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Intelligenza Artificiale. Le macchine sono un pericolo per l’uomo?

L’Intelligenza Artificiale, IA, continua ad accendere la disputa tra chi sostiene che sia una invenzione pericolosa per gli esseri umani e chi ritiene che i suoi effetti in ambito scientifico e tecnologico siano positivi ed entusiasmanti. Ma possono davvero le macchine sostituire l’uomo e addirittura rappresentare un pericolo per l’umanità?

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Che l’intelligenza artificiale sia una minaccia per la sopravvivenza degli esseri umani è opinione di Elon Musk, niente poco di meno che il fondatore di SpaceX, società di esplorazione spaziale, creatore di Paypal e tra le altre cose di Hyperloop, il progetto di un treno capace di viaggiare a mille e duecento chilometri orari. Proprio lui, il nostro IronMan della realtà, ha affermato non molto tempo fa che “affidarsi a un computer è come affidarsi a un demonio”. Non è il solo a ritenere preoccupante il futuro delle macchine, della stessa idea sono il filosofo Nick Bostrom e l’astronomo Marteen Rees, cosa che ci porta a riflettere con più attenzione sugli ultimi sviluppi.

Quello che accade oggi con i big data e la capacità di smartphone, tablet o computer di elaborare milioni di dati, riconoscere linguaggi e immagini, è già una dimostrazione reale dell’evoluzione della “nuova specie” di macchine. I computer sono in grado oggi di sostituire i cosiddetti colletti bianchi nelle mansioni di calcolo complesse, tipiche degli analisti finanziari per esempio. Ci sono oggi sistemi in grado di prevedere le richieste dei clienti, se ne mettono a punto altri capaci di creare contenuti online ad hoc. In California la startup Vicarious sta invece lavorando per creare software in grado di simulare funzioni del cervello come vista, movimento, linguaggio. DeepMind invece, startup londinese che Google ha rubato da sotto il naso a Facebook, sta sviluppando un sistema in grado di giocare, correggere i propri errori e avanzare nel gioco.

I nuovi sistemi di Intelligenza Artificiale non sono dei semplici calcolatori, si basano su una rete neurale formata da “nodi”, una sorta di neuroni artificiali, collegati tra loro a diversi livelli. Le loro applicazioni si estendono dalla formulazione di diagnosi mediche alle previsioni meteorologiche, economiche, alla traduzione multilingue di un linguaggio parlato, fino al riconoscimento di firme, volti o immagini (basti pensare a DeepFace, l’algoritmo di Facebook per il riconoscimento visivo o all’ultimo sistema studiato per distinguere e identificare diversi oggetti messi insieme in una foto). Non per ultimo, sempre più realistica diventa la possibilità di creare robot  più sofisticati degli esempi che già conosciamo, come l’androide Asimo o il cane robotico Aimo della Sony.

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Fin qui la robotica e i sistemi informatici sono utilizzati per fini quotidiani, per facilitare mansioni lavorative e renderci la vita più comoda. Niente di ancora così spaventoso da metterci in guardia come la previsione drammatica di Musk, ma d’altronde non è la prima volta che si solleva la disputa su potenzialità e rischi dell’intelligenza artificiale. Già dal ’56, quando per la prima volta al Dartmouth College venne usata l’espressione I.A., si è cercato di capire cosa si intendesse con questa espressione e se si potesse paragonare la mente al software, e il cervello all’hardware di un computer. Qualche anno prima invece col famoso Test di Turing si cercò di rispondere alla domanda, tornata attuale, “un computer può pensare?”  e provando da quel momento a dimostrare come una macchina, perfettamente programmata, potesse essere scambiata per una mente umana da un ignaro osservatore esterno. Secondo questa teoria l’unico limite delle macchine sta nei programmi, che una volta implementati possono eguagliare o superare le capacità di un essere umano.

Queste prospettive sembrano ancora lontane dalla realtà, anche se come abbiamo visto, grazie a nuovi finanziamenti, si sono ottenuti computer – Watson della IBM- in grado di battere l’uomo a Jeopardy, gioco di analogie e di parole. Tutto sembra andare verso il superamento del limite mouse/tastiera per arrivare a parlare con il computer, magari cercando di evitare effetti collaterali come il rischio di innamorarsene, come accade per il protagonista di Her. Per ora si tratta di scenari che possiamo rintracciare solo nella fantascienza e nella letteratura, non sempre così pessimista. Per Isaac Asimov, pioniere del genere, i robot, per niente ribelli al loro creatore, non mettono mai in pericolo la superiorità dell’uomo. In netto contrasto invece il comportamento di Hal 9000 il supercomputer di 2001: Odissea nello Spazio, che impazzisce e si ribella all’uomo tentando di eliminare l’intero equipaggio, o come in Matrix, dove gli esseri umani sono schiavi inconsapevoli e incoscienti delle macchine che hanno conquistato la terra. Sono sviluppi che fanno  ancora parte di un immaginario futuristico ed è forse presto per preoccuparsi della conquista del mondo da parte delle macchine; o almeno questo è quanto si può percepire dalla vita reale, al di fuori dei laboratori frequentati da Musk e dagli scienziati. Staremo a vedere…

Sandra Branca

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Sandra Branca

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