Interviste

In conversazione con Leone Contini

MemeCult incontra l’artista Leone Contini, attualmente in residenza a Stoccarda presso la Schloss Solitude Akademie, per parlare del suo lavoro, dell’esperienza di Manifesta 12 e altre tematiche oggi più che mai attuali. La sua ricerca si focalizza primariamente su conflitti interculturali, relazioni di potere, migrazioni e diaspore, e su come questi fenomeni influenzino il contesto antropologico e il paesaggio botanico del luogo in cui si trova a operare. Le sue pratiche includono lecture-performances, interventi nello spazio pubblico, narrazioni testuali e audio-visuali e disegni.

Intervista a cura di Fabrizio Ajello

Partiamo da qualche nota biografica, soprattutto in merito alla tua formazione.

Il mio percorso universitario è stato tortuoso e si è concluso con una Laurea in antropologia culturale a Siena, dopo anni di studi in filosofia analitica al dipartimento di Firenze dove mi ero iscritto dopo Lettere, e prima ancora Slavistica, sempre a Firenze. Nel frattempo ho portato avanti la mia formazione artistica in modo altrettanto non lineare, attraverso residenze e workshop. Da un certo momento in poi ho accolto questa condizione di estraniamento disciplinare cercando di far convergere tutti quei frammenti verso pratiche che avesse un senso per me (e per gli altri). Il titolo della mia Tesi, nel 2011, era una sintesi del mio percorso fino ad allora e forse un’anticipazione di quello che avrei fatto negli anni successivi: “Lavoro etnografico e pratiche creative: arte, antropologia e poetiche dell’alterità tra Požarevac e la biennale itinerante europea”. Dove la biennale itinerante è ovviamente Manifesta, che avevo visitato (e studiato) nella sua edizione in Trentino-Alto Adige del 2008, mentre Požarevac è una città in Serbia dove avevo preso parte a un laboratorio interdisciplinare tra arte, attivismo e antropologia; fu un’esperienza molto forte, costellata di incidenti e contraddizioni, che ho poi messo a fuoco nella successiva fase di scrittura.

Foreign Farmers. Manifesta 12, Orto Botanico di Palermo, 2018 – foto di Can Aksan

Siamo in un epoca di caotica frenesia in cui la vita quotidiana somiglia sempre più a una corsa contro il tempo. Abbiamo ancora, come esseri umani, anticorpi in grado di farci comprendere i traumi di questa accelerazione?

120 anni fa Simmel si poneva problemi analoghi ne La metropoli e la vita dello spirito e forse gli anticorpi li stiamo sviluppando solo da allora. In ogni caso la velocità era ancora identificabile con un luogo fisico, appunto la metropoli, oltre il quale il tempo ciclico del mondo rurale non era ancora stato intaccato dalla modernità. Per tutto il XX secolo la fuga dalla città è stata un tema ricorrente e trasversale alle ideologie.
In questo momento sono ospite del “castello della solitudine” (Schloss Solitude Akademie), in mezzo a una foresta nella Germania del sud, eppure sono avvolto da gigabytes o terabytes di informazioni in movimento e in 2 mesi ho preso 16 aerei. A Palermo invece ho tentato di costruire e abitare un tempo “rallentato” all’interno del main program di Manifesta, biennale nomade per definizione. Ho dunque creato le condizioni materiali per una mia permanenza lunga in città, durante la quale mi sono di fatto trasformato in agricoltore, sintonizzando le mie giornate sulla scala temporale delle piante che ho coltivato, da aprile fino a novembre. È stata un’esperienza curativa, o perlomeno lenitiva, rispetto al trauma dell’accellerazione.

Secondo te, ci troviamo in una condizione neo-coloniale, post-coloniale, inter-coloniale…? Quali sono i fenomeni e le tendenze che reputi distintive in questi tempi di fragilità identitaria e collassi comunicativi che generano sempre più muri fisici ma anche immateriali, anche se pericolosi tanto quanto? L’incontro con l’altro oscilla tra paura e arricchimento, come può l’arte interagire con questa fibrillazione?

