Interviste

Federico Solmi | 20 anni a New York

Questo tempo sospeso e pieno d’incertezza che gli eventi contemporanei ci impongono è occasione di riflessione per tutti. Chiusi nelle nostre case ci arrangiamo cercando di dare un senso a qualcosa di inaspettato e spaventoso che ci è arrivato addosso all’improvviso. Oggi però abbiamo la possibilità di raggiungerci e incontrarci virtualmente, ed è quello che facciamo con Federico Solmi (Bologna1973), artista italiano di talento, trapiantato a New York dal 1999, dove ha mosso i primi passi e dove oggi si è imposto come uno dei più significati videoartisti del panorama contemporaneo.

Leggendo la tua biografia si capisce che il tuo percorso non è stato facile e il successo di oggi non così immediato. Com’è iniziata la tua avventura nel campo dell’arte? Quando e perché hai deciso di voler essere artista? 

Sono partito per New York nel 1999, pensando ingenuamente che New York fosse per un artista il centro del mondo. In Italia di crisi ancora non se ne parlava, il mondo dell’arte e l’economia funzionava bene, c’era entusiasmo. Oggi dopo 20 anni penso ancora di avere fatto la scelta giusta, a New York ho avuto l’opportunità di vedere il meglio della produzione artistica contemporanea, che senza dubbio è stata fondamentale per la crescita del mio lavoro.

Tu vivi e lavori a New York da diversi anni ormai, perché hai deciso di lasciare l’Italia? Com’è stato per un italiano iniziare nella grande mela? 

Quando ho deciso di fare l’artista, ho pensato che per farlo al meglio, dovevo trasferirmi nel luogo dove, secondo me, l’arte era al centro, dove potevo vedere tutto del panorama contemporaneo. New York in quegli anni, ma anche oggi, era il luogo più completo e coinvolgente, il più estremo, se vuoi anche difficile, dove tutto è potenziato, ma dove il livello è altissimo, dove senza dubbio ci vuole maggior impegno, costanza e determinazione, però anche i risultati alla fine possono essere di grandissima qualità”.

The Great Debauchery, 2019 Acrylic paint, gold leaf, silver leaf, pen and ink, and mixed media on 3 wood panels with shaped wood relief, 72 x 240 x 3 inches (6 x 20 feet) Image courtesy: Ronald Feldman Gallery, NY and Luis De Jesus, Los Angeles

Qual é stata la tua formazione artistica? 

Direi piuttosto anomala, sono un artista autodidatta. Non ho mai frequentato accademie, o un’Università dell’arte, né ho mai avuto un professore o un mentore. Inizialmente per me è stato più difficile, perché ho dovuto fare tutto da solo, partire da zero, ma questo mi ha creato un grande bagaglio di esperienza diretta, che, superati i primi 5-6 anni in cui mi sono formato, mi sono ritrovato dopo. Adesso a distanza di tanti anni nel mio studio a Brooklyn preparo ogni anno molti eventi, mostre, progetti pubblici per musei, piazze e gallerie d’arte. Mi avvalgo di assistenti, che mi aiutano in certe fasi del lavoro, ma ogni mia opera è seguita in ogni passaggio direttamente da me con tanta passione. In fondo sono una specie di regista, direttore d’orchestra, che studia, progetta, realizza un’opera d’arte in tutti i passaggi. A me non interessa creare una factory, io voglio rimanere il protagonista del mio lavoro. Una mia opera è spesso qualcosa di complesso, formata da manualità e tecnologia insieme, che danno vita a qualcosa di ibrido, come le mie video installazioni o le opere che chiamo video painting. 

Qual é la caratteristica principale della tua arte e dove trovi l’ispirazione? Qual’é il messaggio che vuoi esprimere con le tue opere?

Senza dubbio si vede che il mio lavoro è generato in una metropoli frenetica, come è New York. Un misto di spettacolo e arte, specchio di una società degenerata e piena di disfunzioni, soggetta a continui stimoli, finti miti e cambiamenti di mode repentine, che però hanno secondo me un effetto positivo. Le mie origini italiane, fatte di tradizione, manualità e studio di materiali, combinato con quello che considero il fulcro del nostro tempo e più precisamente la tecnologia, danno vita al senso del mio lavoro, che più che un messaggio vuole esprimere il mio pensiero e la mia personale visione della realtà.

“The Grand Masquerade”, installation view at Tarble Arts Center Eastern Illinois University,
Image courtesy: Ronald Feldman Gallery, NY and Luis De Jesus, Los Angeles

Che influenza ha avuto il tuo paese di origine sul tuo lavoro?

