Interviste

Italian Cluster | Un punto sui project space in Italia

Spazi no profit, artist run space, spazi indipendenti: l’arte contemporanea è costellata da diverse realtà che, genericamente, vengono collocate sotto la definizione di project space. Il progetto Italian Cluster, a cura di Giulia Floris e Giulia Ratti, è uno studio approfondito e comparato sulla situazione della scena artistica indipendente in Italia e il suo rapporto con il sistema dell’arte. Senza la pretesa di essere una mappatura e una guida esaustiva sulla tematica, Italian Cluster ha visto la recente pubblicazione di un volume ricco di informazioni, approfondimenti, interviste e coloratissime infografiche. Ne abbiamo parlato con Giulia Floris.

Intervista a cura di Serena Vanzaghi  

Partirei innanzitutto dalla definizione, sempre un po’ fumosa, di project space: quali spazi in genere vengono collocati sotto questo nome e da quali bisogni nascono? Se sperimentazione e ricerca vanno di pari passo in questi luoghi, quali sono gli altri fattori che li contraddistinguono?

Questa è un po’ la domanda delle domande. Ad oggi c’è grande ambiguità sull’argomento e questo è uno dei motivi per cui le ricognizioni in merito appaiono sempre molto diverse tra loro e, spesso, dai confini non ben definiti. D’altronde è il soggetto stesso dell’analisi a non averne e l’ampia raggera di definizioni entro cui si cerca di inserirlo – spazio no-profit, artist-run-space, spazio indipendente – non aiuta ovviamente. Va chiarito che, per sua natura, il project space è un’entità che tende ad evolversi e cambiare, adattandosi alle necessità del luogo in cui si trova.  Noi Giulie (Giulia Floris e Giulia Ratti, ndr), per aiutarci, abbiamo scelto alcuni criteri che spiegassero cosa per noi fosse stato un project space al momento di selezionarne un campione per la nostra ricerca:  avere sede sul territorio di analisi, occuparsi di arte contemporanea proponendo una programmazione espositiva costante e intesa a coinvolgere artisti e progetti esterni al solo nucleo fondatore, e basare la propria attività non sul commercio delle opere ma su sperimentazione, esposizione e promozione per l’arte contemporanea. Non crediamo che questi criteri debbano necessariamente essere i più esaustivi ma riteniamo fondamentale iniziare a darsi delle regole e a cercare chiarezza nel parlare della scena indipendente.

ITALIANCLUSTER_PH Gaia Mattioli e Stefano Schiaffonati

Ci voleva una sorta di panoramica ragionata sui project space in Italia, non solo per un processo di identificazione e mappatura “all’ingrosso” (e non era nemmeno questo il vostro intento), quanto per creare conoscenza e consapevolezza attorno a queste realtà che si formano in modo indipendente e spesso vivono delle proprie uniche risorse, senza appoggi di alcun tipo. Un progetto ambizioso, ma anche difficile. Come è stata impostata la ricerca di Italian Cluster? Banalmente – e meno retoricamente – come siete riuscite a scattare una fotografia attuale di un mondo i cui contorni evolvono così rapidamente?

In realtà, non siamo partite da subito con la consapevolezza di quale fosse il nostro fine ultimo: per noi era evidente soprattutto la volontà di fare chiarezza su certi aspetti e, quindi, di fare domande.  Entrambe abbiamo avuto modo di lavorare e confrontarci con dei project space e ciò che ci ha mosse nell’intraprendere questa ricerca è stata soprattutto la curiosità. In particolare, siamo sempre state interessate a comprendere a fondo il rapporto del sistema dell’arte con queste realtà. Si tratta di una relazione spesso descritta attraverso termini di antagonismo riferibili al passato ma, ad oggi, ci sentiremmo più di parlare di una sorta di “ibridazione” tra panorama indipendente e sistema ufficiale. La “fotografia” che abbiamo tentato di scattare si è quindi composta di diverse stratificazioni che hanno ricalcato la nostra crescente consapevolezza in merito alle domande da porre e agli interlocutori da cercare. Siamo partite dall’individuazione del campione di ricerca, al fine di analizzarlo quanto più a fondo e con modalità che non risultassero ambigue. Successivamente, abbiamo cercato di osservare tale campione più da lontano, confrontandoci con personalità esterne a questo tipo di realtà. L’idea è sempre stata quella di non divenire mai auto-referenziali, senza però allontarci troppo dall’oggetto stesso della ricerca.  

I Project Space sembrano spesso collocarsi nel limbo tra formazione accademica e/o autodidatta (sono per lo più artisti, collettivi o curatori indipendenti a farne parte) e riconoscimento istituzionale: possono essere considerate delle sorte di palestre, luoghi di crescita sia umana sia professionale? Quanto e come il confronto tra le diverse figure aiuta a creare una consapevolezza all’interno dei network che si creano?

