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Fermo Immagine #4

Piacere e conseguente stretta di mano. Un momento e un gesto che hanno accompagnato tutti noi, prima che la pandemia ci precipitasse nel distanziamento sociale degli ultimi mesi. Il porgersi la mano destra, che in passato avrebbe potuto stringere un’arma, era un segnale d’intesa, di fiducia, di apertura: un vero e proprio laboratorio sociale, in cui la mano è il punto di partenza, il vero e proprio innesco. Baudelaire parlava di comunicazione per contagio. E ancora la poetessa Marina Cvetàeva rivelava in una sua celebre composizione la magia dell’incontro di due mani così: il percorso attraverso mille arabeschi in cui si cerca di trovare sotto la settima pelle lo spigolo sporgente dell’anima. Gesto semplice ma potente. Simbolo assoluto di un equilibrio sociale, di un’alleanza fraterna e al contempo di una presa di posizione e di un vincolo inscindibile. Nell’intensità della stretta solitamente viene svelato anche il carattere delle persone e persino un silente gioco di ruolo per definire una gerarchia di potere tra i due attori del gesto. Atto di fiducia, di accoglienza che l’artista Adrian Paci ha radicalizzato in una performance semplice quanto assoluta: The Encounter. Si tratta di una lunga fila di persone in attesa della stretta di mano dell’artista: un gesto minimo, ma carico di significato in una piazza vuota. Una nuova geografia di corpi in attesa a cui ci siamo ormai abituati. “The artist is present” nel vero senso della parola, nell’attesa, nel calore di una mano da stringere, nell’essere insieme per un motivo estremamente semplice e straordinario. Nello stesso tempo la ripetizione estenuante e ossessiva sembra voler corrompere la singolare sintonia momentanea di un atto speculare, quasi a volerlo travalicare. Incontrarsi è un’affermazione fisica intensa, silenziosa e com-promettente, perchè comunque sempre complessa e ambigua, seppure nella grazia di un gesto misterioso quanto eterno.

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Stretta di mano – dal greco dexiosis, in latino dextrarum iunctio; la mano salda e vigorosa ha da sempre indicato generali, condottieri, eroi e malavitosi.
Mano morta – dal francese main morte che indicava nella legislazione longobarda i beni immobiliari che non possono essere ceduti ad altri e privi di tassazione.
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Louise Bourgeois, The welcoming hands – 1996

Le nostre mani sono d’altronde un grumo di storie, anche se articolato in  mimiche e gestualità antiche e sovrascritte. La chiromanzia, ad esempio consente di leggere le linee e la conformazione della mano per intuire il futuro e prevedere il destino. Un’intera esistenza a portata di mano. Insomma, in un mondo sempre più connesso e ridotto per distanze geografiche si “agita(va)no mani”, per dirla con la dizione inglese handshake; ovviamente questo movimento era finalizzato a confermare la mancanza di qualche stiletto o pugnale celato nelle maniche. Ad ogni modo queste nostre estremità preziosissime rivelano tanto quanto i nostri occhi e sono eloquenti nell’intrico di segni impressi dalla vita. Le mani in quanto frammento, in cui il loro portato simbolico esula dal resto del corpo per imporsi drammaticamente, sono le protagoniste dell’opera The welcoming hands dell’artista Louise Bourgeois. Moncherini che si protendono, si cercano, si proteggono, si mostrano, si distendono, si fondono. In questo lavoro lirico e poderoso (bronzo su granito) si smarrisce l’appartenenza dell’arto, a favore dell’emersione di una materializzazione dell’urgenza. Offerta? Sacrificio? Affermazione? Mutilazione?  C’è una sottile connessione tra le mani della Bourgeois e le impronte di mani preistoriche, presenti in diverse grotte sul territorio europeo e sudamericano, soprattutto alla luce degli studi sulle mutilazioni rituali. Nel celebre film Totò lascia o raddoppia il grande comico napoletano nei panni del Duca Gagliardo della Forcoletta flirtava con una splendida Dorian Gray, sussurrandole: che mani meravigliose che ha! Ma, mi dica, sono sue? Uh, scusi confondevo…In effetti le nostre mani non sono mai solo nostre; sono un confine labile, il punto di incontro, riconoscimento e smarrimento nel prossimo. Non potremo sottrarci a lungo al contatto e alla necessaria sensazione di stringerci, sfiorarci, conoscerci e ri-conoscerci.

Fabrizio Ajello 

in copertina: Adrian Paci, The Encounter, 2011

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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