Certamente le mie origini italiane hanno contato e contano molto! Direi moltissimo! Il mio bagaglio di italianità c’è da sempre nel mio lavoro, in questi ultimi anni si sente ancora di più, anzi direi che sta diventando fondamentale. L’arte in Italia si respira ovunque e non possiamo evitarla e questo me lo sono portato dietro in America. Tutto il mio background è italiano. Mi ricordo che quando passeggiavo la notte per le strade della mia città Bologna, stavo sempre con naso in su, sperando ci fossero finestre illuminate per vedere i soffitti affrescati. Questi affreschi se vuoi si possono rileggere nelle mie opere di oggi, che sono delle storie da scoprire. Ho sempre cercato di imparare dai grandi artisti, studiato le loro biografie, approfondito i loro percorsi artistici, cercando nelle parole degli artisti, e non dei critici, qualcosa da seguire, che mi ispirasse un messaggio moderno da dare col mio lavoro. Non solo, io mi porto dietro anche la cultura cinematografica italiana dei film di Fellini, Visconti, Antonioni, che studio tutt’ora. Recentemente sono rimasto molto colpito nel vedere uno dei primi film di Antonioni del 1947, Gente del Po, un’opera che mi ha commosso molto… Ultimamente sto riscoprendo la sensibilità e la poesia di questi autori, che tanto ammiro sperando di rimanerne inconsciamente influenzato…

C’è un artista del passato o più di uno, che ammiri particolarmente da cui trai ispirazione? Il tuo linguaggio è indubbiamente molto originale, ma c’è nel contemporaneo qualche artista o corrente a cui fai riferimento?

Ho sempre ammirato il Rinascimento fiorentino e il ‘400 italiano, soprattutto Masaccio e Paolo Uccello. Un altro artista che studio da sempre è un altro italiano, il bolognese Annibale Carracci, mentre per il novecento adoro l’opera di Giorgio Morandi e di Giorgio De Chirico. Nel panorama contemporaneo ci sono tanti artisti che credo mi abbiano influenzato…come Christian Boltanski, Leon Golub, William Kentridge, Anslem Kiefer, in questi artisti sono rimasto molto colpito dalla travolgente sincerità delle loro opere, ho trovato in loro un qualcosa di imperfetto, o meglio di indefinito, che tuttora mi affascina e commuove.

L’Italia è una terra contraddittoria ma bellissima, patria di una delle più importanti e storiche manifestazioni d’arte contemporanea, la Biennale di Venezia. Cos’è secondo te che l’Italia non riesce a dare ai suoi artisti contemporanei?

In Italia vengo spesso non solo per visitare la mia famiglia, ma anche per lavoro. Proprio a fine febbraio, quando è scoppiato il caos, io ero a Roma per definire due progetti importanti. Il problema dell’Italia oggi secondo me, è l’esagerata burocrazia, che rallenta tutto e impedisce di lavorare serenamente, allungando enormemente i tempi per fare qualsiasi cosa, impantanando il lavoro degli artisti e impedendo spesso la realizzazione di bellissimi progetti. In Italia ci sono dei grandi appassionati d’arte e ottimi collezionisti, che mi seguono e aquisiscono le mie opere attraverso le gallerie americane, se capita quando sono in Italia mi fa piacere salutarli, scambiare due chiacchiere.

Sei stato chiamato alla Yale University per insegnare nel Dipartimento di Arte Visive, con cattedra dedicata al Filmmaking sperimentale, come hai vissuto questa esperienza?

Che dire, sono stato indubbiamente onorato di fare questa esperienza, ho collaborato con Yale School of Arts and School of Drama dal 2013 al 2019, dove ho tenuto lectures workshop e preparato diverse classi….. In fondo negli Usa tutto è possibile se si ha talento, passione e tanto coraggio.

The Holy Chinese Army Invading Times Square, 2013 Acrylic, gold leaf, mixed media with LCD screens and video 31.5 x 90.5 inches, 80 x 230 cm

Quest’estate una tua opera “America Circus” è stata proiettata sui cartelloni luminosi di Times Square. Come hai fatto ad approdare nella piazza più conosciuta al mondo, simbolo del consumismo per eccellenza?

