Arte e Fotografia

Fondazione Morandini: arte concreta

Nel pieno centro di Varese sorge uno splendido edificio di inizio ‘900, Fondazione Morandini, circondata da un piccolo parco di alberi secolari che la proteggono con la loro ombra e la loro discrezione. Dal 2017 la villa ospita la Fondazione Morandini. Marcello Morandini, uno scultore, architetto e designer che a Varese vive e lavora sin dalla prima adolescenza e che qui ha voluto ubicare, acquistando le quote della villa appartenenti alle quattro sorelle, una Fondazione che porta il suo nome.

L’edificio, ristrutturato a partire dal 2017 con il pieno sostegno dell’amministrazione di Davide Galimberti, è stato inaugurato come Fondazione Morandini nel 2021. La villa è concepita con tre fini convergenti: essere una casa d’artista studiata con cura meticolosa, per ospitare il meglio della produzione dell’artista; fungere da originale spazio espositivo in grado di accogliere anche altri eventi culturali; e divenire una residenza temporanea per giovani artisti, italiani e no.

Lo spazio merita una visita per la sua eleganza e cura formale e per la qualità delle opere, e fa in un certo senso pendant con un capolavoro assoluto qual è Villa Panza, nella bellissima cornice del rione di Biumo Superiore e proprietà del FAI.

Fondazione Morandini ospiterà sino al 5 novembre la mostra Arbeitskreis 1972/2022, Esperienza costruttiva europea. I venti artisti esposti in questa retrospettiva coincidono con i maggiori protagonisti dell’esperienza di questo Gruppo di lavoro internazionale per l’arte costruttiva, un episodio un po’ trascurato dalla critica, che spesso ne confonde l’identità con altri movimenti artistici, ma non per questo minore.

Oltre allo stesso Marcello Morandini, sono esposte opere di Jose Bréval (F), Pierre De Poortere (D), Norman Dilworth (D), Tibor Gayor (HUN), Paolo Ghilardi (I), Jörg Hans Glattferlder (CH),  Ewerdt Hillgemann (ND), Julije Knifer (HR), Matti Kujasalo (FI), Richard Paul Lohse (CH), Peter Lowe (UK), Dora Maurer (HUN), Paolo Minoli (I), François Morellet (F), Diet Sayler (RO), HD Schrader (D), Ryszard Winiarski (PL), Guy Vandenbranden (B) e Alberto Zilocchi (I). La voluta assenza di una definizione programmatica del gruppo ne ha favorito l’unità del gruppo nonostante la diversità delle sperimentazioni di ogni suo membro.

L’Arbeitskreis è stato attivo dal 1972 alla fine degli anni ‘80. Ha prodotto esposizioni itineranti, meeting annuali, seminari, simposi, conferenze e portfolio. Nel 1977 Varese ha ospitato una mostra, Sul concetto di serie, in occasione del secondo meeting del gruppo. In un’importante mostra tenutasi a Varese tra il 1984 e il 1985, Le strutture della visualità – Corpo Superficie Movimento Luce, a cura di Hans Heinz Holz, ospitava opere, tra gli altri, di Glattfelder, Lohse, Morandini. Varese è stata dunque una città attenta a questo movimento anche a prescindere, almeno in parte, dall’attiva presenza in loco di Morandini.

Il pannello che apriva la penultima sezione così recitava: «Che cosa sia il tempo lo apprendiamo attraverso lo spazio. Noi ci muoviamo da un luogo all’altro, il tempo scorre, il Qui e l’Ora ci sono prossimi. Ciò che è distante appartiene al futuro, sarà presente solo allorché saremo giunti sin là. Un’opera d’arte non si modifica. Non può mostrare il tempo in sé medesima, deve bensì mediarcelo attraverso la rappresentazione dello spazio. Lo scorrere degli allineamenti in giustapposizione o in successione, ci permette di esperire lo spazio in termini di tempo. Le deviazioni da una forma regolare sono colte come una modificazione, dunque come un processo. Un movimento non concluso, fissato per così dire in un’istantanea, è portato a compimento dalla nostra immaginazione, e pertanto trasformato nella dimensione temporale. Là dove dobbiamo seguire con l’occhio la pennellata come un ampio, rapido gesto del pittore, un tranquillo e ordinato disporsi di superfici si muta in una mossa storia di cominciamenti, l’immagine ci fa vedere il tempo in quanto noi attuiamo il suo divenire». Questa riflessione non coincide per intero con la poetica del gruppo, ma vi si avvicina molto e ci aiuta a capirla. Vediamo più da vicino.

