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I Gelitin da Fondazione Prada: materia e fragilità

L’audace gruppo svizzero di artisti contemporanei in mostra a Fondazione Prada di Milano, parte del progetto curato dal Thought Council e diviso in quattro mostre, di cui Pokalipsea – Apokalipse – Okalypseap dei Gelitin è la terza.

I precedenti capitoli erano stati assegnati a Tobias Putrih e Pamela Rosenkranz, artisti internazionali ma, soprattutto, così visionari da far riflettere riguardo l’impronta che questo progetto vuole dare al panorama artistico milanese, che, sempre di più, si lancia nell’esplorazione di nuovi linguaggi culturali. Nella Cisterna della Fondazione, ci imbattiamo in Pokalipsea – Apokalipse – Okalypseap: così è stata intitolata l’installazione composta da tre strutture architettoniche, apparentemente precarie, proposte con la volontà di comunicare la sensazione di qualcosa di effimero, evanescente e impulsivo, caratteristiche non propriamente riferibili all’architettura.

Le stanze in cui le enormi opere d’arte sono ospitate sono la cornice perfetta per far sì che lo spettatore non si senta troppo travolto dalle sculture-architetture, ma in ogni caso sopraffatto. Queste opere richiamano alcuni archetipi architettonici dell’Occidente, ovvero l’Arc de Triomphe, al quale è applicata una fontana funzionante, l’obelisco in Iglu e l’anfiteatro in Fumami. La prima sensazione che colpisce il pubblico è il disgusto nei confronti dell’azione piuttosto esplicita che si cela nella fontana, che rappresenta un uomo mentre beve la sua stessa urina. Subito dopo il disgusto viene la vergogna legata all’impressione che sia capitato anche a noi di accorgerci che spesso l’uomo si nutra di se stesso, come Narciso ha insegnato. Ma, dopo tutto questo, l’immagine dei migranti, combattenti per la propria sopravvivenza mentre attraversano il Sahara, viene alla mente, che sia o meno nelle originali intenzioni degli artisti.

Ciò che emerge con forza nelle tre sculture è la creazione di spazi condivisi, comunemente vissuti come una casa eschimese, un teatro e un arco nel mezzo di una piazza, punto di incontro e panchina per passanti. Il gruppo svizzero ha voluto creare una connessione tra i visitatori attraverso una semplice e universale abitudine come quella di fumare. Dunque, si realizza una performance ogni volta in cui qualcuno tra il pubblico si accende all’interno di Fumami e gli spettatori assistono allo spettacolo del fumo che si eleva nello spazio ristretto dell’anfiteatro. I sedili, sistemati circolarmente, sono circondati da una scala senza termine che sembra tendere all’infinito. Questa apparenza di apertura verso un potenziale sviluppo futuro richiama vari artisti, in modo particolare Constantin Brancusi e la sua Colonna Infinita. L’intera struttura è composta da pezzi di legno appartenuti originariamente ad altre opere o installazioni, il che suggerisce la tendenza dei Gelitin di sfruttare materiali poveri e genericamente poco usati.

Camminando per le stanze della Cisterna, diventiamo testimoni della rappresentazione di vari stati della materia: lo stato solido, che ritroviamo nel polistirolo della prima scultura; lo stato liquido, proposto dall’acqua della fontana; il vapore, alla fine, creato dalle sigarette. In questo modo, ogni volta che passiamo da una stanza all’altra, è come se si verificasse una trasformazione della materia.

La mostra è stata un prezioso proseguimento di un progetto che si sta preparando ad accogliere un’altra artista di riguardo, Laura Lima, che Milano non vede l’ora di ospitare.

Caterina Guadagno

About the author

Caterina Guadagno

Dal 1996 in giro per l’Italia, mi (ri)trovo a Milano per studiare Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo. Appassionata di cinema e arte contemporanea e sognatrice senza scrupoli, da grande vorrei diventare una curatrice al Lacma.

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