Arte e Fotografia

Dolomites Stories, racconti sull’anima delle Dolomiti

Costituitasi sulle orme dell’antologica Humans of New York, Dolomites Stories (www.dolomitesstories.com) è un’architettura geografico-narrativa che custodisce le tracce di luoghi ed esperienze, con lo scopo di raccontare il territorio delle Dolomiti a partire dagli elementi – Natura, Segni, Uomo – che ne costituiscono le radici primarie. Ne abbiamo parlato con il fotografo e scrittore Alessandro Cristofoletti – creatore e ideatore del progetto, nato nel 2016, insieme alla storica dell’arte Valentina Varoli – cercando di comprendere meglio la natura filosofica e sociale di questo lavoro in costante sviluppo.

Intervista a cura di Cristiana Sorrentino

 Rispetto ad  Humans of New York, al quale hai dichiarato espressamente di esserti ispirato, Dolomites Stories riflette, nel titolo come nel contenuto, una trasposizione del concetto di antropocentrismo, tipicamente legato alla società occidentale, verso piuttosto un’idea filosofica di biocentrismo, che pone sullo stesso piano l’uomo e la natura. Come il progetto sviluppa questa comunicazione alla pari?

L’uomo è uno dei soggetti che agisce sul territorio, non l’unico. Il dare voce in prima persona agli elementi della natura e ai segni che nascono dall’interazione fra uomo e ambiente, è un modo per creare un dialogo immaginario fra tutti i protagonisti di un certo luogo, poco importa se siano inanimati: le loro storie parlano per loro. La parte difficile, in questo lavoro, è allontanarsi dalla propria prospettiva antropocentrica e immedesimarsi in ciascuno di loro. Come potrebbe parlare, se potesse, un larice di 2000 anni? E un vecchio muro diroccato? Sicuramente esseri che hanno vissuto l’equivalente di 70 generazioni umane e hanno assistito agli effetti della caduta dell’Impero Romano, del Medioevo e del Rinascimento vedrebbero il mondo in modo diverso da come lo vedo io o una qualsiasi altra persona. Questo lavoro di immedesimazione è un esercizio molto utile per mettersi nei panni non solo delle altre persone, ma di animali, fossili, piante o montagne, considerando aspetti che ci riguardano profondamente, ma che nella vita di tutti i giorni diamo per scontati.

 

A questo proposito, mi sembra che il racconto in prima persona, insieme alla fotografia, sottintenda proprio una volontaria disaffermazione di una centralità intellettuale, anche se, allo stesso tempo, l’impronta umana, quella della parola e dello scatto, risulta necessaria per dar voce a una narrazione che, altrimenti, non potrebbe sussistere. Come si sviluppa questo rapporto tra te, narratore solerte ma invisibile, e ciò di cui parli? E qual è il legame tra questi due elementi, il racconto e l’immagine, appunto?

 Credo che nei racconti di Dolomites Stories il soggetto sia sempre un pretesto per parlare di qualcosa d’altro. In questo, il lavoro è più quello dello scrittore che non quello del documentarista. Parto da una storia reale per narrare caratteri sotto luci che non sono quelle dell’obiettività, ma della metafora. Allo stesso modo, fin quando possibile, agisco con la fotografia. E le strade, nelle parole da un lato e nelle foto dall’altro, non vanno mai di pari passo: a volte dialogano per contrasto, altre per similitudini. In entrambi i casi, comunque, cerco di liberarmi del soggetto e al tempo stesso di usarlo come archetipo.

Fotografia tratta dal racconto “Fai come la meridiana, centrino di Maso Oberstangl”.

Parliamo della fotografia. Quello che le tue fotografie mi comunicano è un’idea di ritorno, rispetto alle evoluzioni e involuzioni della fotografia contemporanea, a una tradizione figurativa che si custodisce nella sua integrale semplicità. Allo stesso tempo, è interessante riflettere su come le immagini contribuiscano a conferire un’identità a ciò che prende verbalmente forma nel racconto, presentandosi, anche nel caso in cui il referente non è una persona, come dei veri e propri ritratti. Cosa ne pensi?  

Tendo a umanizzare i miei soggetti allo stesso modo nei racconti come nella fotografia e quando mi avvicino ad un elemento naturale uso lo stesso tipo di sensibilità che utilizzo nei confronti di una persona. Tento di far emergere una verità che Werner Herzog chiamerebbe estatica: uno sguardo nitido che riesce a far breccia nell’apparenza delle cose, mostrando ciò che si muove sotto, in profondità. Racconto ciò che mi sta di fronte non per quello che è (una semplice piramide di sabbia o un semplice albero), ma come un essere portatore di un messaggio importante, anche se nascosto. Lo tratto da pari, mettendomi nelle condizioni di dialogare con lui. Senza voler assolutamente fare i mistici, gli elementi continuano a mandarci dei segnali (vedi gli effetti del cambiamento climatico sulla vegetazione di montagna e sui ghiacciai, tanto per citarne uno). Per questo, anche nei soggetti non umani, si percepisce l’intenzione del ritratto.

Fotografia tratta dal racconto “Se ne sono andati tutti, Albert”.

Dolomites Stories è, come tu stesso l’hai definito, un “mosaico di tante piccole storie e di immagini”. Ma c’è un’immagine o un racconto alla quale o al quale ti senti personalmente più legato o che riveste per te un particolare significato?

 Sicuramente. Per quanto riguarda il racconto sono legato molto a quello dei tre larici millenari, che dà un perfetto contraltare alla prospettiva antropocentrica dalla quale tutti siamo abituati a vedere le cose, o a tutta la lunga storia di Amedeo, che riempie lo spazio di 23 piccoli racconti e che descrive un mondo contadino di montagna in via di estinzione. Dal punto di vista fotografico penso ci siano alcuni scatti più riusciti di altri e che riescono ad avvicinarsi di più a quello che voglio comunicare. Potrei dire quello di Patricia alla Tuffalm, in cui si crea un dialogo molto divertente fra l’uomo e l’animale, oppure l’immagine del centrino al Maso Oberstangl, con nell’angolo le bottiglie di birra e quell’esortazione scritta a ricamo che recita in tedesco: “Fai come la Meridiana, conta solo le ore serene”.

Fotografia tratta dal racconto “Mucche viola, Patricia”.

Un’ultima domanda Alessandro. Se dovessi utilizzare una parola o un concetto che racchiuda l’anima di Dolomites Stories, quale sceglieresti?

 È difficile, ma se proprio dovessi trovare un’immagine userei quella del coro: un mosaico di voci e volti diversi che sulla stessa armonia realizzano melodie diverse, a volte consonanti fra loro, a volte dissonanti. Credo che ogni storia abbia poco valore se presa singolarmente. La potenza espressiva nasce dall’accostamento di destini e vicende differenti di persone, animali, piante, fiumi, laghi e montagne.

Un racconto di Dolomites Stories –> http://dolomitesstories.com/2016/12/mucche-viola-patricia-tuffalm/

Cristiana Sorrentino

 

About the author

Cristiana Sorrentino

Cristiana Sorrentino vive a Firenze, dove ha conseguito la laurea in Dams e si è specializzata in Storia dell'arte e della Fotografia. Ha pubblicato articoli su mostre ed eventi e tenuto convegni su temi di arte contemporanea, cinema e fotografia.

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