Sì, assolutamente. Il termine “palestra” è ricorrente all’interno del ciclo di interviste e questo perché certamente si tratta di una delle principali caratteristiche – quella del poter testare un certo modo di agire, di lavorare e pensare – che contraddistingue oggi la realtà del project space in Italia. In tale ottica, ovviamente, il confronto tra le varie figure che prendono parte alla scena indipendente ha un ruolo fondamentale. Vale comunque la pena soffermarsi su quest’idea di “palestra” così come tu l’hai descritta. Essa è ormai concepita come una sorta di passo obbligato dagli operatori artistici italiani, i quali hanno osservato il decisivo aumento dei project space negli ultimi anni e la loro capacità di partecipare attivamente alla formazione di nuovi operatori. A nostro parere, però, quest’assuefazione rischia di dimostrarsi dannosa: mancanza di una maggiore attenzione da parte del sistema e mancanza di risorse economiche possono portare a un esaurirsi della vitalità che contraddistingue questi spazi.

D’altra parte, un sistema che vede chiaramente qual’è l’aspetto principale ed estremamente positivo dei project space, il concetto di palestra, e che vede come esso si sia evoluto negli anni recenti, perché non cerca di metterlo a regime, inserendo questi spazi in una reale ottica di formazione e indagine, atta a migliorare lo sviluppo del sistema stesso? Ovviamente, ci rendiamo conto che si tratta un tema delicato e non ci stancheremo mai di ripetere che non abbiamo intrapreso la nostra ricerca per dare risposte univoche ma crediamo fermamente che sia necessario rinnovare quanto prima il dibattito su questo tema.

ITALIANCLUSTER_PH Gaia Mattioli e Stefano Schiaffonati

La pubblicazione è arricchita da una serie di interviste a persone che gravitano attorno ai project space, da fondatori di spazi storici come Brown Project Space ad artisti ante litteram come Alberto Garutti, fino a figure ibride tra curatela, mercato e sostegno alla cultura: citereste la frase più esemplificativa di ciascuno di loro?

Grazie per la domanda. Intervistare queste persone ha rappresentato per noi un enorme arricchimento e, sebbene sia stato necessario fermarsi a un certo punto, abbiamo capito che il confronto con tutta la rete che circonda le realtà dei project space è un passaggio fondamentale per la crescita dell’indagine che li riguarda. Difficile ovviamente esaurire certe conversazioni in una sola citazione tout court ma, volendo lasciare una breve traccia di ognuna, ecco a te:

Brown Project Space (Luigi Presicce e Davide Daninos): “Lo spazio progetto è infatti il luogo migliore per sperimentare, anche con il rischio di sbagliare. Questo non era qualcosa studiato a tavolino, Brown non era un progetto, quando lo vivevi, era proprio un processo.”

Diego Bergamaschi: “É evidente che mi interessa molto il fenomeno dell’inizio carriera, lo trovo molto stimolante: c’è più energia e libertà di pensiero così come meno materia istituzio-nale. Questo aspetto mi ha avvicinato agli spazi dove gli artisti operano a inizio carriera e quindi ai project space.”

Federico Del Vecchio: “Quello che mi interessa è poter sviluppare quella metodologia di lavoro che all’estero ho vissuto continuamente e di cui ho spesso sentito qui la mancanza, ovvero poter vivere momenti attivi di dialogo, discussione, dove il fare arte non si limiti alla sola presentazione di una mostra.”

Andrea Bruciati: “La visibilità che l’istituzione conferisce dà automaticamente un riconoscimento, seppur in un contesto commerciale come può essere quello della fiera. Questione importante è che gli spazi poi possono rivendicare tale riconoscimento come funzione sociale, assumendo così una forza maggiore nei confronti, ad esempio, delle amministrazioni al momento di ricevere sovvenzionamenti e quant’altro.”

Michele d’Aurizio: “Bisogna saper lasciare spazio, appunto, perché lo spazio progetto possa sempre manifestarsi come un aumento dell’entropia di un dato sistema.”

Andrea Rebaglio: “Attitudine imprenditoriale non significa solamente gestire in maniera manageriale la propria attività, significa anche farsi delle domande su come costruire la propria impresa. E uso volutamente questo termine perché anche un’associazione culturale delle più semplici è una forma di “impresa”: è infatti un gruppo di persone che condividono una medesima “battaglia” e che decidono di organizzare il proprio lavoro, di sviluppare dei prodotti, dei servizi, e di offrirli a una clientela che può essere variamente composta.”

