Arte e Fotografia

Jack Kerouac pittore: la Beat Generation oltre l’inchiostro

Per conoscere ciò che resta oggi della Beat Generation basta immergersi nelle pagine di libri ormai popolari e senza tempo come “On the road” di Jack Kerouac, “L’urlo” di Allen Ginsberg e “Il pasto nudo” di William Burroughs. Nell’anno del quarantottesimo anniversario della morte di Kerouac, il museo MA*GA di Gallarate sfata il mito delal sola scrittura attorno al fenomeno Beat, proponendo nuove sfaccettature del movimento con la mostra “Kerouac. Beat Painting” a cura di Sandrina Bandera, Alessandro Castiglioni ed Emma Zanella, fino ad aprile 2018. Una mostra che svela, per la prima volta in Italia, 80 opere inedite di Kerouac rimaste sepolte per decenni a Lowell in Massachusetts, città natale di Jack, e finite poi tra le mani del collezionismo privato, fino a comparire in selezionati musei come il Whitney Museum of American Art di New York, il Centre Pompidou di Parigi e lo ZKM di Karlsruhe.

La produzione grafica e pittorica di Kerouac si articola in una varietà di generi che spazia dai ritratti ai disegni, ai dipinti surrealisti, alle raffigurazioni religiose pregne di simboli ed elementi dell’iconografia cristiana e più tardi di quella buddhista e zen. Oltre a questo corpus centrale di opere, il percorso espositivo si arricchisce di alcuni contributi di personaggi-chiave della cultura Beat che interagirono con Kerouac influenzandone la poetica: al di là dei frutti dell’amicizia osmotica con Allen Ginsberg e William Burroughs, troviamo infatti quattro bozzetti del progetto video di Peter Greenway dedicato a “On the road”, una serie di fotografie dell’architetto e designer Ettore Sottsass scattate a Jack a Milano, la proiezione del film sperimentale “Pull My Daisy” (1959) diretto dal fotografo Robert Frank su un suo testo teatrale, e in chiusura la rara intervista del 1966 di Fernanda Pivano ad un Kerouac ubriachissimo nel programma Segnalibro. Il ruolo di Fernanda Pivano è imprescindibile: a partire dal 1956 la Pivano, giornalista, scrittrice e traduttrice, si fece promotrice della diffusione della Beat Generation in Italia ed ebbe il merito di far conoscere gli autori beat alla critica letteraria italiana.

Da un punto di vista stilistico l’arte di Kerouac guarda all’Espressionismo Astratto, il primo movimento artistico maturo nato negli Stati Uniti che si diffuse attraverso la “Scuola di New York”, un gruppo di giovani artisti americani tra cui Mark Rothko, Jackson Pollock, Willem de Koonig, Robert Motherwell e altri.
La New York degli anni ’50 e ’60 fu uno scenario cruciale per la formazione artistica di Kerouac, specialmente grazie all’amicizia stretta con il pittore Stanley Twardowicz e con Dody Müller, vedova del celebre pittore espressionista Jan Müller, i quali lo introdussero alla Cedar Tavern considerata il quartier generale della Scuola di New York. Dagli espressionisti americani Kerouac assorbe la gestualità energica, le tecniche pittoriche innovative (dal graffio allo sgocciolamento), la stesura diretta del colore sulla carta senza disegni preparatori e il concetto di opera d’arte come atto motorio liberatore. In seguito perfeziona il proprio modus operandi applicando all’arte il “metodo della prosa spontanea” ossia un processo creativo messo a punto durante le varie stesure di “On the road” che a sua volta si ispira all’improvvisazione nelle jam sessions di musica jazz, e in particolare del bebop.
Una sezione particolare della mostra è dedicata ai ritratti: un genere polivalente per Kerouac, che lo utilizza per descrivere (“The Silly Eye”), per ironizzare (“Truman Capote”) o per reinterpretare (“Cardinal Montini”, “Joan Rawshanks”). Nel ritratto di Truman Capote, eseguito in risposta ad un commento diffamatorio di Capote che aveva definito gli autori Beat “dattilografi”, le pennellate si gettano sulla carta formando un vortice centrifugo che risucchia il volto dell’uomo entro la dimensione spaziale del foglio. Sarà invece una fotografia pubblicata su LIFE a far scattare l’idea per il ritratto del Cardinal Montini, non a caso nello studio di Dody Muller: nel pieno delle suggestioni evocate dalla pittura espressionista americana, l’opera è uno splendido esempio del tentativo di coniugare la potenza emotiva di quello stile con l’estetica austera degli ambienti ecclesiastici.

