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Francisco Goya: il sonno della ragione genera (ancora) mostri?

Ispirazioni, suggestioni e derivazioni contemporanee dell’irriverente serie de “I Capricci” di Francisco Goya.

Quando Goya realizza I Capricci la serie di 80 incisioni note al pubblico del passato inizialmente come “sogni” e corredate da didascalie di difficile lettura e comprensione, almeno nella loro veste originaria – dati alle stampe da lui stesso nel 1798 e ritirati “dal mercato” dopo appena una settimana, perché troppo sconvolgenti, incomprensibili e pericolosi, la cattolicissima Spagna (che ancora brucia vive le donne accusate di stregoneria) dove egli vive si trova ad affrontare un periodo molto turbolento e così è per la vita del pittore, colpito più o meno misteriosamente da sordità solo sei anni prima, tornando da Cadice. La malattia (a cui va ad aggiungersi un progressivo peggioramento della vista e problemi psichiatrici su cui molto è stato scritto) naturalmente non poteva non influire sulla sua vita e sulla sua carriera, assottigliando ancora di più la già esile linea di demarcazione tra la sua arte di corte – fusione ancora luminosa di cromatismo neoclassico e sensibilità già romantica – e le creazioni controverse del suo vivido “onirismo” che, ad un certo punto, faranno da padrone incontrastate del suo immaginario.

Renato Guttuso, “Il sonno della ragione genera mostri”, acquarello, 1980

La più famosa della serie dei Caprichos è certamente l’incisione n. 43, quella con “Il sonno della ragione genera mostri”, il cui titolo è stato peraltro ripreso nel 1980 da Renato Guttuso, che ha dipinto una sua versione dell’opera di Goya per la copertina dell’Espresso, legando il tema e la frase del pittore spagnolo alla strage compiuta il 2 agosto di quell’anno alla stazione di Bologna, in cui persero la vita 85 persone e altre 200 rimasero ferite. L’immagine di Guttuso ha dato, un paio di anni fa, voce e sostanza ai pensieri di Gino Strada, il quale ha voluto attraverso di essa sottolineare l’urgenza di liberarsi dallo « “strumento” violenza [che] è il mostro, che partorisce nuovi problemi, alimentando la spirale dell’odio» (da un post pubblicato sulla pagina facebook del medico-attivista).

Il male nasce e si propaga facilmente:

Immagine tratta dal film “Brood – La covata malefica” di David Cronenberg (1979)

vengono in mente i piccoli demoni orripilanti (ed anche un po’ ridicoli in realtà) dati alla luce (o forse dovremmo dire all’ombra) dall’utero prolifico e malato della Nola Carveth di “Brood” di Cronenberg.

Ma torniamo all’incisione di Goya (in cui il personaggio dormiente è da identificarsi con l’artista stesso): ciò che la rende stupefacente è la capacità di far scoprire qualcosa che la civiltà e la cultura della fine del XVIII secolo ancora ignoravano, e cioè il caos interiore che abita tutti, «l’animale-uomo (non l’uomo-animale che appartiene alla caricatura)» (Caroli) che si perde nella realtà dei pensieri, l’abisso nero dell’interiorità inesplorata, con tutte le conseguenze che tale caos è destinato a portarsi dietro e a riversare sulla società, coacervo fremente e drammatico di uomini, cioè di creature ambigue. Quella di Goya non è soltanto la rivalsa del provvido Illuminismo, spirito e filosofia a cui lui sarà sempre molto vicino, ma è, più profondamente, un ammettere che l’inferno esiste e non è ultramondano. Per la prima volta, per dirla con le parole di Sedlmayr,«questo mondo dell’orrido è divenuto immanente, connaturato al mondo; si è insidiato nell’uomo stesso. […] L’uomo si demonizza» e, continua,«questo pandemonio di spiriti immondi possiede al tempo stesso una vitalità strana e rabbiosa. Non è una fantasia dell’artista, ma una realtà sperimentata e cruenta», ben visibile e palpabile. Non è un caso quindi che la celebre frase dell’incisione 43 dei Capricci sia stata impiegata nella nostra epoca in un contesto di denuncia socio-politica e che Goya stesso farà uscire, qualche anno dopo I Capricci, altre mirabili serie grottesche su temi di denuncia morale e sociale (I Disastri della guerra, La tauromachia e le Follie o Assurdità). A lui guardano sicuramente Füssli, non meno che Redon, Baudelaire (che a lui dedica pagine di sentito apprezzamento), Ernst, Picasso, Bacon e molti altri; l’artista spagnolo ha aperto la strada a quella feroce poetica dell’orrido che solo un esiguo numero di artisti prima di lui era stato in grado di trattare ed esprimere con tale virulenza, Bosch primo fra tutti.

