Arte e Fotografia

Favignana | Appunti di viaggio #1

La prima puntata di un racconto a immagini, a cura di Maria Di Pietro, alla scoperta di Favignana, nella splendida Sicilia.

Dodici volte luglio.

Primo giorno sull’isola.

Mi piace cominciare a scrivere ricordando fra tante una storia, quella che raccontava di pirati e corsari barbareschi che si aggiravano nei mari delle Egadi e, nascondendosi negli orti ipogei nelle cave di tufo, giungevano all’isola dalle “ali di farfalla”. Cominciai da questi giardini, noleggiando una bici appena giunsi sull’isola, con un vento lieve che si mescolava al calore del sole sulla pelle, con sapore di libertà sulle labbra pedalai verso il cuore dell’isola. Anche questo viaggio fu condiviso con la mia compagna di avventure. Quando si viaggia da soli si percepisce quella libertà di andare ovunque, spezzettando il tempo come cocci di specchi per conoscere meglio se stessi. Io, con la mia macchina fotografica, mi sono sempre chiesta quanto fosse libertà o malinconia e, le risposte le ho sempre trovate nello specchio capovolto che ribaltava le immagini catturate. Ma, quando si ha la fortuna di incontrare nel proprio cammino un’anima affine alla tua, viaggiare insieme diventa lo stesso specchio dove riflettersi e, la condivisione diventa il più bell’insegnamento per conoscere se stessi e quello che è intorno a te.

Il ventre di Favignana è fatto di pietra, una pietra che l’uomo ha estratto per decenni. Questa pietra, il tufo, ha rappresentato una delle attività più antiche e peculiari di Favignana, forse più del tonno e della mattanza. Seguii le indicazioni cala rossa, è li che s’incontrano le cave come surreali scenari che, a colpo d’occhio come un tuffo nel mare, si scoprono in giardini nuovi tra echi lontani. L’attività estrattiva è stata così intensa che l’isola è stata “scavata” in modo tale che si è di fronte a delle vere e proprie cattedrali, forme modellate come per magia in profili netti e sinuosi, danno vita a forme sempre diverse e suggestive. Arrivarci a piedi era troppo faticoso per me che sono sempre irrequieta di giungere alla meta e immortalare ogni luce, così noleggiai una bicicletta, modo più piacevole per assaporare il paesaggio. Appena si arriva al porto si è assaliti da chi cerca di offrire pacchetti turistici, scooter o auto, bici o barche, pacchetti confezionati per il turista che spesso pigro, è felice di comprarne uno e organizzarsi la settimana. Io scappai subito, diretta verso una casetta della praia con una piccola cartina disegnata a colori, prendendo nota delle cose da scoprire e delle persone da incontrare. L’isola volevo scoprirla così, negli occhi dei saggi, nelle radici, nelle tradizioni e, nelle cose nuove che rispettavano il passato. E, prima di tutto, cercando di accarezzare ogni cosa della natura meravigliosa e ancora selvaggia che l’isola con tanto amore, mi donava. Si dovrebbe evitare di inquinare, quando si può, con un mezzo di trasporto a motore e usare una bicicletta.

Alla mia prima meta, come ad ognuna di quei giorni, dominava un ricco silenzio, in quel momento sulle imponenti strutture impresse nella roccia che restavano a testimoniare di questa stagione di giganti che, liberi e mai schiavi, compirono un’opera pari per fatica alle piramidi d’Egitto. Tutto ciò che manca dalla roccia di Favignana è vivo e respira in intere città. Oggi sono attive soltanto un paio di cave e le centinaia di “pirrere” abbandonate si sono trasformate in monumenti irripetibili, coreografia naturale dell’isola. E la cercai “La grande farfalla sul mare” così come venne definita dal pittore Salvatore Fiume negli anni ’70, impaziente di incontrarla e viverla. Il caldo fu sopportabile grazie al vento in bici ma, proseguendo verso cala rossa un’incantevole fotografia invitava al primo tuffo in acqua, la meravigliosa cala dall’acqua turchese.