L’aspirazione originaria dell’Arbeitskreis, che lo distingue da tutte le avanguardie artistiche del ‘900, incluse quelle più prossime come il costruttivismo (soprattutto per la ricerca di una sintesi tra architettura, scultura, pittura e design), il suprematismo (per la stesura cromatica uniforme), il neoplasticismo olandese (per la geometrizzazione delle forme), il design razionalista e le ricerche di Max Bill e, in parte, di Victor Vasarely, è la liberazione dell’arte da ogni residuo naturalistico senza con questo rinunciare alla forma, anzi con una predilezione verso forme geometriche che il colore accompagna con ritmi regolari, dominati da una serialità con variazioni. Un’arte visiva (mi azzardo a definirla teoretica) che costruisce lo spazio e mira ad una coerenza integrale e totale. Questa aspirazione alla purezza spaziale prosciuga la forma sino alla sua essenza geometrica, componendo (con-ponendo) gli elementi, ridotti al minimo, in un ordine logico e sequenziale che unifica, semplificandolo, il ritmo dell’opera. È evidente il ricorso a modelli matematici che ora si affiancano, ora si sovrappongono, ora divergono quasi impercettibilmente, almeno ad una prima osservazione. La pittura crea l’oggetto fisico e questo a propria volta si scandisce nella pittura.

I presupposti filosofici del movimento, non necessariamente voluti, piuttosto semmai assorbiti dall’atmosfera intellettuale degli anni ’60, si possono rintracciare soprattutto nello strutturalismo e nelle teorie del linguaggio come costruzione di mondo. La cultura non è mai il riflesso della natura, ma produzione autonoma. L’arte è costruttiva in quanto generativa secondo rigorosi princìpi compositivi e formali, esattamente come è il linguaggio, che non nomina cose ma concetti. Ed è arte concreta in quanto da ideale metafisico si concretizza nel farsi dell’opera, nel suo persistere che racchiude in sé l’essere divenuta nel processo creativo fino a concludersi.

L’esame del percorso creativo di Marcello Morandini meriterebbe un intero articolo. Lasciamo al visitatore il compito di approfondire questo capitolo, con l’ausilio del catalogo curato da Marco Meneguzzo, di un volume che uscirà a breve grazie a Silvana Editore (Arbeitskreis 1972-2022 – Un’esperienza costruttiva europea) e di due volumi dedicati al maestro da Ca’ Pesaro di Venezia (2008, Skira) e dal MAGA di Gallarate (2017). Ci soffermiamo così su due autori che hanno maggiormente colpito la mia attenzione.

Peter Lowe (Londra, 1938).

L’interesse di Lowe per l’astrazione costruttiva iniziò già nel 1955 quando, all’età di diciassette anni, visitò Parigi e rimase affascinato da una mostra di scultura che includeva opere di Naum Gabo, Hans Arp e Alexander Calder.

Entrò a far parte, a partire dagli anni ’60 del primo gruppo artistico britannico a lavorare all’interno della tradizione costruttivista europea. Alla fine degli anni ’70, è diventato membro di IAFKG (Internationaler Arbeitskreis für Konstruktive Gestaltung, in seguito noto semplicemente come Arbeitskreis), un gruppo artistico costruttivista paneuropeo, e ha preso parte a numerosi loro spettacoli e progetti, tra cui la realizzazione di una grande scultura outdoor nella regione di Fulda nella Germania centrale. A Lagamas, nel sud della Francia, ha recentemente prodotto un’installazione all’aperto che rispecchia un’opera musicale del compositore Eric Fischer.

Gli artisti europei a cui Lowe ha spesso fatto riferimento includono in particolare Theo van Doesburg e i due artisti svizzeri, Richard Lohse e Max Bill. Il concetto di “arte concreta” di Bill (Art Konkret) è particolarmente rilevante per Lowe. “Usiamo il termine concreto”, ha scritto Bill, “per riferirci a quelle opere che si sono sviluppate attraverso i propri mezzi e leggi intrinseche e che non hanno alcuna relazione con i fenomeni esterni”.

In questo senso concreto, le opere di Lowe sono oggetti “interi” a sé stanti, non astrazioni dal mondo visibile. L’applicazione di un numero relativamente piccolo di concetti o sistemi geometrici e aritmetici di base, può produrre una vasta gamma di diversi oggetti e varianti.

Tibor Gayor (Rákospalota (HU), 1929).

Tibor ha trascorso i suoi primi anni a Budapest e poi a Vienna come architetto. Dal 1963 si occupa di pittura e grafica. Negli anni ’60, e dopo un breve periodo di arte concettuale a partire dal 1972, esplora le relazioni tra piano e spazio, creando oggetti grafici e bifacciali, utilizzando fogli ripiegati per sfruttare appieno la superficie dell’immagine. Le superfici sovrapposte, per lo più bianche, hanno un effetto plastico.

Tibor Gáyor è uno degli eccezionali creatori dell’arte contemporanea ungherese, che partecipa regolarmente e organizza mostre d’arte nazionali e internazionali dall’inizio degli anni ’70. Tibor aveva partecipato all’esposizione del 1977, tenuta presso Villa Mirabello a Varese.

La mostra inaugura la stagione espositiva della Fondazione Morandini a Varese, posizionandosi come centro di produzione artistica di altissimo livello e con un respiro internazionale.

Eva Pugina

About the author

Eva Pugina

Formazione in storia dell'arte, con un master specialistico in progettazione culturale, mi occupo di ideazione e gestione di eventi e spettacoli en plein air. Curo l'attività di ricerca storica, iconografica e scientifica, la redazione, la traduzione in francese e in inglese e l'impostazione grafica. Assistente di produzione per il settore audiovisivo-documentaristico.