F. Goya, “Salire e scendere” (Capriccio n. 56), acquaforte e acquatinta, 1797

Ma quale potrebbe essere il senso oggi del tema del sonno della ragione, in un contesto sociale, culturale, psicologico ed antropologico, assai mutato (ne siamo certi?) dai tempi del pittore spagnolo?

L’unico modo che abbiamo per comprendere a fondo il messaggio di Goya è scomporre, dissezionare la frase del “Capriccio” n. 43 ed analizzarla pezzo per pezzo.

Innanzitutto, il “sonno”: è quello che le persone del XXI secolo hanno perso, preda come sono di apnee notturne, di allucinazioni ipnagogiche, dell’insonnia psicofisiologica e di quella da errata percezione:«il sonno è una malattia, quella che più abbrevia la vita! […] Se passi otto ore al giorno dentro un letto, vuol dire che il sonno ti accorcia la vita di un terzo! È come morire a cinquant’anni […]» fa dire Jonathan Coe ad uno dei protagonisti de “La casa del sonno”. Dormire è una perdita di tempo, o una faticosissima impresa costruita su rituali precari; per non parlare poi degli psicofarmaci e di tutte le droghe esistenti al mondo che aggravano certi disturbi, invece di risolverli. Ma forse, oggi come oggi, sonno è anche un modo per dire omertà, generale letargia delle coscienze, il sonno insomma di chi non vuol vedere né agire (e questo spiega la miriade di problemi in cui ci ritroviamo immersi).

Poi c’è la “ragione”, quella che tutti vogliamo avere. “Ragione” quindi non intesa come capacità di raziocinio o spirito critico (sono lontani i tempi della Critica della Ragion Pura, della Ragion Pratica e del Giudizio pubblicate da Kant fra il 1781 e il ‘91) quanto come desiderio di rivalsa, volontà di urlare per non essere sopraffatti. Ancora peggiore è la forza livellatrice del detto “Ai matti si dà sempre ragione”, come se non avesse alcun senso confrontarsi con l’alterità.

Francis Bacon_self-portrait, 1973

Ed infine, i “mostri”: il termine si presta ad accezioni variegate ma in sostanza tutte negative. Eccezion fatta per l’espressione “mostro di bravura”, diciamo “è un mostro!” per riferirci ad una persona spregevole, specialmente nei contesti di cronaca nera (come lo era il famigerato mostro di Firenze); i mostri sono le creature dell’immaginario horror, le maschere di Halloween o, nei casi più felici, i personaggi di qualche racconto fantasy.

Alla luce di tutto questo, possiamo spingerci ora ad immaginare la versione odierna del “Capriccio” n. 43: un uomo non più dormiente ma sveglio, ad ostentare un riso schizofrenico e attorniato da mostri con teste umane invece che animali. Perché il problema ormai sta tutto nell’incomunicabilità tra opportunità ed “effettività”, e tra società e individuo.

Johann Heinrich Füssli, “Silenzio”, olio su tela, 1799-1801

La psicanalisi, di cui Goya può essere considerato, in un certo qual modo, un anticipatore, ha compiuto una rivoluzione che si è interrotta già da tempo: siamo passati dalla scoperta di noi stessi e dall’individuazione personale all’individualismo. Cosa accadrà fra, diciamo, un centinaio di anni? Chi può dirlo, ci vorrebbe un altro sensibile precursore dei tempi della stessa levatura di Goya per saperlo. Per adesso, ci limitiamo a proporre un ipotetico titolo da dare a quell’opera collettiva che è il nostro presente: “I mostri della ragione generano sonni”. O forse è meglio questo: “I mostri generano sogni di ragione”, oppure “I sogni sono mostri di ragione”.

Lorenza Zampa

About the author

Lorenza Zampa

Nata e cresciuta nelle Marche, si forma a Ravenna e Firenze, laureandosi in Storia dell’Arte Moderna. Autrice della raccolta poetica “L’evidenza arresa” (Maremmi Editore), disegna, suona chitarra e batteria e ama la compagnia di musei, libri e film.

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