Bernabò Visconti di Modrone: “Ritengo che il project space completi la filiera tra galleria, museo e collezionismo e per questo sia un pilastro del sistema dell’arte. Capire come far diventare queste realtà sostenibili è sicuramente un obiettivo imprenditoriale molto interessante. Penso che studiando ulteriormente il sistema si possa riuscire a trovare una forma di sostenibilità.”

Diego Perrone: “Cosa c’era di bello in quello che noi chiamiamo spazio no-profit? L’energia e le dinamiche che si mettevano in moto per riuscire a lavorare nonostante la mancanza di soldi.”

The Independent (Simone Ciglia, Giulia Ferracci, Elena Motisi): “Spesso questi luoghi fanno da “incubatore” a tendenze che troveranno pieno sviluppo solo successivamente: l’innovazione costituisce uno dei maggiori contributi che possono offrire all’ecosistema delle arti. Per queste ragioni è importante che trovino rappresentazione in un museo dedicato alla creatività contemporanea.”

Albero Garutti: “Quando penso al sistema dell’arte e alle gallerie italiane, mi sembra che stia avvenendo una mutazione di tutti i meccanismi, molte cose stanno subendo un processo di obsolescenza e i giovani artisti, le nuove generazioni, si stanno lentamente ma progressivamente muovendo in maniera alternativa.”

Filippo Del Corno: “Oggi le istituzioni sempre più capiscono che, se vogliono rappresentare in maniera concreta la vitalità della scena artistica contemporanea, devono avere un approccio meno accademico e più legato, appunto, a certe forme di proposta indipendente.”

Francesco Lecci: “Questo perché, se lo spazio è costretto ad optare per la vendita al fine di sostenersi, si perde anche la certezza che le collaborazioni che avvia con gli artisti siano completamente slegate da un ragionamento di vendita.”

Antonia Alampi: “Mi riferisco a un rapporto piú chiaro e di sostegno reciproco tra quelli che chiamo i “cervelli”, ovvero le piccole istituzioni che possono permettersi (anche per una questione di scala) di fare ricerca artistica sperimentale vera, e i “muscoli” ovvero le istituzioni main-stream che di fatto prelevano artisti e idee dai contesti appunto piú deboli economicamente e li presentano al “grande pubblico”.”

Giulia Palomba: “Poi, per tornare alla questione sul ruolo dell’istituzione nel legittimare il valore è comunque spesso portata avanti – in Italia e all’estero – all’interno dell’istituzione stessa, viaggiando su un piano prettamente teorico.”

ITALIANCLUSTER_PH Gaia Mattioli e Stefano Schiaffonati

In una delle coloratissime infografiche disegnate da Giulia Ratti, viene sottolineato come il 70% dei problemi relativi ai project space siano da ricondurre al fattore economico. Come queste realtà fanno fronte a questa difficoltà?

Le modalità sono le più disparate. Molti, divenendo associazione culturale, si rivolgono ai bandi pubblici, altri – cosa che sta divenendo sempre più comune – affiancano un lavoro di consulenza legato all’ambito artistico con il quale, in modo dichiarato, sostengono l’attività del project space. Altri preferiscono mantenere la condizione di puro auto-stentamento. Nell’ambito dell’indagine statistica, comunque, qualcuno ci ha pure risposto che non ha problemi, beati loro!

Con Italian Cluster non volete proporre soluzioni ma tracciare alcune prospettive: trovo interessante la possibilità da parte dei musei di usufruire dei project space per fare ricerca, dal momento che ogni giorno queste realtà portano avanti la loro missione con passione e dedizione, direttamente sul campo. Esistono degli esempi virtuosi (se non Italia, all’estero) in cui istituzioni e spazi indipendenti si incontrano e collaborano per questo fine?

Ci sono certamente istituzioni pubbliche e private che si sono rivolte in passato a persone attive nel contesto indipendente e dei project space, così come vi sono istituzioni che scelgono di dare visibilità al lavoro di queste realtà. Ciò avviene anche in Italia e gli esempi a disposizione sono molteplici. Il problema forse riguarda il fatto che ciò avviene in modo ancora sporadico o, comunque, solo per mettere in mostra il project space, senza veramente l’obiettivo di impostare con lui una collaborazione. Questo atteggiamento si riflette spesso nell’imporre un format di visibilità poco flessibile e che chiede ai project space – per motivi di fondi, di spazi o di finalità – di rinunciare all’elemento primario della pratica di questi spazi, la sperimentazione.

Serena Vanzaghi

About the author

Serena Vanzaghi

Serena nasce a Milano nel 1984. Dopo gli studi in storia dell'arte, frequenta un biennio specialistico incentrato sulla promozione e l'organizzazione per l'arte contemporanea. Dal 2011 si occupa di comunicazione e progettazione in ambito artistico e culturale.