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Infestiamoci (di) BENE | Carmelo Bene e Fernando Pessoa

Una riflessione sull’opera di un grande maestro del ‘900, il grande Carmelo Bene, comparata a un altro gigante della cultura del secolo scorso, Fernando Pessoa. Similitudini, contrapposizioni e complementarietà diventano i poli di un’analisi inconsueta e inedita attorno a queste due grandi personalità. 
L’Arcano Infestatore era armato di un abisso elicoidale che si avvitava alla vita in espansione  attraverso la sua dissoluzione corporea ed esistenziale. La sua ingombrante presenza -assenza ha desertificato la scena d’ogni altra sembianza umana,femminile o maschile che fosse, in vece della sua voce. La sua voce,escrescenza sonora e floreale,fatta di giunchiglie e papaveri stridenti oppure di crisantemi dal profumo pungente di decomposizione,era usata dal di lui ludibrio come un arpione vagante,pronto a colpire chi  ne captava la mortale pericolosità,l’occulta malia.
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Carmelo Bene era solito corteggiare e più ancora farsi corteggiare da quelle parole innocenti e indecenti che fossero in grado di uccidere il suo io,per poi rivivere sotto mentite spoglie nei gorghi aspri dei suoi funambolici timbri e tonalità dis-dette. La grandezza dell’orripilante vetta da lui toccata era infine il punto più remoto e più profondo del tragico che sfocia in un comico tagliente e velenoso,il punto di contatto tra tutto ciò che non è e ciò che non è più,il momento cruciale,l’attimo fatidico in cui la morte lascia la vita a se stessa tutta intera. Debordante,tracimante,traboccante. Il suo essere-non essendo era invero la parte più vitale e dolente di lui,dove i sogni si accalcavano per fargli paura di notte o forse ancor di più durante il giorno.
La solitudine abissale  che segue sempre il genio,non è solo la sua ombra cupa, ma anche e soprattutto ciò che la muove, come  se essa fosse più viva di colui che la crea e  dotata di una vita propria e indipendente.Grande ammaliatore dei pensieri interdetti al pensiero,Carmelo si muoveva come un obelisco sempre al centro di un cerchio senza circonferenza; in ogni punto dove fosse un’assenza,un vuoto,uno spazio non percorribile da alcuno,esso si sentiva a casa.
Carmelo Bene e Fernando Pessoa. Due giganti dalle molteplici e invisibili teste. Due poli opposti dello stesso delirio.Si attraevano nella reciproca impossibilità di essere simili,risultando persino complementari.Il primo che bruciava la candela alle due estremità per poi esplodere nel dicibile dell’in-dicibile (il recitativo sta al dicibile come la metrica sta al non detto).Il secondo che implodeva nella morsa dei due estremi: del non volere niente e del desiderare d’esser niente.Bene aveva il proscenio,il palcoscenico,la scena,dove portava a smarrirsi e a sciamare le sue tante moltitudini.
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Pessoa aveva il suo teatro privato (privato del privato!) dove rappresentava il grande fantasma abitato da inquilini reali, che lo rimproveravano e lo redarguivano su ciò che lui per primo detestava di se stesso.Il pleroma della mancanza trionfava sul volto calcinato di Carmelo,dove gli occhi sembravano schizzar fuori sparati via dal trucco  imbellettato di dolore.
Pessoa celava la pletora della sottrazione  sotto il cappello,mentre il monile degli occhiali impreziosiva il suo volto affilato come le sue parole.Carmelo si nascondeva concedendosi,Pessoa si concedeva nello stilizzato paltò nero del suo nascondimento.Dunque inquietudini a due,quella di Bene e di Pessoa ,come le follie più fortunate.Condividere l’incondivisibile è già un’arte sopraffina e suprema,è sciogliere in vapore ciò che l’anima condensa e coagula,è arrivare alla sommità dell’alambicco per poi uscirne sotto forma di  essenza (E’-SENZA) .
Come un profumo,come un peccato,come un’opera andata troppo oltre la materia.Ma l’arcano infestatore ci parla ancora,ci parla con l’oblio e nell’oblio da quella zona oscura che è nella nostra eminenza grigia,ma che si tinge spesso di un rosso rutilante come sangue e come fuoco.Per bruciare e per macchiare l’anima.Ci chiama,ci invita,ci scompagina,ci rapisce col suo mal de’ fiori, affinché possiamo esserne finalmente infestati ed irrimediabilmente pervasi dal loro mefitico effluvio. E abbandonare infine ogni sanità a favore dell’abbandono totale a ciò che non è pur essendo.Capita a volte che chi si è spinto troppo oltre come Carmelo,venga visto e percepito dal mondo come un puntino nero,piccolissimo.Questo dà l’idea dell’incommensurabile distanza da lui coperta,percorsa e vissuta .Perché se quel puntino nero potessimo vederlo da vicino ci apparirebbe immenso,gigantesco,minaccioso e insostenibile.Allora soltanto si vedrà BENE.

Maria Rita Montagnani

About the author

Maria Rita Montagnani

Critico e curatore d'arte indipendente. Da anni impegnata nella valorizzazione e nella diffusione dell'arte contemporanea nel territorio italiano, ha presentato numerose mostre, curando artisti in eventi nazionali e ha realizzato (in sedi pubbliche) progetti artistici e culturali di cui è anche autore.

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