I processi di de-colonizzazione sono spesso rimasti incompiuti e nuove forme di rapina coloniale sono certamente attive nel presente. Nel caso italiano l’amnesia del passato coloniale ha inoltre impedito che le sue forme mentali venissero elaborate e smantellate. Così il razzismo, di cui era impregnata l’ideologia coloniale, è riapparso con virulenza appena evocato dai demagoghi, già dagli anni 90. E con il razzismo è riapparso il suo corollario etico: la doppia morale, per cui in Africa erano lecite cose impensabili in Europa. Quello stesso dispositivo ci fa dormire oggi sogni tranquilli mentre migliaia di migranti sono privati di ogni diritto nei campi di concentramento in Libia, o annegano in mare, o lavorano come schiavi nelle piantagioni di pomodori sul territorio nazionale. La doppia morale sembra aver attraversato il mare insieme ai flussi migratori, a uso dei nuovi populismi. In ogni caso viviamo in un tempo di mutazioni ed è difficile fare analisi oggettive perché il punto stesso da cui osserviamo le dinamiche sociali si sposta continuamente, ma è chiaro che il mondo in cui abbiamo avuto il privilegio di vivere a partire dal dopoguerra è sul punto di disgregarsi: rapacità del Capitale globalizzato, guerre regionali e di prossimità tra potenze emergenti sempre più numerose e attive sullo scenario internazionale, mutazioni climatiche, disastri ecologici, neo-colonialismo e migrazioni, proliferazione di istituzioni concentrazionarie, crisi di legittimità delle democrazie rappresentative, populismo e neo-sovranismo, politiche identitarie, fine dell’Europa. Nessuna ipotesi di futuro sembra oggi prescindere da un fondale apocalittico. In questo dramma la produzione culturale (e quindi anche l’arte) può essere asservita alle politiche identitarie, unirsi al coro tragico, oppure immaginare (e quindi in parte creare) futuri possibili.

Foreign Farmers. Manifesta 12, Orto Botanico di Palermo, 2018 foto di Can Aksan

La parola cultura, senza ombra di dubbio, proviene dal rapporto produttivo con la terra. Ci indica e ricorda il rispetto, la fatica, il nostro inscindibile rapporto con la Natura. Si possono secondo te riscoprire i valori che ci hanno da sempre contraddistinto e resi ciò che siamo? E in caso di risposta affermativa come è possibile passare il testimone alle nuove generazioni?

Finisco di rispondere alla tua domanda precedente… la terra torna al centro del discorso forse perché comincia a mancarci sotto i piedi. La terra come base, fondamento ultimo dell’esistenza, individuale e collettiva, nutrimento. Ma su questo sostrato generativo si possono far germogliare semi molti diversi tra loro: l’aspirazione a proteggere la Terra è il seme buono del nostro tempo, ma a pochi millimetri da quel dispositivo narrativo ce n’è un altro: quello della terra del riscoperto Stato-Nazione, consustanziale al sangue del suo popolo. E per restare in questa ambigua metafora vegetale e generativa, anche la cultura/coltura si presta a un doppio uso: possiamo ergerci a difensori di un’antica stirpe autoctona (vegetale, animale o umana) contro la rapacità del capitalismo che si appropria delle risorse del pianeta, oppure per impedire che altre stirpi, straniere, vengano a nutrirsi dalla nostra terra. Spesso il discorso sovranista si appropria della “natura” e dei suoi dispostivi poietici. Un case study su cui lavoro da anni è quello dell’agricoltura cinese in Toscana, dove le narrazioni demagogiche e xenofobe dei media si camuffano dietro la difesa della filiera agricola locale, naturalizzando/idealizzando un paesaggio rurale autoctono che in realtà è stato già smantellato da decenni con la fine della ruralità di sussistenza – oltre al fatto che quel paesaggio non è mai esistito nei termini immaginati dalla nostalgia identitaria, che costruisce a posteriori un tempo mitico e mistificatorio in cui ci cibavamo unicamente dei “nostri” grani antichi. La verità è che ci cibiamo dello straniero per costruire il nostro corpo collettivo e individuale, ogni giorno, quando ci sediamo a tavola, davanti a una pasta al sugo.
Più che rispondere alle tue domande le ho frazionate e commentate. Specialmente l’ultima è difficile… per adesso mi limito a piantare semi inclusivi e ragionevoli.

Parlando ancora di terra, identità e sua naturalizzazione in rapporto ai processi storici, di cosa ti stai occupando a Stoccarda?

A meno di un’ora di passeggiata da Schloss Solitude c’è una collina che gli abitanti di Stoccarda chiamano affettuosamente Monte Scherbelino, un italianismo che forse evoca vacanze nel Bel Paese e che può essere tradotto come “monte dei piccoli cocci”. La collina in questione è infatti artificiale, costruita con le macerie dei bombardamenti alleati su Stoccarda, che distrussero il 70 per cento della città. Quel milione e mezzo di metri cubi di case distrutte è stato gradualmente colonizzato da forme di vita vegetale e oggi quella che fu una sterile discarica di guerra è un boscoso parco pubblico. Analoghe colline esistono nella periferia di molte città tedesche, ma anche a Milano e Varsavia. A Palermo invece le macerie furono gettate in mare: i cornicioni fratturati dei palazzi barocchi sono coperti di anemoni, alghe, abitati piccoli pesci e invertebrati.  Su una scala temporale non umana gli orrori della guerra industriale verranno digeriti dalle forze naturali, fino a sparire. A meno che archeologi futuri non decidano di passare al setaccio quelle macerie, per risolvere l’enigma della follia della civiltà Occidentale.

Fabrizio Ajello

In copertina: Test di germinabilità. Cammarata/Palermo 2018

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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