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*giovedì del mese | Covid, Ecologia e Diritto alla Felicità

«Lettera ai Figli del Covid»

Questa è la lettera di una madre, io stessa, che sta assistendo allo scempio psicologico a danno dei nostri figli ai tempi del Covid.

Pur avendo ‘solo’ 36 anni, ho infatti già due figli, Gherardo di 12 anni e Federico di quasi 7.

Sono perciò una mamma considerata anomala, perché più giovane della media degli altri genitori.

In effetti nel 2007, quando frequentavo la facoltà di Filosofia – ed era ancora il tempo d’oro degli anni universitari, fatti di cultura, svaghi e pochi pensieri – compii una mossa azzardata, scegliendo di concepire e mettere al mondo un figlio.

Una scelta considerata controcorrente, a 23 anni, per i nostri tempi.

Ma non volevo aspettare di laurearmi, trovare un lavoro, comprare una casa… come molti della mia generazione – i cosiddetti millennial nati negli anni ’80 – hanno fatto; mentre altri vanno avanti, stanchi delle serate da single o male accompagnati, senza essere ancora riusciti, alla soglia dei 40 anni, a procreare. O altri ancora hanno scelto deliberatamente, e giustamente sotto tanti aspetti, di non avere figli.

Io invece volevo farlo, presto, anche per vivermi a pieno la maternità senza che ci fosse un eccessivo gap generazionale. E questo gap in effetti non lo sento, per questo ho iniziato con una digressione sulla mia storia personale.

 

È stata una decisione che sicuramente rifarei, sebbene abbia comportato notevoli sacrifici.

La rifarei perché mi ha comunque permesso di raggiungere molti obiettivi – laurearmi, trovare lavori (*al plurale, perché sono da un bel po’ una Partita IVA indaffarata in occupazioni varie ed eventuali, cercando però di non perdere mai del tutto la rotta) –, semplicemente avendo al mio fianco uno e poi due esseri viventi in più, di cui devo prendermi cura e preoccuparmi, certo, ma che mi accompagnano in ogni istante della mia esistenza, arricchendolo enormemente.

Ecco, prendermi cura di loro è il punto focale del discorso.

La parola inglese caring meglio sintetizza, essendo frutto della tipica mentalità empirista anglosassone, l’idea di accudimento premuroso, affettivo ma anche pragmatico, che non eccede nei maternalismi tipici invece della cultura latina.

To Take Care About Our Children: questo è il senso primario, scarno ma profondamente essenziale, dell’essere genitori.

Dobbiamo accudirli, preoccuparci per loro, assisterli… sostanzialmente dobbiamo essere il loro sostrato, le fondamenta per permettergli di andare nel mondo ed essere – per quanto più possibile, vista la situazione agghiacciante in cui viene gettato l’uomo fin dalla nascita, in quanto essere umano (basta leggere Leopardi o Pascal per capire la tragicità dell’esistenza umana in quanto tale, l’abisso che ci sovrasta) – felici o, almeno, affrontare la vita il più possibile con tranquillità e sicurezza interiori.

Purtroppo, nell’era del Covid, specialmente durante la riapertura delle scuole post-quarantena, il caring è andato a puttane.

L’immagine in evidenza che ho scelto, dei miei figli – senza facce nascoste da emoji, perché far vedere il loro aspetto reale mi sembra veramente il problema minore di questi tempi – è per me emblematica in tal senso.

Lunedì 14 settembre, quando a Firenze dove abitiamo c’è stato il primo giorno di scuola – dopo che da marzo tutti i figli d’Italia in età scolare erano a casa a carico soltanto dei genitori, dei bonus baby-sitter o dei nonni (poverini, quelli che realmente dovrebbero riguardarsi dal rischio virale) – e li ho visti scendere i gradini del nostro palazzo, ho avuto la netta sensazione che stessero inabissandosi, come se il buio del vano scale fosse una metafora di ciò che stava loro accadendo.

Così, in effetti, è stato.

La scuola dell’era Covid è una specie di lager.

In primis, bandisce la socialità. I nostri figli non possono più stare vicini, non possono toccarsi, né scambiarsi oggetti, confrontarsi e aiutarsi durante le lezioni, chiacchierarsi nell’orecchio, abbracciarsi a ricreazione. E tutto ciò non ha senso, dal momento che appena escono, Covid o non Covid, non possono evitare di farlo. Perché il contatto fisico è fondamentale, imprescindibile, a qualsiasi età.

In più, è l’anti-ecologia per eccellenza. Dopo anni in cui sembrava che il messaggio ambientalista stesse finalmente prendendo piede e perciò a scuola venivano regalate borracce ecologiche, si prestava attenzione al riciclo… adesso invece tutto è infestato da gel disinfettanti, prodotti chimici per le continue igienizzazioni e soprattutto – cosa che proprio non mi è andata giù – c’è l’obbligo di mascherine chirurgiche usa e getta, invece delle più comode, economiche e lavabili mascherine di stoffa.

