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Hirst, Vezzoli e Antufiev | L’arte contemporanea tra rovine e vetrine

Mi capita spesso di ripensare ad una considerazione del pittore irlandese Francis Bacon in merito al rapporto tra realtà e arte. Al suo interlocutore che lo incalzava, Bacon tagliò corto rispondendo che la vera arte non è quella che arriva ad estirpare un albero per mostrarlo in una galleria, ma quella che trova il modo per raffigurare (riconfigurare) un albero che colpisca il nostro sistema nervoso direttamente, senza illustrarne i singoli caratteri. Insomma “la sensazione senza la noia della sua trasmissione” testuali parole dell’artista. Rispondeva analogamente lo scrittore Louis-Ferdinand Céline riferendosi al mestiere dello scrittore. Curvare il bastone che si immerge nell’acqua di uno stagno prima che possa essere spezzato dal riflesso della superficie, per farlo percepire ancora integro. Un gioco di prestigio insomma? Non proprio, molto più un lavoro estremo, quasi una lotta con il linguaggio, nel caso di Bacon con la pittura, in quello di Céline con la scrittura.
Il conflitto e allo stesso tempo la ricerca di un’armonia, molto probabilmente impossibile da parte del pittore irlandese avveniva nello spazio costrittivo e vitale della tela e lì veniva trascinato a forza ogni singolo riferimento, ogni singola ossessione proveniente dal presente ma soprattutto dal passato. Bacon ad esempio adorava le tragedie greche ed in particolare quelle di Eschilo, ed i riferimenti sono evidenti e dichiarati dallo stesso artista, persino nei titoli di alcuni dipinti. Mi domando però se Bacon abbia mai sentito la necessità di mostrare i suoi lavori all’interno di un museo archeologico? Ne dubito. E allora cosa spinge alcuni artisti contemporanei, come ad esempio Francesco Vezzoli, Damien Hirst, Evgeny Antufiev, a mostrare i loro lavori in aree archeologiche, in musei archeologici, in dialogo con l’arte del passato, in un’epoca poi che si sta interrogando profondamente sul ruolo dei musei?

Domanda non facile, mi rendo conto, e allo stesso tempo gli artisti tirati in ballo sono molto distanti tra loro, da vari punti di vista. Fatto sta che tutti e tre abbiano sentito la necessità di “restituire” il lavoro, fortemente ispirato dalla cultura greco-latino-etrusco-italica, all’interno di spazi già fortemente configurati. Non siamo al cospetto di un caso fortuito ma di un fenomeno piuttosto interessante. Per E. Antufiev, Dead Nations. Eternal Version al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, per D. Hirst ARCHAEOLOGY NOW alla Galleria Borghese, sempre a Roma, ed infine per F. Vezzoli Palcoscenici Archeologici al Parco Archeologico e Museo di Santa Giulia a Brescia. Tre interventi molto differenti, ma con delle convergenze che fanno emergere alcune questioni fondamentali nel rapporto tra l’arte contemporanea e non tanto i suoi riferimenti nella tradizione, su questo termine torneremo a breve, quanto del rapporto tra arte contemporanea e spazi espositivi fortemente identitari rispetto ad un certo periodo storico. Si potrebbe partire, banalmente, si fa per dire, dal rapporto tra le opere di questi artisti e gli spazi scelti. Che tipo di rapporto e motivazione li ha portati a scegliere proprio quelli? In che relazione si sono posti i singoli artisti con lo spazio architettonico, con la sua storia, con ciò che viene custodito ed esposto? Ma ancora chi beneficia di queste esposizioni, le opere degli artisti contemporanei, lo spazio accogliente, il suo contenuto, il rapporto tra tutte le parti, il pubblico? Solitamente affrontare spazi espositivi così potenti ed evocativi è un rischio non da poco. Detto questo, i motivi ci saranno e sicuramente non sono esclusivamente, diciamo così, economici.

