancora oggi raccoglie proseliti e raduna le folle.

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Ben prima che il buon Damon Albarn sfornasse l’idea di una band virtuale fatta di cartoon, i Gorillaz, un altro esperimento ben più casereccio in Italia aveva già calcato palchi immaginari, diventando però un fenomeno assoluto, e costringendo quindi il fantastico a sconfinare nel reale. Erano i tempi in cui in nel Bel Paese le sigle tv scalavano a grandi falcate le classifiche musicali battendosela con Michael Jackson e Madonna e spesso e volentieri espugnandone la vetta. Ed è in questo clima naif e incantato che prende corpo l’irreale parabola ascendente di una band che di fatto non è mai esistita, perché prima frutto dei disegni un anime giapponese e poi incarnata in un manipolo di figuranti doppiati dalla testa ai piedi, in un playback smaccato e senza pudore.

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Incredibile a pensarsi, molto più facile a verificarsi, un delirio prettamente italico che a fronte di un boom assoluto di spettatori incollati alle tv per assistere alla soap opera a cartoni di Licia e Mirko, chiede a gran voce qualcosa di più, nuove storie e nuovi tormenti amorosi dell’improbabile coppietta di matrice nipponica. E’ qui che interviene quella volpe di Alessandra Valeri Manera, Deus ex Machina della tv dei ragazzi in salsa Fininvest per circa un ventennio, che cavalca l’onda delirante delle groupies in erba e confeziona una serie tanto improbabile quanto di culto, capace di incontrare a tal punto i gusti del pubblico da dar vita a ben quattro acclamatissime stagioni.

Ma se i Bee Hive immaginati dalla matita di Kaoru Tada sono tutto sommato credibili, complice la licenza del cartoon che tutto legittima ed edulcora, quelli in carne ed ossa risultano un improbabile mix estetico di derivazione punk e glam rock, con parrucche sintetiche e cromie pop da caramelle e zucchero filato. Ma ne’ questa attitudine clamorosamente posticcia, ne’ i doppiaggi sommari, la trama a tratti (tanti) senza senso ed il soggetto senza grandi sbocchi od iperboli, riescono a bloccare l’idolatria ed il fanatismo nei confronti della saga che anzi monta sempre più grazie anche alla furba associazione con l’idolo assoluto dei bambini Cristina D’Avena e alle canzoni orecchiabili mimate, più che interpretate da 5 ragazzotti addobbati ad arte per suscitare batticuori preadolescenziali.

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Grazie alla nostalgia dei trentenni di oggi e complice la riscoperta di chicche di surrealtà interpretativa e di sceneggiatura che non possono restare nell’oblio, e che diventano veri e propri cult del non-sense e del comico involontario (leggi alla voce sketch delle “fettine panate”), Kiss me Licia vive oggi una nuova gioventù, spopolando sul web e dando luogo a molteplici fenomeni meme che esplodono e dilagando di bacheca in bacheca. Ma non è solo nell’ironia che alimenta questo riscoperta, ma anche i veri fan-club che spingono a riesumare il reperto storico e a ricomporre l’improbabile formazione in occasioni vere e con progetti concreti, come accaduto nel 2011.

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Non importa se Mirko ha il nome ben meno esotico di Pasquale, con tanto di parlata da gagà partenopeo e lavoro come driver per una agenzia che vende spazi pubblicitari, se Satomi, Mark, Steve e Tony, nelle loro varie ed eventuali versioni, siano solo interpreti caduti nel dimenticatoio e senza molta altra fortuna attoriale, e non importa neanche se per la prima volta si esibiscono esteticamente al naturale e con le loro voci reali e suonando davvero (!): il tripudio è tale da meritare una nuova denominazione Bee Hive Reunion, un disco, Don’t say goodbye ed un mini tour che tocca l’Italia e l’alleata Svizzera, colpita dalla stessa febbre nostalgica in una inarrestabile ed incredibile corsa contro il tempo a ritroso verso gli anni ’80 sulla famigerata autostrada dei ricordi (freeway).

Gabriella Cerbai

About the author

Gabriella Cerbai

Classe 1983, laureata in Storia e Critica del Cinema e specializzata in Cinema TV e Produzione Multimediale. Appassionata d'arte in tutte le sue forme, collabora con vari progetti di critica, affiancando quest'attività a quella di programmatrice di festival cinematografici e organizzatrice di eventi.

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