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From Hero to Zero: la brutta fine dei divi di Hollywood in Italia

Chi taglieggia i divi di Hollywood tenendoli ostaggi della peggiori parodie di loro stessi? Tra cibo in scatola, amari e calzature comfort, le peggiori parabole discendenti dei divi d’oltreoceano.

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Cosa avrà fatto mai Banderas per meritarsi una fine tanto ingloriosa? Quanto dovrà girare mai di alimenti alla Griffith per passare da Almodovar alle galline?

 la domanda che attanaglia un Paese, da quando, sgomento, ha assistito alla comparsa del primo dissacrante spot dei biscotti più famosi d’Italia con l’aiutante divo latino soggiogato da Rosita, la pennuta più celebre della pubblicità.

Se alle vili ragioni dei testimonial non ci si può che rassegnare (anche se, c’è da dirlo, è deplorevole vendere una carriera per un patto di lenticchie), per giustificare le scelte scellerate e sadiche dei copywriter e degli art-director, non si può che ricorrere ad una sorta di morbosa perversione che gioca sul filo sottile della venerazione dell’idolo e al contempo sulla sua demolizione, in una sorta di “tu vuò fa l’americano” che mentre lo celebra “uccide il padre”, deformandolo.

Gli spot patinati dall’allure internazionale di certi profumi firmati da registi di caratura mondiale come Lynch e Scorsese dovrebbero essere la base di partenza per prodotti sofisticati ed ispirati, mentre tristemente nulla hanno a che vedere con le trame pecorecce e naif degli spot nostrali, che danno realmente il peggio di sé in presenza del divo hollywoodiano di turno.

Con Lost in, Sofia Coppola ci aveva ben mostrato lo straniamento, perdita del sé, la deriva del divo che si ricicla in ignobili e deprimenti macchiette di se stesso generando in lui una profonda crisi esistenziale… Ed in quel caso il povero Bill Murray aveva a che fare con una dignitosa marchetta per uno scotch, e non con fette biscottate, scatolette di tonno e ADSL.

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La connotazione esotica che certi pubblicitari forzatamente imprimono agli spot autoctoni aggrava di molto il tenore già patetico di questi prodotti, denunciando da un lato una esterofilia puerile (e tutta italiana) ed oltretutto assecondando una visione stereotipata e farlocca del nostro Paese: la caratterizzazione da macchietta neorealista di una presunta Italietta cristallizzata in un ipotetico passato (vedi il microcosmo posticcio del tonno di Kevin Costner, recidivo sopravvissuto ad una “valle verde” tormentone, ma anche quella più boccaccesca degli spot telefonici con Bruce Willis).

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Così, alla perdita di dignità e virilità di Banderas fa da eco ad esempio una Julia Roberts alla quale hanno irrimediabilmente tagliato la lingua scambiandola per una improbabile commessa “improvvisata” alle prese con i collant, e ancora prima per una musa nel paradiso kitsch fatto di cotone idrofilo e fondali dipinti a tempera di un notissimo brand del caffè con Bonolis e Laurenti.

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Shakira si destreggia invece tra yogurt amici dell’intestino (ma lì c’è lo zampino dei cugini francesi proprietari della holding che detiene il brand incriminato) ed una compagnia di crociere tutta italiana  – e oramai notissima per vicende ben più amare – che la vuole muta e ammiccante in versione sexy marinaretta.

Miley Cyrus provoca seminuda per un noto marchio di collant seviziando peluche ed interpretando semplicemente la “Miley Cyrus” che tutti si aspetterebbero; Owen Wilson dà fondo alla surrealtà di cui tanto suo cinema è impregnato vendendola al non-sense fine a se stesso e senza brio dell’analcolico biondo, e Richard Gere in tempi meno recenti è passato dalle più dignitose automobili ai meno gloriosi ed ultra famosi cioccolatini dorati.

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L’ultima dissacrazione tocca nientepopodimeno che il sacro e saccheggiatissimo Padrino a cui scimmiotta l’ultimo spot di un notissimo amaro, che passa dal “gusto pieno della vita” alla parodia del mito coppoliano, con la colpevole connivenza di che per il maestro Francis era stato picciotto davvero e che se potesse vedersi in differita ruberebbe la celebre esclamazione ad un collega boss cinematografico: “Non me somigghia pe’ niente“.

Gabriella Cerbai

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About the author

Gabriella Cerbai

Classe 1983, laureata in Storia e Critica del Cinema e specializzata in Cinema TV e Produzione Multimediale. Appassionata d'arte in tutte le sue forme, collabora con vari progetti di critica, affiancando quest'attività a quella di programmatrice di festival cinematografici e organizzatrice di eventi.

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