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Fermo Immagine #8

Quale casa? La casa è pensiero? Un’ipotesi tangibile? Talvolta, leggera si solleva e vola via, Dorothy docet. Sfugge anche se è lì. Altre volte si trasforma in una trappola. Costruita con estrema cura da noi stessi. Nessuno infatti è padrone a casa propria, afferma il detto. Un inferno, come qualcuno ha scritto nei giorni di lockdown appena trascorsi. “Io sono una casa. E’ buio al mio interno. La mia coscienza è una luce solitaria. Una candela al vento. Tremola. Da una parte e dall’altra. Tutto il resto è avvolto nell’ombra. Tutto il resto giace nell’inconscio. Ma le altre stanze ci sono. Nicchie, corridoi, scale, stanze, porte…sono sempre lì.” Così parla ai suoi esimi colleghi, durante una presentazione ufficiale delle sue ricerche, S. Freud nella serie omonima. La casa coincide con il mio corpo. Non esclusivamente materiale. Non a caso si arriva ad affermare con vigore sono fuori di me, per rimarcare lo stato di alterazione e rabbia che ci pone al di fuori di noi stessi. Casa come organizzazione, come status quo, come tutto a posto (e niente in ordine), per l’appunto. Lo spazio domestico è da sempre sinonimo di sicurezza, nei giochi dei bambini, si grida casa! per dichiarare la propria salvezza e inviolabilità, ma allo stesso tempo è proprio tra le stesse mura che si annidano violenze, incubi, drammi e tragedie, spesso silenziose, ricucite sotto la pelle e portate per tutta la vita come macigni di lame dentro il petto. House, l’opera temporanea, realizzata nel 1993, dalla scultrice Rachel Whiteread nella zona est di Londra è un’intervento monolitico e concreto, nel vero senso della parola, in cui il calco interno di una tipica casa della zona ci restituisce tutto il peso della vita interiore dell’ambiente domestico. L’abitazione di Mr Sidney Gale, dopo una lunga battaglia legale, dovrà essere demolita ed è qui che interviene l’artista in uno dei migliori lavori di arte pubblica mai realizzati. Un rovesciamento che disvela e impone la cruda impenetrabilità del mondo interiore. Un’escrescenza che, anche se per un breve periodo, ha diviso l’intera capitale e il sistema dell’arte in un dibattito sulle questioni dello spazio pubblico. Mattone dopo mattone in un’azione decostruttiva la Whiteread ci restituisce un’immagine lapidaria del nostro Io, della nostra resa dei conti. In fin dei conti la casa è una perversione come affermava Bruce Chatwin.

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CASA: In gr. KAS – pelle e SKIA’- ombra, SKE-NE’luogo dove dimorare al coperto, tenda/capanna. In lat. CA-STRUM accampamento, CA-SSIS- elmo, ma anche l’italiano Casacca, come indumento.
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Gordon Matta-Clark, Conical Intersection – 1975

Esterno/Interno. Organismo separato e allo stesso tempo osmotico, la casa è soglia, riparo e motore immobile delle nostre esistenze. Nel celebre film Caro Diario del 1993, il regista Nanni Moretti dichiara quanto sarebbe bello un film fatto solo di case, per poi lanciarsi in un breve road-docu-movie attraverso diversi quartieri di Roma. A un certo punto Moretti sente la necessità di “entrare dentro”, di varcare la soglia per percepire un odore, attraversare un’intimità, sognare per un momento. Ecco che suonando un campanello con una scusa per poter anche solo per un attimo entrare in uno spazio altro, si scivola nella magia dell’ordine-disordine altrui. Riflesso rappreso della nostra personalità, il regista romano si trova al cospetto di un’entità identitaria e narrativa che impregna le architetture della personalità e delle storie dei padroni di casa. Siamo ciò che mangiamo, siamo anche ciò che costruiamo. Difatti, l’architetto Yona Friedman, ha sempre lottato per una autodeterminazione dell’abitare, nel senso che tutti gli esseri umani sono in grado di trasformare lo spazio in abitazione, attraverso gli strumenti del progettare e realizzare in pratica. Una poetica utopica e necessaria che torna nelle pratiche dell’anarchitettura di un altro protagonista del nostro tempo: Gordon Matta Clark (New York, 1943-1978). L’artista/architetto nel 1975 realizza il suo intervento più noto, dal titolo Conical Intersection, all’interno di un palazzo in demolizione adiacente alla struttura in costruzione del Centre Pompidou a Parigi. Una corsa contro il tempo e congiuntamente un corpo a corpo con un edificio che si trasforma nella fantasia dell’architetto in una dimora del passato abitata da fantasmi. L’intervento assume quindi i caratteri della trasmutazione alchemica, del rito liberatorio, dello scontro con la materia fisica e intima per ricondurla all’ordine geometrico e al disvelamento. L’effetto finale è un voragine orizzontale, visibile dalla strada, con tagli e sfondamenti interni al palazzo stesso che ne sovvertono la partitura interna in una surreale, ironica e sicuramente drammatica riconfigurazione. Per Matta Clark interessato agli spazi interstiziali, alle condizioni di abbandono, all’architettura come processo filosofico e fisico al contempo, il taglio, la lacerazione, il distacco restano le chiave di volta di una poetica che ha fatto scuola in vari campi d’azione dell’arte contemporanea.

Fabrizio Ajello 

In copertina: Rachel Whiteread, House, East London, 1993 (Photo by Richard Baker / In Pictures via Getty Images)

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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