Ma la pittura per Kerouac cambia forma continuamente nel corso della vita, attinge spesso al suo vissuto personale e crea ponti con molti dei suoi testi scritti. Ne è un esempio la religione, che segna la sua esistenza fin dai primi anni e si riverbera anche nelle sue opere pittoriche: nel 1959 lui stesso affermò che una delle possibili interpretazioni del termine “Beat” consiste nell’abbreviazione della parola “beatified” ossia beato, angelico. E difatti l’angelo è una figura a lui molto cara, la disegna spesso in volo e la evoca nel romanzo semi-autobiografico Desolation Angels (1965).
Nelle “Visioni di Jack”, che si inseriscono nell’ultimo decennio della produzione di Kerouac, il tema sacro è predominante, talvolta terapeutico: anche qui troviamo infatti riferimenti autobiografici che rimandano alla sua infanzia, vissuta in una famiglia francocanadese di confessione cattolica esasperata al bigottismo. A soli 4 anni Kerouac restò traumatizzato dalla morte del fratello Gerard per una malattia reumatica, e a causa del senso di colpa si avvicinò ancora di più alla spiritualità. L’effetto diretto sull’inconscio creativo di Jack fu una serie di disegni e dipinti ieratici nei quali Gerard veniva sostituito dal personaggio biblico di Tobia, guaritore guidato dall’Arcangelo Raffaele. In altre opere meno intime spiccano simboli e iconografie religiose come croci verticali e crocifissioni, figure angeliche o dotate di aura, persino una Madonna con Bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oltre all’angelo, vi sono molti altri rimandi che formano un fil rouge tra la prosa e la pittura di Kerouac: ad esempio la giungla al confine col Messico descritta in “On the road” compare in due oli che evocano la natura come dimensione esotica e primitiva che -citando Kerouac- assorbe l’uomo in modo denso, scuro e antico. Altrove, la frase “Sax on the river” riportata su un disegno a pastello allude al sogno nell’incipit di “Doctor Sax”. Infine “Vanity of Duluoz“, l’ultimo romanzo pubblicato da Kerouac prima della sua scomparsa, ripercorre la sua gioventù affidando alla ricchezza dei dettagli e a descrizioni dense di poesia il racconto, lievemente malinconico, di un passato vissuto con intensità. Tuttavia, un livello di lettura più approfondito trasuda la forte disillusione di un uomo adulto, realizzato professionalmente ma infelice che si arrende di fronte a una realtà inautentica e paradossale.
Sulla forte corrispondenza tra questo testo e l’arte di Kerouac degli ultimi anni, Allen Ginsberg racconta in un’intervista: “Spesso negli ultimi anni le lacrime gli salivano agli occhi quando parlava di qualcosa che gli stava a cuore: […] in particolare la musica o cristo, soprattutto la Crocifissione perché la stava vivendo attraverso la mortificazione del suo corpo. Negli ultimi dieci anni dipinse quadri i cui soggetti erano cardinali, papi, croci e il Cristo crocifisso. Trattò temi analoghi anche nei poemi e in prosa. La vanità di Duluoz parla di questo, e tuttavia la scoperta della gioia sembra suggerire che per lui la vita è più un dono che una sofferenza. […] Le lacrime sono un riconoscimento dell’esistenza, della bellezza, caducità e tristezza di ciò che vive. La sofferenza dell’esistenza è così profonda da essere gioiosa.

Michela Bassanello 

About the author

Michela Bassanello

Nata nel mese di marzo del 1990. Ha studiato lingue al liceo e poi Scienze dei Beni Culturali e dello Spettacolo all’università Statale. Dal 2015 lavora come assistente di galleria (da gennaio 2017 per Galleria PACK di Milano) e nel tempo libero scrive online di arte e fotografia.

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