Damien Hirst, un dettaglio di una delle sale della mostra ARCHAEOLOGY NOW,Galleria Borghese – 2021

Tradizione, si diceva, ebbene, nell’introduzione al suo celebre saggio Incursioni, Salvatore Settis, dedica a questo lemma particolare attenzione. Lo studioso afferma infatti che tradizione è oggi più che mai un’etichetta che si utilizza per eccesso o per difetto, senza porre attenzione sul suo vero significato, “ossia, ereditare qualcosa e impadronirsene per trasformarlo in qualcos’altro“. Giustissimo, e di trasformazioni, manomissioni, rivisitazioni, incursioni, ora ci vuole, nella Storia (dell’Arte) ne abbiamo viste di tutti i colori, ma qui la questione non è il riferimento, l’ispirazione, il rapporto con la tradizione, per l’appunto, ma la posizione, la scelta della prossimità, il ritrovato piedistallo, che probabilmente non è crollato affatto o comunque del tutto. Lo status symbol paga e di questi tempi (ieri come oggi in verità) è l’arma (con)vincente. Vezzoli gioca con una varietà di icone tra passato remoto e passato prossimo per creare installazioni lucenti, coloratissime, kitsch, da piazzare tra le rovine. Antufiev, che aveva già esposto le proprie opere in maniera analoga all’interno del Museo Archeologico Salinas di Palermo nel 2018 per MANIFESTA 12, rimescola immaginari di divinità e oggetti tra il sacro e il quotidiano mashuppati tra oriente e occidente, cercando un dialogo con i reperti archeologici all’interno delle teche del museo, anche se l’operazione complessiva è ben più articolata. Hirst ripropone buona parte dei suoi lavori già esposti tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana, Fondazione Pinault a Venezia nel suo celebre Treasures from the Wreck of the Unbelievable, nel 2017, tra le meraviglie della Galleria Borghese, in un gioco anche qui di rimandi, sberleffi e contrasti. Saltano all’occhio infatti i famosi spot paintings, volontariamente dissonanti e per certi versi vero e proprio di punto di frizione tra passato e presente. So bene che il rischio è di banalizzare il lavoro di tre artisti che in fin dei conti stimo e seguo con grande interesse, ma ripeto che qui la questione non verte sul loro lavoro, ma sul rapporto tra le singole opere e lo spazio espositivo.

Evgeny Antufiev, Untitled, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia – 2020©photoElaBialkowskaOKNOstudio

I punti fondamentali infatti sono la motivazione della scelta, il display e il risultato finale. In tal senso visitando le mostre romane di Antufiev e Hirst, mi ritornava alla mente di continuo il fregio di 550 metri di William Kentridge, Triumphs and Laments, con ottanta figure, alte 10 metri che raccontano tutta la storia della città eterna tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini. Un’operazione imponente ma non impositiva. Attraverso un’opera di ripulitura del travertino bianco, l’artista sudafricano  ha rievocato simboli, eroi antichi e moderni, richiami a tematiche sociali, l’inno dei guerrieri Zulu in una sequenza a tratti epica e a tratti onirica, interagendo con uno spazio pubblico tutt’altro che neutro. L’opera effimera ma evocativa è un esempio di giusta motivazione, corretto display e ottimo risultato finale. Ottimo non tanto in chiave di gusto personale, ma di adeguato bilanciamento tra spazio dell’intervento e opera dell’artista. In questo caso nessuno dei due ha la meglio sull’altro. L’armonia tra spazio e lavoro funziona, senza prossimità, ma in una compenetrazione e condivisione dove lo scorrere del tempo è immagine, ombra e infine oblio. Un’intervento poetico che rievoca il passato dal suo interno, nella caducità della memoria e nella meraviglia del rimescolamento delle vicende storiche del passato. Il tutto in un estenuante duello pittorico con le ombre e le incrostazioni di sporcizia della città eterna. Chissà cosa ne avrebbe pensato Francis Bacon.

Fabrizio Ajello

In copertina: Francesco Vezzoli, Nike Metafisica, Parco archeologico di Brescia romana – 2019

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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