Quel che resta dei pescatori… e della loro isola

Secondo giorno sull’isola, sveglia presto per gustare l’alba che spunta dalla finestra di casa. Casa: era una piccola abitazione ai piedi della spiaggia di Praia. Cercai un’abitazione che fosse di gente del posto, per conoscere al meglio l’isola e per contribuire alla cura di essa nel tempo. La casa era ristrutturata, tutta bianca e arredata con legno e poche cose indispensabili ma, soprattutto una finestra tutta di vetro che affacciava sul mare dello stabilimento Florio con in alto il forte di Santa Caterina.

Ogni mattina e ogni sera a parlare le onde che si sdraiavano sulla spiaggia… una melodia dolce, una ninna nanna, un risveglio. E’ piacevole dormire in una casa degli abitanti dell’isola, ti fa sentire parte di essa ma, cosa che ho avuto modo di scoprire in prima persona, non sempre questo è sinonimo di autenticità, intendo dire che purtroppo negli ultimi anni molte case sono lasciate in mano a persone che dell’isola sanno ben poco, che spesso hanno acquistato abitazioni da ristrutturare e che affittano a prezzi anche molto alti nei periodi estivi, lasciando nulla o pochissimo all’economia dell’isola. La signora della mia casetta mi aveva promesso di raccontarmi qualcosa, indicarmi luoghi e aneddoti ma, arrivata sull’isola ho scoperto che non era del posto e aveva lasciato le chiavi al bar sotto casa… l’unica cosa che le interessava, era guadagnare in quella settimana poi, avanti un altro.

Questo porta non solo una crescita di un turismo per niente rispettoso del luogo ma, anche un abbandono e poca memoria della parte vera del territorio e della sua storia. Sulla spiaggetta della praia vi era un chioschetto dove ogni mattina prendevo il mio caffè, leggevo, scrivevo. Scoprii che il proprietario tutto l’anno viveva da tutt’altra parte. Nulla di male se in quei tre mesi di lavoro ci fosse una parte dei ricavi donata alla crescita dell’isola… la mia granita pagata non pochi euro, serviva solo alla sua vita ma, non a quella dell’isola, ad una bella pista ciclabile (come può mancare una pista ciclabile?…), così come i pescatori del porto. Negli ultimi anni ormai con la pesca che non permetteva di sopravvivere, i pescatori si sono adattati al turismo ma, purtroppo, ad un turismo di massa sempre più pericoloso per l’autenticità di Favignana.

Cinquanta euro al giorno per ogni turista, includeva un giro dell’isola in barca con pescato a pranzo, su una barca insieme “4 ad altre quindici persone, vedevi l’isola col suo “fiocco” e storie che purtroppo si perdevano col vento… E penso al mio Paese, al mio sud, come tutta la bellezza di questo paese, come a non preservarla, sono i suoi stessi abitanti… Ogni angolo di quell’isola era meraviglioso ma, la maggior parte della sua gente era lontana per sopravvivere e, quella che restava vendeva il suo cuore in cambio di sopravvivenza… Pescatori che per un giorno in barca confezionato non raccontano più la verità del mare, chioschetti che ti versano granite a prezzi alti che pagheresti con piacere se servissero a far restare i giovani e a vedere la tonnara non più pericolante… invece, il signore che mi versava la granita se ne andava in America tutto l’anno e solo per tre mesi era a Favignana a spillare soldi ai turisti, sfruttando quell’angolo di paradiso offerto dalla natura ma, che sfruttava come fosse proprietà privata.

