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Forme Instabili | Castelli, Laterza, Zanchi

In scena presso Spaziosiena fino al 10 febbraio 2019 la mostra Forme Instabili che raccoglie le opere di Guglielmo Castelli (Torino, 1987), Domenico Laterza (Milano, 1988) e Davide Mancini Zanchi (Urbino, 1986). In Forme Instabili i tre artisti, attraverso le opere esposte, attuano processi di decontestualizzazione delle ipotetiche realtà. Isolando elementi d’uso quotidiano o ricostruendo nuovi scenari attraverso dei frammenti del reale, plasmano ed infine trasformano i loro ambienti quotidiani. Si attuano così dei processi di metamorfosi, come nella pratica pittorica di Castelli dove l’evoluzione in oggetto si concretizza dai paesaggi ai corpi, così come anche nella forma della tecnica pittorica; Laterza invece, nel suo lavoro anima gli oggetti lasciando che questi interagiscano e si contaminino tra loro; infine Mancini Zanchi rivisita alcuni archetipi dell’arte aprendone i confini verso il valore d’uso, in una dialettica fra la tradizione aulica della storia dell’arte e l’iconografia popolare.

La pittura di Castelli contiene diversi elementi e segni, impercettibili ma sostanziali cambiamenti, processi arcani nei quali prendono vita le metamorfosi delle diverse forme. I suoi disegni e le sue pitture si evolvono lentamente e la sua ricerca registra questi cambiamenti in atto. Si tratta di lavori ermafroditi, giano bifronte, equilibrati dal caos stesso che li genera, sfumati dalla figurazione all’astratto, come personaggi antropomorfi che si trasformano in paesaggi.

La scultura di Laterza nasce da una gestualità e non da una progettazione. Il suo lavoro muta con fine ironia ed indaga le dinamiche, gli oggetti e i luoghi del quotidiano. La ricerca dell’artista è finalizzata a dare a questi elementi – ibridi che si trovano in uno stato di equilibrio precario tra identità, scultura e ordinario – una nuova vitalità ed una diversa fruizione. Ed è così che, partendo dal conosciuto e dal comune l’opera diventa il mezzo per creare situazioni sinestetiche.

La ricerca artistica di Mancini Zanchi, al di fuori di etichette e definizioni, vede il riposizionamento e la reinterpretazione della forma e degli oggetti della quotidianità. La sua pratica, polimorfa e transmediale, lo porta a mutare l’aspetto primigenio della materia e ad analizzarne i suoi aspetti – che si tratti di un tessuto, di un quadro o di una stampella. Un insieme di indagini che tendono a confluire in un’unica linea poetica, flessibile e liquida come la musica jazz.

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