Quello di Times Square è stato davvero un lavoro impegnativo, e allo stesso tempo molto importante. Ruotando in loop a 360 gradi su 30 schermi posti sui lati della piazza, le immagini della grande video-installazione sono un ritratto caricaturale della società odierna, della stessa Times Square. Questo non è un lavoro politico, visto che si tratta di un luogo frequentato prevalentemente da turisti, ho voluto ricreare una sorta di specchio della società contemporanea, riproponendo in maniera divertente una folla festante di un luna park, un’umanità frenetica, coloratissima e rumorosa, che rincorre qualcosa di effimero e non importante. In realtà volevo che gli spettatori si divertissero, ma allo stesso tempo, nel gettare in faccia alla gente quella stessa scena, volevo far riflettere su quegli eccessi di teatralità, una sorta di orgia del consumismo contemporaneo. Però contrariamente a quanto si potrebbe pensare, anche qui in Usa ci sono delle difficoltà, ma di carattere diverso: la censura, che per un artista è veramente una cosa insopportabile. Non solo per me, ma purtroppo in questo paese è difficile raccontare le verità, che andrebbero lette sui libri di storia. Qui se sei sincero vieni censurato. Poi alla fine lavorando ad aggirare l’ostacolo impostomi, sono riuscito a realizzare un’opera ancora più efficace di quella che avevo studiato inizialmente, e di cui oggi sono molto soddisfatto. Credo che un grande artista sia colui che ha degli obiettivi e riesce a superare gli ostacoli, arrivando ad essere soddisfatto del risultato. In fondo devo ringraziare questa sottile e raffinata censura, perché mi ha fatto realizzare un lavoro interessante e riuscitissimo. 

Quali sono le tue previsioni per il futuro fuori dal “lockdown”, quali i tuoi prossimi programmi?

Prima del lockdown avevo in preparazione 4 mostre per altrettanti musei americani, che naturalmente in questo momento sono state sospese. Vediamo di superare questo momento di crisi mondiale, e poi vedremo cosa succede. Io intanto continuo a lavorare con grande dedizione e consapevolezza.

Il nostro tempo è davvero assurdo e questa pandemia ci ha stravolto le abitudini. Come pensi che cambierà il mondo dell’arte dopo la fine dell’emergenza?

Prima di questo stop generale il panorama del mondo artistico era davvero saturo, forse dava troppi stimoli e troppe sollecitazioni, tutto era in forma esponenziale, dalle fiere alle gallerie, dai musei alle mostre, tanto che forse il lavoro ne risentiva un po’ per tutti. Voglio dire che forse questo stop forzato, all’arte male non fa, ci aiuterà a riconcentrarci su quello che veramente conta, almeno io lo spero tanto. 

L’epidemia da Coronavirus che ogni giorno è causa sul nostro sofferente pianeta di migliaia di vittime, ha gettato nel panico la popolazione mondiale. Una situazione mai vissuta prima a memoria d’uomo. Ma il ruolo dell’arte è anche quello di dare un messaggio e infondere coraggio nei momenti più bui. Pensi che l’arte possa essere d’aiuto in questo momento storico?

Posso dire che questo tempo che ci è stato concesso, naturalmente al di là dell’emergenza sanitaria, per me è un tempo positivo, durante il quale ho avuto la possibilità di recuperare quell’intimità col lavoro, che la frenesia che caratterizzava la nostra vita precedente ci aveva fatto perdere. Voglio mantenere questa profondità che ho riacquistato, anche dopo la fine della pandemia, perché penso che le corse e le rincorse che facevo per seguire ogni proposta e ogni progetto, in realtà mi facevano  trascurarre quei piccoli  dettagli fondamentali nel mio lavoro, che a volte possono fare la differenza. Con la riapertura delle città e il ritorno alla normalità, mi voglio immaginiare che ci sarà un grande desiderio da parte del pubblico di visitare mostre e di dedicarsi con maggiore attenzione ad eventi culturali dopo i mesi di clausura. Si, l’arte è qualcosa che dovrebbe lasciare un segno, specialmente in momenti del genere, l’artista ha il compito di scuotere gli animi, di fare riaccendere le passione per la vita e per le cose meno effimere…. Credo che, nonostante la difficoltà del momento, ci siano solo grandi opportunita future, questa assurda situazione mi ha permesso di crescere come uomo e come artista, mi ha aiutato di essere piu forte,  e di sognare di più. Immagino che non sarò l’unica persona ad avere avuto queste sensazione e quindi non posso che essere ottimista. Mi auguro che attraverso questa grande crisi l’Italia possa ritrovare orgoglio in sé stessa e che trovi  l’opportunità di ridiventare quel grande paese che tutti ammirano.

Cecilia Barbieri 

in copertina: “American Circus” Midnight Moment Times Square New York. Image courtesy: Ronald Feldman Gallery, NY and Luis De Jesus, Los Angeles

About the author

Cecilia Barbieri

Nata a Firenze, dove vive e lavora, ha conseguito la Laurea in Storia dell’Arte all’Università di Firenze. Ha lavorato nell’organizzazione di mostre ed eventi e ha curato nel corso degli anni diverse pubblicazioni di Storia dell’Arte e di Storia del territorio. Giornalista pubblicista collabora costantemente come freelance con diverse testate di settore.

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