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Il buio iridescente del sapere | Il nuovo romanzo di Labatut e la serie The Terror a confronto

Ritenere la scienza soltanto rigido pensiero razionale è l’errore più comune. Se vogliamo risposte certe non c’è altra via se non quella dei lumi della ragione, ma ne siamo sicuri? Eppure ci si aggrappa alla garanzia del genere umano quando intorno tutto vacilla pericolosamente. Il progresso, a ben vedere, è lastricato di errori, sviste, traverse, crolli, imprevisti, casi fortuiti, drammi improbabili. Eppure. La luce del futuro è la più oscura e spesso la più minacciosa e terribile. I pionieri conoscono bene la miscela di sgomento ed eccitazione che disvela il mondo ai loro sguardi e al mondo stesso. L’incagliare mentre ci si danna per una nuova via è lo stress test rivelatore. A proprie spese. Nell’abisso e dall’abisso. Dove il rischio è assoluto. Il sacrificio imprescindibile. Il radicale buio dell’impresa è il materiale sondato nel realismo allucinato della serie The Terror. Dieci episodi ci accompagnano nel gelo di un viaggio drammatico, attraverso una visionaria versione dell’omonimo romanzo storico-fantastico di San Simmons. Una rilettura parabolica e grottesca della reale sciagurata spedizione del Capitano Sir John Franklin per attraversare l’ultimo tratto del passaggio a nord-ovest. Tra paesaggi turneriani in cui l’impalpabilità dell’aria prende forme spettrali e carnevali funesti à la Ensor, assistiamo ad un inesorabile discesa agli inferi della condizione umana. Frattali di aurore boreali e frattaglie cremisi esaltano galaverne e lastre di ghiaccio sterminate in una feroce e cinica rappresentazione dell’abominevole ideale supremazia coloniale.

The Terror, serie tv – 2018

Due navi, l’Erebus e la Terror. 129 uomini. Un’impresa disperata che vedrà entrambi gli equipaggi alle prese con lo stallo nel gelo a più di -54 gradi, ostaggi di un’imprevista e duratura glaciazione, della polmonite, dello scorbuto, della tubercolosi, dell’ipotermia, della fame, del cannibalismo e della montante allucinazione collettiva. Tempeste di neve e visibilità azzerata rendono il panorama un candido deserto presidiato dall’orrendo Tunnbaq (“la cosa che mangia su due e quattro zampe”), creatura dell’immaginario sacro Inuit. Spirito artico tra umano e animale, terribile, spietato, inarrestabile. Le navi stritolate dal ghiaccio si trasformano in gabbie di paura, di avvelenamenti, di ammutinamenti. La spirale della disperazione e del delirio sembra avere una sola ancora di salvezza nel dizionario che il dottor. Henry Goodsir cerca di comporre con l’aiuto della Lady Silence, l’ostaggio Inuit che in qualche modo potrebbe rivelare qualche preziosa informazione sulla crudele fiera. Il linguaggio potrebbe essere l’unica via d’uscita contro una violenza cieca e incontenibile? La lingua in offerta placherà gli spiriti ? L’incantamento contro la ragione avrà la meglio sulla natura che soverchia? Dispersione e disperazione tra alcool e droga, sollievo e maledizione di un equipaggio allo stremo e soprattutto del Capitano Francis Crozier, alle prese con i fantasmi e i drammi del suo passato prossimo. Anche la ricerca in fin dei conti è una fuga. L’arte suprema della sparizione.

The Terror, serie tv – 2018

Quando si smette di comprendere il mondo per come lo si era considerato prima, è inevitabile rovesciare l’intero sistema delle certezze che fin allora ci avevano accompagnato e sostenuto. E il colore può farsi veleno, l’alfabeto della natura farsi incantesimo, l’aria stessa campo d’indagine e di battaglia. L’azoto, il cianuro, il blu di Prussia, le atrocità della Storia e le disperate biografie di chi si è spinto al di là di ciò che è già stato considerato. Ecco in cosa ci s’imbatte quando si decide di perdersi nell’opera selvaggia : Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Benjamìn Labatut, romanzo storico che collassa in una discesa negli abissi insondabili della scienza.  Le biografie di Napoleone, Hitler, Einstein, Turing, Heisenberg vengono polverizzate per ricavarne gli ingredienti essenziali e rilucenti di un affresco impressionante del Secolo Breve, con slanci arditi nella storia della scienza. In 165 pagine lo scrittore “cileno suo malgrado, nel bene e nel male”, affronta il dramma della scoperta, il sacrificio di chi immola la propria esistenza sull’altare della speculazione e l’inevitabile conto da saldare alla “fine della fiera”. Mettere tutto in gioco, perché ad essere in gioco è tutto. La devastazione della guerra da una parte e l’essere umano, seppur coinvolto, sperduto nel suo isolamento dall’altro. La natura titanica e sublime si dispiega al cospetto dell’esploratore che nel caos di febbrili teorie apparecchia il futuro dell’umanità. “Il processo Haber-Bosch fu la scoperta chimica più importante del XX secolo: raddoppiando la quantità di azoto disponibile, generò l’esplosione demografica che, in meno di cent’anni, permise alla popolazione umana di crescere da 1,6 a sette miliardi di persone”.

Yves Klein, Anthropométrie sans titre (ANT 75) – ca. 1960

Labatut riesce a ordire una trama narrativa compatta e tesa, degna di un thriller gotico. Persino la partenza vertiginosa, rapidissima e il lento progredire dei capitoli successivi sembrano studiati per sincronizzare il passo dell’intreccio con la curiosità montante del lettore. Una volta uncinato dal primo strepitoso capitolo (Blu di Prussia) il resto del libro procede per diluizioni, impantanamenti, scatti e ingrottamenti, fiammate, amplificando il senso di stordimento che emana dalla miscela di finzione e realtà. Instabile e poderoso, l’andamento rizomatico non trova limiti geografici e si risolve in un continuo perdersi nel regno sublime dell’incertezza, del relativo. La teoria della relatività d’altronde era già per certi versi presente e operante nella Divina Commedia dantesca. Scienza è poesia e rivelazione e maledizione. Labatut riesce nell’impresa senza inseguire una narrazione dotta di scoperte scientifiche, ma utilizzando la fenomenologia scientifica per far emergere ogni singola parola, ogni concetto da un minuzioso laboratorio alchemico del pensiero. Un processo estremamente complesso e ambiguo che culmina nella varietà di titoli diversi per le differenti traduzioni: Quando abbiamo smesso di capire il mondo in italiano, Un verdor terrible in spagnolo, When we cease to understand the world in inglese, Lumières aveugles in francese e sembrerebbe che per l’edizione tedesca il titolo cambierà ancora. Rizomatico, multiforme, cangiante ma compatto, questo piccolo capolavoro rimesta in profondità e rivela una porzione dell’ignoto, proprio come il naufragio di spedizioni artiche che assomigliano alle nostre vite. Il certo giace nel profondo, Seneca docet.

Fabrizio Ajello

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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