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Fermo Immagine #6

La parola monumento proviene dal latino monere, ossia ricordare, ammonire. Il passato, per sua natura, può essere piacevole o drammatico, e sarebbe sempre il caso di tenere a mente l’ambivalenza e tutte le sfumature della natura umana. Riflettendo bene, nella radice stessa del termine monumento è insita la sua potenza polarizzante e frangente. Magnificenza e miseria si aggrovigliano nelle concrezioni della Storia. Nel bene e nel male con queste rappresentazioni ci si identifica o vengono sofferte come un’onta. Il passare del tempo rende giustizia ai monumenti? O meglio i monumenti non dovrebbero essere sempre sottoposti a uno sguardo critico? Di conseguenza cosa accade quando si inabissa lo sguardo critico per far emergere l’istintualità viscerale, propria delle varie ignoranze di andata e ritorno? Si tirà giù ciò che è scomodo, ciò che incarna il presunto male. Il passato che preme, imponendo mutamenti scomodi, non si mette in discussione, si elimina. Un’evirazione che non c’entra nulla col riscatto, con la presa di coscienza, ma deborda in roba da teppismo, da rutto e sberleffo. Iconoclastia ri-montante, in cui tifare rivolta sembra l’unica opzione, perchè dietro il dacapitato di turno torna il sereno e un panorama finalmente sgombro da capocce fastidiose, ingombranti e non politically correct. In agguato rimane sempre l’immagine postuma, l’impossibilità di cancellare la storia, prendendosela con delle opere, spesso anche di dubbio gusto. L’artista Maurizio Cattelan nel 2010 riesce a condensare la contraddizione intrinseca della natura del monumento, nello straordinario L.O.V.E.. Libertà, odio, vendetta, eternità e ovviamente AMORE. Partita chiusa. In un atto unico, potentissimo, birichino, mozzate le altre, viene mostrato il dito medio. Il saluto romano in marmo di Carrara deturpato dallo stesso artista, per trasformarsi in un’irriverente sberleffo urbi et orbi. Una dichiarazione nel tempo e fuori dal tempo. Prendendosi lo spazio. Uno spazio fortemente contraddistinto da palazzo Mezzanotte, dalla sede della Borsa e dal dio denaro che impera oggi dove in epoca romana sorgeva un teatro. Enigma. Molto probabilmente in futuro, un monumento dovrà mantenere questa somma distanza in un’invadente presenza.

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Colore dalla radice sanscrita kal-, da cui il sanscrito kalanka = macchia e kala = nero, oscuro. Ma anche in greco κελαινός ovvero nero, oscuro, come in latino celare = nascondere, oscurare.

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La Madonne delle Milizie o Maria S.S. delle Milizie di Scicli

Nel 1091, almeno stando alla tradizione, nei pressi di Scicli, in Sicilia, stava per sbarcare il temuto esercito saraceno con a capo il terribile emiro Belcane. A quel tempo l’isola era sotto la dominazione normanna di Ruggero D’Altavilla e i saraceni avevano deciso di riscattare i tributi a loro dovuti, sottomendola interamente. Impreparati e spaventati dalla superiorità dell’avversario, si narra che sciclitani e normanni invocarono l’aiuto della Vergine Maria che intervenne nello scontro su di un candido destriero, sconfiggendo l’armata saracena e ricacciando “gli infedeli”.  Ancora oggi il simulacro della Madonna delle Milizie (dalla contrada in cui sarebbe avvenuto lo scontro tra i due eserciti), è conservato nella Chiesa Madre e venerato dagli Sciclitani, ma soprattutto sarebbe l’unica raffigurazione al mondo della Madonna come guerriera incoronata, in sella ad un bianco destriero, sovrastante due soldati saraceni, imploranti pietà. Spesso durante le celebrazioni in onore della Vergine, il simulacro viene agghindato di abbellimenti floreali che probabilmente in una rimozione inconscia nascondo alla base i due soldati di colore che vengono schiacciati dal bianco destriero. Come ci si pone davanti ad una rappresentazione sacra così dirompente oggi? Quali riflessioni e reazioni provoca la raffigurazione inequivocabile della dinamica in cui un “bianco” schiaccia e scaccia un “nero”? Protagonista assoluta poi, è la Madonna in armi e non una figura maschile a compiere il gesto. Possiamo parlare finalmente di pari opportunità? Di rivincita dell’altra metà del cielo? Cosa rappresenta questo crocevia di storia, leggenda, credenza popolare, sentimento religioso, identità comunitaria, indicatore di valori morali, centro nevralgico della festa più importante di un intero Paese? Siamo pronti a condannare, ad assaltare e profanare o siamo in grado di comprendere e dare spazio alle articolazioni del pensiero che ci rivelerebbero molto su di noi e sul mondo attorno, tra presente, passato e futuro?

Fabrizio Ajello

In copertina: Maurizio Cattelan, L.O.V.E. – 2010 (piazza degli Affari, Milano)

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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