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Fermo Immagine #3

Gli artisti non sono profeti. Chi lo afferma cade nell’inesorabile trappola dell’interpretazione ex post. Una visione romantica e medianica dell’arte genera non pochi misunderstanding. Gli artisti annusano il Tempo, ma non sono mai esclusivamente nel (loro) tempo. L’artista dà alla luce, mescolando sempre una parte di tenebra. Genera una selva di segni.  Il resto è opera di chi interpreta, chi proietta sopra. In breve l’artista è instabile senza per questo anticipare, niente spoiler, in caso rimette in discussione, fende e determina questioni assolute, senza dover-voler trovare risposte chiarificatrici o soluzioni.  Collassi ed emersioni; sabotaggi e fibrillazioni. Disarticola ed opera nella distanza, d’altronde l’artista non è l’opera. E proprio come affermava A. Kiefer di Genet: lui accetta la distanza come un destino. L’unico punto in comune tra l’artista e il profeta è che, se realmente lo sono,  entrambi lo sono da sempre. La revisione pittorica di Markus Schinwald, Grita, ad esempio, potrebbe risultare profetica (come centinaia di altre opere d’arte) in relazione con l’ormai familiare mascherinizzazione della società. Anzi lo sguardo severo della ragazza sembrerebbe fissarci truce, quasi a volerci costringere in un imbarazzo, frutto delle nostre scelte criminali: disastri ambientali, capitalismo forsennato, diseguaglianze sociali, sfruttamenti assortiti, fate un po’ voi. Il punto è che non è affatto così. Grita fissa noi esseri umani prima, durante e dopo l’emergenza. Grita è allo stesso tempo la vita, altro rispetto alla vita, l’emergenza stessa e tutto quello che sfugge. In quello sguardo abita uno spazio in cui non si intravede una fine.

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Profeta: dal greco pro-avanti e femì-dire, colui che predice. Dire, inoltre dal latino dicere-mostro, indico, dimostro, racconto, dico, denuncio, da cui anche dito, dittatore, ma allo stesso tempo: docente e didattica.
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Una still della performance di Nico Vascellari I trusted you, 2020

Consideriamo il lavoro teatrale Go Down, Moses di Romeo Castellucci. Il Profeta affrontato da un artista in un dramma che separa, corrompe e si corrompe. Un’opera che non si piega alla narrazione della storia di Mosè, non vuole essere racconto, ma esilio nella sua accezione più assoluta. Un’assenza che si frammenta e si ricompone in luci e ombre, in destini collettivi e imperscrutabili solitudini spaventose. Impronta che spesso s’impone visivamente risultando ancestrale e radicale. Questa messa in scena è il segno per l’appunto dell’esserci dell’essere umano in ogni sua dinamica contrastante. Mosè e Aronne sono fratelli, ma allo stesso tempo due facce della stessa “medaglia”, uno ostaggio di un incepparsi del linguaggio, l’altro completamente in balia di un eccesso ingestibile del linguaggio stesso. Tra i due estremi germoglia e si consuma l’azione in quanto pura energia: il deserto, dove l’immagine non può che essere miraggio. Interpretazione dell’evanescenza. Equivoco. Ma pur sempre interpretazione. Per l’appunto a cosa si riferisce l’artista Nico Vascellari con il suo I trusted you nella sua recente 24hours performance? Messa in atto durante il delicato passaggio tra la fase 1 e 2 del lock down, l’artista ripete martellando su una base minimale e in un spazio neutro, per ventiquattro ore, sempre e soltanto quella frase che, in un mantra apocalittico, assume tutte le possibili interpretazioni, spostando il pensiero tra presente, passato e futuro. Questioni in fondo anche di tensione e resistenza. Ti ho creduto e quindi? A cosa ho creduto? E adesso? Cosa è in ballo? A cosa possiamo ancora credere? Cosa vuol dire in effetti credere se non dovere comunque in qualche modo interpretare? Le risposte potremmo trovarle nello sguardo di Grita.

Fabrizio Ajello

in copertina: Markus Schinwald, Grita, 2012

 

 

 

 

 

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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