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Fotografia e Follia

Cinquant’anni di scatti attraverso i volti dei manicomi e degli ospedali psichiatrici: un percorso in cui la Fotografia si fa veicolo di indagine e conoscenza, capace di dare voce a ciò che per anni è stato oggetto di occultamento da parte della stessa società.

Luciano D'Alessandro, Manicomio Materdomini di Nocera Superiore (SA), 1965-68, da Gli Esclusi

Io è tanti

e c’è chi crolla

e chi veglia

chi innaffia i fiori

e chi beve troppo

chi dà sepoltura

e chi ruggisce.

Chandra Livia Candiani

Per secoli tutto ciò che, in qualsiasi misura, sembrava essere in grado di nuocere all’apparente normalità e al regolare funzionamento della società, è stato oggetto di occultamento.

E così i folli – ma anche gli invalidi, gli storpi, gli epilettici, i sordomuti e i paralitici – venivano confinati in manicomi che diventavano delle vere e proprie “città dei matti”, fuori della mura della cosiddetta “città dei sani”.

Lontani dagli occhi e lontani dalla consapevolezza.

Luoghi sfuocati in cui relegare le ombre e i demoni della comunità, nel tentativo di renderli invisibili, epurando la città, simbolo della nostra stessa coscienza, da tutto quello che di spaventoso e mostruoso sembra talvolta annidarvisi.

I primi reperti fotografici di questi luoghi, risalenti alla fine dell’Ottocento, si ponevano l’obiettivo di identificare e classificare, spogliando gli internati della loro identità, che veniva così ridotta a mero fenomeno meccanico.

Solo gli anni ’60 del Novecento, con la loro ondata rivoluzionaria, sono riusciti a rovesciare questa situazione, e la fotografia è passata così da strumento di oggettivazione della realtà a veicolo di indagine e conoscenza, capace di far apparire l’invisibile.

Luciano D'Alessandro, Manicomio Materdomini, Nocera Superiore (SA), 1965-68, da Gli esclusi 2
Luciano D’Alessandro, Manicomio Materdomini, Nocera Superiore (SA), 1965-68, da Gli esclusi 2

Uno dei primi fotografi che ha avuto l’opportunità di documentare la vita nei manicomi è stato Luciano D’Alessandro (Napoli, 1933), con il suo Gli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale, pubblicato nel 1969. Attraverso degli scatti che sembrano quasi accostarci al cuore della sofferenza dei soggetti ritratti, a quella solitudine esistenziale che possiamo riconoscere anche dentro noi stessi, e dentro ad ogni uomo, l’autore si era posto l’obiettivo di riscattare l’esclusione sociale, svelando le condizioni inumane in cui si trovavano i malati, per denunciarle.

Nello stesso anno Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930) e Carla Cerati (Bergamo, 1926) hanno pubblicato Morire di classe. Grazie all’aiuto dello psichiatra Franco Basaglia, che già si stava battendo per la chiusura dei manicomi, i due fotografi sono riusciti ad entrare in numerose strutture, immortalando il profondo isolamento dei ricoverati, smarriti e schiacciati da un luogo che li estraniava sempre più da se stessi.

Il contributo di questi fotografi è stato determinante nella creazione di un vero e proprio movimento di sensibilizzazione sociale: i loro scatti sono apparsi infatti su numerose testate, mostrando ai lettori ciò che fino a quel momento era rimasto nascosto, l’atrocità di quei luoghi che anziché curare alienavano ancor di più l’individuo da se stesso.

Si sono poste così le basi che nel 1978 hanno portato, con la legge 180/78, promossa proprio da Basaglia, alla chiusura dei manicomi (http://www.assarcobaleno.org/?page_id=605).

George Georgiou, dalla serie Hidden Psychiatric Hospitals, 1999-2002
George Georgiou, dalla serie Hidden Psychiatric Hospitals, 1999-2002

Ma il lavoro d’inchiesta fotografica non era ancora finito. La società sarebbe stata in grado di accogliere le persone finalmente e faticosamente uscite da questi “manicomi-ghetto”? Sarebbe stata in grado di reintegrarle? Sono questi gli interrogativi che sembrano porsi gli scatti del milanese Uliano Lucas (Milano, 1942), restituendoci i volti e le storie di questi uomini e queste donne ora non più invisibili, ma legittimati ad esistere, anche fuori dalle mura ospedaliere, in tutta la loro umanità, fatta di gioie e di dolori.

