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Hilma af Klint: Paintings for the Future al Guggenheim di New York

Kandinsky, ricordato come il vero artista del movimento astrattista, regalerà al mondo i suoi primi lavori. Mondrian, con i suoi rettangoli e quadrati colorati enfatizzerà il movimento all’interno di strutture e ci donerà i principi teorici della sua visione di estetica. Pollock che esprimerà un mondo interiore fatto di movimento, energia. Malevich sempre legato alla poetica del movimento, il mondo della non rappresentazione. Tutti pittori straordinari che hanno rivoluzionato l’arte contemporanea, inaugurando territori ed aprendo nuove strade.

Per molto tempo e, volutamente, è mancato un nome tra i grandi ed è quello della pittrice Hilma af Klint che raramente espose i suoi dipinti, convinta che il mondo non fosse pronto a guardarli e comprenderli, stabilendo che potessero essere mostrati solo dopo vent’anni dalla sua morte. Infatti, fino al 1986, le sue opere furono nascoste e solo negli ultimi tre decenni i suoi dipinti e lavori su carta hanno ricevuto una seria attenzione.

Per la prima volta negli Stati Uniti, si è svolta al Guggenheim di New York, la più grande ed incredibile mostra monografica a lei dedicata. 

A guardare oggi le sue opere è chiaro che terreni mai esplorati prima, in realtà, erano stati magistralmente toccati da Hilma af Klint, dipinti radicalmente astratti, audaci, colorati e senza legami al mondo fisico.

Paintings for the Future è il titolo della mostra, curata da Tracey Bashkoff, Senior Curator, con David Horowitz, assistente curatoriale, ed organizzata con la collaborazione della Hilma af Klint Foundation di Stoccolma. Oltre 170 capolavori, quelli sugli anni di svolta dell’artista, 1906-20. Fu durante questo periodo che iniziò a produrre un singolare corpus di opere che invita a rivalutare il modernismo e il suo sviluppo.

Hilma af Klint studiò presso l’Accademia Reale Svedese di Belle Arti, nacque in Svezia e crebbe in una famiglia borghese a Stoccolma. Portò a termine il suo percorso di studi con ottimi voti, riuscendo a guadagnarsi uno studio gratuito. In quel periodo Hilma af Klint dipingeva paesaggi, realizzava ritratti su commissione ed illustrazioni per riviste scientifiche. Intorno al 1906 il suo stile cambiò trasformandosi in un linguaggio innovativo e potente. A incidere sulla ricerca e sulla creatività della pittrice fu il suo interesse allo spiritualismo.

Secondo Hilma, infatti, il nostro quotidiano è pregno di una dimensione spirituale che va oltre la nostra percezione e, proprio in quel confine divisorio, lei dipinse i segni, i suoni, i messaggi. Insieme ad altre donne, presenzierà a degli incontri dove, si racconterà, dialogherà con forze soprannaturali e, come spiega la curatrice della mostra Tracey Bashkoff, fu proprio durante questi incontri che una “guida” ultraterrena incaricò Hilma af Klint di progettare un tempio, commissionandole la realizzazione dei dipinti per tale luogo.

Le 193 opere che sono state create dalla pittrice negli anni seguenti sono dunque conosciute come The Paintings for the Temple. I primi lavori della serie sono stati realizzati direttamente sotto questa guida spirituale ma, successivamente, Hilma ha iniziato ad interpretare da sola i messaggi ricevuti. Si tratta di dipinti incredibilmente grandi, colorati e ricchi di simboli.

La pittrice ha cercato di esprimere questo filo sottile, indefinibile, tra le diverse entità dell’esistenza umana. Come un tramite tra terreno, corpo fisico e soprannaturale, attraverso la percezione di colori, forme, sfumature.

I suoi incredibili lavori vennero esposti per la prima volta nel 1986 al Museo d’Arte della Contea di Los Angeles, in occasione della mostra “The Spiritual in Art – Abstract Paintings 1890-1985”. E dopo tanti anni al Solomon R. Guggenheim Museum è stato possibile finalmente ammirare l’opera dell’artista, in tutta la sua superba, arcana e sovvertente intensità.

Una produzione di 1200 dipinti, 125 taccuini. Architettura a cerchi concentrici che si susseguono in quel girotondo naturale che si vive percorrendo lo straordinario Guggenheim. Forme organiche e poi geometriche, colori gialli a indicare il femminile, blu il maschile, le lettere “u” per lo spirituale e “w” per il materiale. Le polarità con il bianco e nero, i pieni e i vuoti, i salti di scala, dall’atomo al cosmo. Ogni opera genera quella successiva con una sensualità estetica forte e delicata. 

L’astrazione parla di natura, prati e cieli, nuvole, erba, alberi che si trasformano in linee essenziali, in una dimensione invisibile, metafisica (la stessa che conquistò Mondrian). Una ricerca generatrice di energia che oltrepassa l’astratto stesso e che solo l’arte visionaria, riesce a cogliere.

Kandinsky, Mondrian, Pollock, Malevich, dopo la visione di questa straordinaria mostra, saranno nomi che si susseguiranno ad uno in particolare, quello di Hilma af Klint, un nome che fino ad oggi ci appariva secondario, diventa il punto da dove partire e muoversi per comprendere l’astrattismo.

Hilma, in fondo, elegante ed intima, è ancora presente in questo cerchio energico, come un’ombra ed esplora, scruta il destino dell’astrazione, mentre noi ci chiediamo confusi e infervorati, cosa ancora c’è da percepire, se nuovi colori e nuove visioni si mostreranno ai nostri occhi. 

Testo e foto di Maria Di Pietro

 

About the author

Maria Di Pietro

Fotografa da sempre dedita al fotogiornalismo, appassionata di ogni forma d'arte, ama definirsi scrittrice d'immagini, perché il racconto è per lei insito nelle immagini che crea.
Sempre in viaggio con la sua scatola magica, trasforma presto la sua passione in una necessità che la spinge a un'assetata ricerca tra il reale e l´immaginario.
Anima libera da padroni continua a cercare quella fotografia volta al paesaggio e ai segni che l'uomo lascia, a quella bellezza visibile nell'essenziale della quotidianità dello sguardo.

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