Mascherine. [rimando ad un articolo di “Il Sole 24 Ore” sulla pericolosità delle mascherine chirurgiche per l’ambiente]

Non sono certo una negazionista No Mask, capisco il rischio pandemico, che il virus sia qualcosa di reale e che dobbiamo avere rispetto sia della salute che delle paranoie altrui.

Però, così, è davvero troppo.

È troppo innanzitutto perché – come diceva una mozione portata in Parlamento da un gruppo di psicologi – il diritto alla salute è soltanto al 32° posto nella nostra Costituzione italiana.

Prima di esso ci sono sicuramente quelli che hanno un’importanza maggiore di tutti a livello costituzionale, ovvero il diritto al lavoro e all’esercizio della sovranità popolare. E qui si potrebbe aprire un bel vaso di Pandora su quanto, in nome della salute, entrambi i diritti siano stati accantonati negli ultimi mesi.

Ma lasciamo fare e parliamo del fantomatico diritto alla felicità che, sebbene non sia espressamente sancito nella Costituzione della nostra repubblica, è stato uno di quei diritti fondamentali, ritenuti inalienabili per l’uomo, che i padri delle prime costituzioni – come quella americana del 4 luglio 1776 –, sulla scia del pensiero illuminista, hanno voluto sancire.

I nostri figli, oggi, non sono certamente felici.

Prima sono stati reclusi in quarantena e lì dimenticati. I mesi iniziali potevano anche stare bene, godersi un’inaspettata dimensione domestica senza stress. Ma poi, sopratutto per la fascia d’età dei miei figli, sono apparsi i primi sentori di malessere. Nervosismi, irascibilità, dipendenza forsennata da dispositivi, che servivano pure per la didattica a distanza. Non sto a dilungarmi troppo perché potrei scriverci un saggio a parte. Dico solo che negli ultimi tempi, nella maggior parte delle famiglie con prole, la situazione era veramente esplosa in un esaurimento ben poco contenibile.

Quindi siamo stati tutti, o quasi, contenti che le scuole riaprissero. Ma così è veramente agghiacciante.

Il male che ha fatto loro la chiusura forzata si è ipostatizzato in un delirio paranoico e ipocondriaco collettivo. Quando invece la loro fascia d’età non sembra essere nemmeno realmente a rischio e il problema fondamentale che li riguarda è il fatto che possano trasmettere il virus.

Non sono in grado di entrare nel merito di questioni mediche che non conosco adeguatamente, quindi provo a spostare il discorso su un piano filosofico, concentrandomi sul diritto alla felicità e sull’ecologia.

Se il diritto alla salute non sta al primo posto nemmeno nella Costituzione, perché dobbiamo vivere e soprattutto far vivere i nostri figli in questo mondo distopico fatto di illogiche restrizioni, asocialità e ipocondria? Non è meglio arrischiarsi, non temere così tanto i pericoli, compreso il virus, che lo stare al mondo in quanto tale comporta?

Perché diamo una tale importanza alla scienza e agli scienziati, avvalorando l’impero assoluto che si sono creati a cominciare dall’età moderna, dimenticando il mondo simbolico, magico, spirituale e irrazionale che caratterizzava l’antichità?

Inoltre, tornando all’ecologia, se il pianeta si sta ribellando alla nostra presenza e pare averci inviato pure un pericoloso virus per accelerare il processo, perché abbiamo deciso di inabissarci ancora di più cercando di arginare la pandemia con quanto di meno ecologico esista: mascherine, plexiglass, disinfettanti, oggetti plastificati di qualsiasi tipo e drammaticamente usa e getta?

Purtroppo, quello che vedo, soprattutto in relazione ai figli, è ancora una volta l’essere umano che pecca di hybris, tentando in tutti i modi di dimenticare il memento mori, che invece dovrebbe essere un monito sacrosanto.

Perché, prima o poi, dovremo tutti morire.

Allora, forse, meglio morire felicemente e in armonia con l’ambiente naturale.

Figli nostri, mi rivolgo a voi. Abbiate pazienza.

Spero che un giorno possiate perdonarci per tutto ciò che vi abbiamo fatto e vi stiamo facendo e che gli esseri umani tornino, in modo più profondo e onnicomprensivo, a prendersi cura di voi.

Come diceva persino papa Francesco, riportato in un mio vecchio articolo, «abbiate il coraggio di essere felici» (!)

Alessandra De Bianchi

 

About the author

Alessandra De Bianchi

Classe 1984, due figli maschi, un gatto, un marito e una laurea magistrale in Filosofia. Lavoro: scrittura e correzione testi su commissione come libera professionista, per chiunque ne abbia bisogno. In passato: galleria d’arte, casa editrice e ufficio stampa, collaborazioni come editor, organizzazione eventi e partecipazione come autrice al romanzo In territorio nemico, minimum fax 2013.

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