Mentre la Legge Basaglia in Italia riconosceva una dignità ai malati psichici, in altri Paesi la situazione restava però drammatica.

Tra il 1999 e il 2002 l’inglese George Georgiou (Londra, 1961) ha realizzato un reportage fotografico sulle strutture psichiatriche in Serbia e in Kosovo, i cui degenti versavano in uno stato quasi di abbandono, privati di ogni stimolo e costretti a delle condizioni igienico-sanitarie insufficienti, che spesso li portavano a contrarre malattie infettive. Un’umanità annientata, ridotta a fantasma di se stessa.

Laura-Hospes-dalla-serie-UCP-UMCG-2015.jpg
Laura-Hospes-dalla-serie-UCP-UMCG-2015.jpg

Una situazione analoga si è presentata allo sguardo di Franco Guardascione (Napoli, 1969) che, tra il 2008 e il 2014, ha documentato nel suo Gli internauti lo stato degli ospedali psichiatrici giudiziari, una realtà purtroppo dimenticata dalla Legge Basaglia, in cui coloro che entravano, spesso per reati banali e che nulla avevano a che vedere con lo stereotipo del “pazzo criminale”, non ne uscivano mai più, confinati in una sorta di ergastolo bianco, ripiegati in se stessi, come fogli accartocciati in un angolo d’esistenza.

E’ invece esattamente di quest’anno il reportage della ventunenne Laura Hospes (Groeningen, 1994), che presenta una prospettiva direttamente dall’interno dell’abisso, uno sguardo che interroga il proprio dolore riflesso negli occhi degli altri. La giovane fotografa è infatti stata ricoverata in un ospedale psichiatrico a causa di una forte depressione, e nella macchina fotografica ha scoperto uno strumento per fare chiarezza in se stessa, per uscire dall’isolamento e condividere le proprie emozioni.

Una galleria di scatti legati dal fil rouge del bianco e nero che, dagli anni ’60 ad oggi, ripercorre la strada lastricata di luci ed ombre dell’animo umano, dall’abisso della solitudine e dell’incomunicabilità al bagliore della speranza. Una strada fatta di volti, di uomini e donne che chiedono di poter raccontare finalmente la loro storia, di essere ascoltati, guardati e riconosciuti nella loro fragilità. La fragilità di ogni essere umano.

Allison Bersani

Laura-Hospes-dalla-serie-UCP-UMCG-20152.jpg
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Franco-Guardascione-dalla-serie-Gli-internauti-2008-2014.jpg
Franco-Guardascione-dalla-serie-Gli-internauti-2008-2014.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco-Guardascione-dalla-serie-Gli-internauti-2008-2014-2.jpg
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George-Georgiou-dalla-serie-Hidden-Psychiatric-Hospitals-1999-2002-2.jpg
George-Georgiou-dalla-serie-Hidden-Psychiatric-Hospitals-1999-2002-2.jpg

 

Uliano-Lucas-Parma-1984.jpg
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Uliano-Lucas-Al-Bar-Il-posto-delle-fragole-Trieste-1988.jpg
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Carla-CeratiOspedale-psichiatrico-Firenze-1968-da-Morire-di-classe.jpg
Carla-CeratiOspedale-psichiatrico-Firenze-1968-da-Morire-di-classe.jpg

 

Carla-Cerati-Ospedale-psichiatrico-Firenze-1968-da-Morire-di-classe-2.jpg
Carla-Cerati-Ospedale-psichiatrico-Firenze-1968-da-Morire-di-classe-2.jpg

 

Gianni-Berengo-Gardin-Ospedale-psichiatrico-provinciale-Gorizia-1968-da-Morire-di-classe.jpg
Gianni-Berengo-Gardin-Ospedale-psichiatrico-provinciale-Gorizia-1968-da-Morire-di-classe.jpg

 

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Gianni-Berengo-Gardin-Ospedale-psichiatrico-provinciale-Firenze-1968-da-Morire-di-classe.jpg

About the author

Allison Bersani

Allison nasce nel 1985 a Verona. Si laurea in Beni Culturali con una tesi intitolata “Il corpo nell’opera di Egon Schiele e Francis Bacon”.
Da sempre coltiva la passione per la scrittura che la porta a realizzare brevi racconti e a collaborare con riviste d'arte, come i.OVO, in veste di redattrice.

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