Cinema e Teatro

Essere o non essere: tutto qui | L’Amleto di Massimiliano Burini

“Li conosco i vostri cosmetici, li conosco. Dio vi ha dato un viso e voi ve ne fate un altro; voi ballate, saltabeccate, balbettate, leziosamente per immiserire le creature di Dio e siete tutta sfrontatezza e ignoranza. Va, ne ho abbastanza! M’avete fatto impazzire!”

Una scena vuota, tutto nero intorno, uno spazio oscuro abitato da fantasmi intensi, espressivi.

Come in una scacchiera si muovono Amleto, Geltrude, Claudio, Orazio, Laerte, Rosencratz e Guilderstern, vestiti di rosso e nero, nell’oscurità della stanza, seduti immobili come marionette e illuminati al primo movimento del corpo. Come un fiore, una farfalla leggera è Ofelia, l’unica che si muove libera, felice in piccoli girotondi prima di essere inghiottita da fili intrecciati di un destino tragico.

Si muovono a scatti, in modo tetro e scarno, i corpi, i loro movimenti accompagnano il suono della voce, le parole, l’energia della loro forza.

 

Il regista, Massimiliano Burini come in duello, sfida e provoca, senza alcuna paura mette in scena il suo Amleto, un classico con cui si sono misurati tutti i più grandi registi e attori, con ben sette interpreti. Parte dai traumi irrisolti della contemporaneità, quelli che ci spingono a porci nuovi interrogativi, chi si nasconde dietro i nostri volti truccati, chi si nasconde dietro quella maschera?

In scena, dinanzi ai nostri occhi ci sono volti dal bianco cereo segnati da un’ombra scura – “La sostanza degli ambiziosi è l’ombra di un sogno. Un sogno non è che un’ombra… l’ambizione la ritengo di natura così aerea e leggera da essere soltanto l’ombra di un’ombra” – che ne contraddice l’apparente freddezza, il distacco, così, quando i loro corpi, pedine di una scacchiera, quando i volti dell’anima prendono vita e cominciano ad avanzare meccanicamente sulla scena, la luce estende l’espressione deforme, carica di quel silenzio pieno di significato che prepara a tutto il dramma che si consumerà di lì a poco tra fantasmi, misteri e assassini.

Un impeccabile Daniele Aurelli interpreta un Amleto che nella sua lotta interiore appare fragilissimo, impacciato e allo stesso modo manifesta la sua potenza attraverso quel movimento del corpo, quell’espressività del gesto infimo, essenziale che restituisce una drammatica naturalezza.

Amleto è in rivolta, con la sua delicata sensibilità, i suoi dubbi sussurrati. In veste di Principe si scaglia nel marcio di quel vasto regno chiamato mondo, un mondo rappresentato in una grande bolla che lancia da un punto all’altro della scena, che tiene tra le mani in contemplazione, che scaccia e riprende, una lotta continua tra umiltà e debolezza, la solitudine dell’uomo onesto che si trasforma nella vera e unica forza dell’individuo solo.

“Perché il vero dramma non è indossare una maschera, ma rinunciarvi, mettersi a nudo, perseguire comunque la verità, e accettare, al tempo stesso, di vivere in un mondo di fantocci.”

Vivere un tempo come il nostro, travagliato, angosciato, immolarsi in Amleto, approfondendolo, trovandoci la più intima essenza, oggi più che mai ci porta a porci infinite domande, a metterci in discussione, a guardarci allo specchio senza via di fuga.

Questo principe si muove dentro questo mondo come una vittima sacrificale. Combatte e resiste tra vizi, imbrogli, interessi, dentro una “bolla” dove tutto marcisce perché disonesto. Amleto è consapevole che tutte le persone che lo circondano, sono traditori, vigliacchi, piccoli esseri che si nascondono dietro le loro giustificazioni (persino la madre che lo ha generato). 

Cerca di farsi ascoltare, il suo è un grido che invoca senza schiamazzo, ci invita a non soccombere ma a resistere, a essere, essere sempre e comunque. Essere nel silenzio, nella confusione, essere nelle difficoltà dell’assordente palcoscenico della vita.

Sembra il grido di una generazione che si scaglia contro quella passata, come a ricordare che non ha saputo offrire un mondo pulito, in cui avere qualche certezza, almeno un filo a cui aggrapparsi nella sua dolorosa solitudine. 

“Perché essere onesto, in un mondo come quello in cui viviamo, significa esser qualcuno scelto in mezzo a diecimila.”

Dinanzi a noi un Amleto che cerca di uscire da quella stanza buia, che va verso il pubblico, (un pubblico che ascolta senza preoccuparsi di coordinate storiche o intelaiature complesse per capire), con movimenti deboli di creatura prigioniere di se stesso, assumendo spesso una posizione gobba che si allontana dal tema della vendetta, lavorando sull’intensità del vero fulcro dello spettacolo teatrale, che è l’amara ostinazione, caparbietà a quella denuncia del male, spesso tragica perché inerme nell’attesa, lasciata sola perché priva di ascoltatori che sappiano comprenderla e metterla in atto.

Tutti gli attori in scena sono precisi e sensibili, lo spettatore nel guardarli a volte si affatica per la ripetitività di alcune regole, ma si ferma subito ad una riflessione sul significato dell’arte. Il regista lascia che la sua strada personale e suggestiva prenda forma nella bellezza, la chiave per rappresentare il mistero di una realtà che, nel porsi moralmente delle domande, si risponde in un silenzio privo di parole.

A fare da cornice all’intero ornamento estetico, semplice , accennato, contaminato, sono semplici elementi, quei movimenti del corpo e la scelta della musica, dalla la follia di Ofelia che sussurra La donna cannone di De Gregori e la battaglia dove si agitano le spade invisibili, sulle note degli The Irrepressibles:

“…I am lost, in our rainbow, now our rainbow has gone,

Overcast, by your shadow, as our worlds move on,

But in this shirt, I can be you, to be near you for a while…”

Una conclusione, sulle note che colano nel buio del teatro Il Funaro, che lascia senza parole, avvolti da uno spettacolo di grande valore: Potrei venir chiuso in un guscio di noce e considerarmi re dello spazio infinito.”

Testo e foto di Maria Di Pietro

 

About the author

Maria Di Pietro

Fotografa da sempre dedita al fotogiornalismo, appassionata di ogni forma d'arte, ama definirsi scrittrice d'immagini, perché il racconto è per lei insito nelle immagini che crea.
Sempre in viaggio con la sua scatola magica, trasforma presto la sua passione in una necessità che la spinge a un'assetata ricerca tra il reale e l´immaginario.
Anima libera da padroni continua a cercare quella fotografia volta al paesaggio e ai segni che l'uomo lascia, a quella bellezza visibile nell'essenziale della quotidianità dello sguardo.

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