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Into the Wild. Camminare, correre, scappare

La natura selvaggia come unico porto di quiete, lontano dal caos, alla ricerca di se stessi. Non solo la letteratura è ricca di personaggi intenzionati a staccare col mondo spinti da un’incessante tensione di correre, camminare e scappare: ecco 3 storie vere (+ una di fantasia) di giovani che hanno lasciato alle spalle tutto, per ri-cominciare proprio dalla natura.

Le locandine dei filmRicordate Forrest Gump? Dopo che la madre era morta e Jenny se n’era andata (di nuovo), una mattina uscì di casa e si mise a correre da una costa all’altra degli Stati Uniti. Quando era stanco, dormiva; quando aveva fame, mangiava; quando doveva fare… insomma, la faceva. Poi, un bel giorno, decise che ne aveva abbastanza. Aveva corso per 3 anni, 2 mesi, 14 giorni e 16 ore. “Mamma diceva sempre: ‘Devi gettare il passato dietro di te, prima di andare avanti’. E col fatto che correvo, c’entrava questo, credo”. Facile, direte voi, Forrest è un personaggio fantastico. Qualche volta, però, succede anche nel mondo reale. Christopher, Robyn e Cheryl hanno fatto come Forrest: quando si sono ritrovati all’angolo, hanno mollato tutto e hanno cominciato a camminare, con solo uno zaino sulle spalle o poco più. E come per Forrest, le loro avventure sono diventate dei bestseller e dei film.
TracksNel 1977, Robyn Davidson ha attraversato in solitaria il bush australiano, da Alice Springs fino all’Oceano Indiano, senza alcuna preparazione nel trekking. Con lei, solo l’amata cagnolina Diggity e quattro cammelli. Ha camminato per nove mesi e 2700 chilometri. Tanto le ci è voluto per liberarsi la mente dai cattivi pensieri che la bloccavano – come il suicidio della madre, avvenuto che lei aveva 11 anni – e capire cosa fare del proprio futuro, arenatosi tra l’idea di una carriera da zoologa o una vita da bohémien. Amica di Bruce Chatwin e Doris Lessing, al ritorno ha pubblicato un resoconto della sua avventura sul National Geographic, che poi è diventato un libro intitolato Tracks (Orme, Feltrinelli, 2014) e, nel 2013, un film con lo stesso nome (con protagonista Mia Wasikowska).
WildVent’anni dopo, l’americana Cheryl Strayed parte per le terre selvagge. È il 1995. Le è appena morta la madre, amatissima, a causa di un tumore; ha divorziato dal marito; fa uso di eroina e conduce una vita sessuale promiscua. Insomma, ha proprio perso la bussola. Un giorno legge su una rivista un articolo sul Pacific Crest Trail, un sentiero che segue la cresta della Sierra Nevada, dal confine tra Stati Uniti e Messico, su fino a quello col Canada. Vende tutto quello che ha, si compra uno zaino (troppo grosso), un paio di scarponi (troppo grandi) e parte, anche lei senza nessuna esperienza di trekking. Cheryl – come Robyn – fa esattamente ciò che fa Forrest: usa i momenti di cammino per sbrogliare i pensieri e lascia che la stanchezza e la fame prendano il sopravvento. Quando sei stanco morto dopo una giornata di trekking e vuoi solo qualcosa da mangiare e un posto dove dormire, tutto si ridimensiona. Di fatto, la sua è una vera e propria sessione di autoanalisi on the road. Cheryl ha pubblicato il suo memoriale, Wild, solo nel 2012, che è diventato subito un bestseller, rimanendo per settimane tra i libri più venduti negli USA. Nel 2014, Jean-Marc Vallée (Dallas Buyers Club) ne ha fatto un film, con sceneggiatore nientepopodimeno che Nick Hornby e protagonista Reese Whiterspoon.
Into the Wild (2)Oggi, chi pensa a staccare con la vita di tutti i giorni, pensa a loro, ma soprattutto a lui, Christopher McCandless. Lo conosciamo tutti, come Forrest, e anche lui grazie a un film e, prima, un libro: Into the Wild (2007, di Sean Penn, con Emile Hirsch). I genitori di Christopher non sono come la signora Gump. Vogliono a tutti i costi il figlio laureato e ricco, con casa, famiglia e automobile di lusso; lui la pensa diversamente. Allora si mette in testa di andare in Alaska, a vivere per un po’ nei boschi come Jack London, come Henry David Thoreau (“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita”). Sulla strada si fa chiamare Alexander Supertramp, “Il Supervagabondo”. Ci sa fare, il ragazzo: è forte, è allenato, affronta ogni problema che gli si presenta con entusiasmo. Ma dopo due anni, lo ritrovano in un bus abbandonato nei boschi vicino Fairbanks, morto di fame o forse intossicato da una pianta. La tensione accumulata nelle gambe l’ha portato troppo in là. Quella di Christopher, in effetti, più che una camminata terapeutica, è una fuga disperata. Quando la mamma di Forrest dice: “Devi gettare il passato dietro di te, prima di andare avanti”, non significa dare un colpo di spugna e cancellarlo, ma accettarlo, capirlo e quindi proseguire. Chris, invece, non voleva farci i conti, perché era troppo doloroso; e questo lo rese cieco e imprudente.
Wendy and Lucy (2)A Christopher, Robyn e Cheryl, vorrei qui aggiungere Wendy, che, a differenza loro – ma come Forrest – è un personaggio di fantasia, protagonista del racconto Train Choir dell’americano Jon Raymond, da cui nel 2008 Kelly Reichardt ha tratto il film Wendy and Lucy. Ma Michelle Williams ne ha data un’interpretazione così reale e toccante, da far credere che Wendy esista per davvero. Anche Wendy è in viaggio verso l’Alaska; anche lei è in compagnia della sua inseparabile cagnolina Lucy; anche lei è sola sulla strada. Le sue terre selvagge, però, non sono i boschi, ma l’asfalto. La crisi economica imperversa. Sta andando al nord, perché ha saputo che laggiù c’è lavoro. Di passaggio in una cittadina, si ritrova però improvvisamente al verde, con l’auto-casa defunta, Lucy scomparsa e accusata di aver rubato dei croccantini per cani da un supermercato. Dovrà prendere in ventiquattr’ore una decisione difficilissima e ripartire, clandestina, su un treno merci. Wendy è organizzatissima: tiene scrupolosamente i conti; si lava tutti i giorni; si cura le ferite; non beve; non fuma. Vuole solo ricominciare. O, forse, cominciare, per la prima volta. Come andrà a finire, però, stavolta non lo sappiamo.

Stefano Ferrari

About the author

Stefano Ferrari

E' laureato in Scienze dei Beni Culturali (Università degli Studi di Milano). Nel 2008 ha conseguito il master in Art Management presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Ha collaborato con la Fondazione Mazzotta, il mensile "Arte" (Ed. Giorgio Mondadori) e con Baldini Castoldi Dalai editore per i siti Sullarte.it e Myword.it. Attualmente lavora come collaboratore per Darsmagazine.it e per "La Settimana Enigmistica".

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