Pochissimi, (bisognava scovarli), gli incontri ancora autentici… e io non esitavo a scovarli. Il primo incontro fu con Francesco, 84 anni, nato a Favignana. Lo incontrai su una panchina del porto che guardava i gabbiani, avevo sentito parlare di un vecchio pescatore dell’isola che ancora con la sua barchetta accompagnava chi voleva scoprire le grotte marine, raggiungibili solo via mare, la grotta Azzurra, quella degli Innamorati e la Grotta dei Sospiri. Con molta delicatezza mi sedetti accanto a lui, gli augurai un buongiorno e allontanando la timidezza, gli chiesi se fosse lui il pescatore di cui sentii parlare. Lui sorrise e mi disse che non era di Favignana, che dell’isola non conosceva nulla e che potevo prendere la sua barca. Insistetti chiedendogli se poteva farmi da Cicerone, di certo conosceva il mare meglio di me e lui restò in silenzio per un pò. Dopo un pò mi guardò e mi disse che aveva solo qualche ora a disposizione poi, dovevatornare a casa perché sua moglie brontolava se sapeva che ancora andava in barca alle grotte… Francesco lasciò Favignana quando era giovane. Mi raccontò che aveva lavorato per quasi vent’anni in Israele, sulle navi, girando il mondo e tornando sempre alla sua isola dove ogni volta lo aspettava la moglie. Quando tornò per non andar più via, prossimo alla pensione, mi raccontò con gli occhi che cambiavano luce, di aver perso sua figlia quarantenne per una malattia incurabile, prendendosi cura da quel momento della nipote che laureata in architettura, da anni, non riusciva a lavorare e che fu costretta a lasciare l’isola per costruirsi un futuro meno precario.

Mentre raccontava, costeggiammo pietre e acque cristalline, mi indicò la forma di un elefante e, a pochi metri la grotta dei “5 sospiri così chiamata per l’unica apertura in alto dove l’aria fuoriesce verso il cielo. Intanto, la barchetta di legno affiancava gli uccelli che svolazzano come ad accompagnarci, alla grotta azzurra bisognava abbassarsi, quasi sdraiarsi per entrare in quella magica atmosfera dove la luce diventava un faro sul volto di Francesco. Un ritratto così intenso con quella luce non andava perso, presi la mia Nikon e prima che quel raggio di luce potesse scomparire cliccai più di una volta speranzosa che quello che avevo appena visto sì immortalasse per sempre. Quante grotte azzurre ho visto fino ad oggi, nei mare del sud ce ne sono tante, come tante quelli degli innamorati, piace a tutti i pescatori fantasticare sulle forme delle rocce, creare storie, in fondo ovunque c’è la necessita di raccontare.

Ci fermammo nel blu dipinto dalla grotta e un tuffo fu inevitabile. Di ritorno Francesco mi disse che se andava ancora in barca era per accompagnare quelli curiosi come me, perché la passione per il mare non andava in pensione e, anche se la moglie lo rimprovera, lui ogni tanto usciva e con il contributo delle piccole passeggiate faceva regali ai nipotini. Ci salutammo al porto con la promessa di rivederci prima della mia partenza, mise il suo berretto in testa e andò verso la sua bicicletta pronto per il pranzo, dove dirà per non preoccupare la moglie, di essere stato a guardare i gabbiani al porto. Le coste dell’isola offrono diversi paesaggi, spiagge con sabbia fine e dorata come Cala Azzurra, i Calamoni; oppure suggestive calette di sabbia e ciottoli localizzate nella zona di Punta Lunga, Marasolo, Faraglioni e Punta sottile, da cui si godono tramonti zuppi di colori meravigliosi che si poggiano all’orizzonte nel mare ogni sera.

E’ il terzo giorno in bici fù un susseguirsi di queste tappe. Marasolo era un letto di terra e mare incantevole. Ne rimasi innamorata, mi fermai più volte per un bagno nell’acqua turchese, fresca che odorava di sale. Si faceva fatica ad uscire dall’acqua perché appena uscivi con il sole che scottava si sentiva subito la necessità di quell’acqua fresca che ti avvolgeva come in una bolla. Mi capita di sentire sempre la stessa sensazione quando esco dall’acqua del mare in estate: rientro subito in acqua per paura che non fosse abbastanza il tempo di averla assaporata, come se ricordassi il lungo inverno che tornerà e che mi spinge all’ennesima immersione, a coprire il viso e sentire i suoni del mare in apnea, ritornare a galla e vedere il sole perdere per un istante contro le gocce sugli occhi e le ciglia bagnate, ritornare in acqua, uscirne di nuovo e di nuovo immergermi. Una bambina, insomma, che gioca con il mare come a “6 farne una scorta per l’inverno. Come mettere in bottiglia tutta quella gioia infantile e pura dell’estate, che solo il mare sa donare.

Colate di colori tenui, i primi tramonti.
Non riempiono mai, ne cerchi di altri.

Testo e foto di Maria Di Pietro 

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