Arte e Fotografia

documenta 14 | report di un’edizione controversa

Da domenica 17 settembre Kassel ha chiuso le porte dei suoi musei, almeno metaforicamente e temporaneamente, e si è lasciata alle spalle la sua esposizione, la cui concezione è durata un quinquennio, forse con qualche interrogativo ancora aperto.

Se da una parte l’idea stimolante e innovativa per la cittadina tedesca di creare un gemellaggio con la sua, pur lontana, ma europea Atene, sarebbe potuta essere promettente, i risultati da entrambe le parti non sono sembrati, a parte qualche caso sporadico, così felicemente riusciti.

Anzi, chi ha visitato la sede greca ha potuto constatare, ahimè, con la stessa deludente sensazione provata da chi ha varcato la soglia delle ormai note sedi tedesche, un certo scollamento e una discrasia piuttosto marcate non solo con la scena artistica locale, ma soprattutto nel dialogo interculturale tra le due nazioni. 

Meritorio, come del resto è emerso anche dalla decennale Skulptur Projecte a Münster, è stato il tentativo di focalizzare l’attenzione sul tema, diversamente declinato, delle migrazioni umane e emozionali (come ha dimostrato l’installazione di Hiwa K, When we were exhaling images sulla Friedrichsplatz); tuttavia gli accostamenti, i riferimenti e i dialoghi reciproci tra le due realtà sembrano aver mancato di forza e di sostanza.

d14_Artur_Zmijewski_Realism_©_Mathias_Voelzke

Senza ripercorrere la “classifica” quasi plebiscitaria delle cinque o sette (si arriva a fatica a dieci) migliori opere da non perdere in città, mi limito a ripercorrerne alcune che mi sono sembrate le più significative.

Minore la difficoltà fisica, rispetto ad un lustro fa, di destreggiarsi tra la moltitudine di opere sparse per tutta la città: l’ottimizzazione degli spazi e dei tempi ha permesso, nonostante gli ultimi giorni vicini alla chiusura, di poter visitare agevolmente quasi tutto. Questo non senza aver sperimentato una sorta di laterale, cerebrale decentramento. Il caso più caotico è rappresentato dalla Neue Galerie, dove anche il visitatore più avveduto, può aver talvolta percepito una sorta di smarrimento labirintico, nel tentativo di decifrare quali opere (e quali corrispondenti etichette) fossero state messe a dialogo con la collezione permanente del museo, e perché.

Del dirimpettaio Palais Bellevue, sicuramente meno affollato di opere, rimane il ricordo della video-installazione in loop di Regina José Galindo, The Shadow, nella quale l’artista, correndo a ritmo sempre più forsennato, cerca di sfuggire all’attacco di un carroarmato; più immediata e efficace della sua stessa installazione The Objective, allo Stadtmuseum, nella quale cerca di far sperimentare ad una coppia di visitatori lo stesso senso di disagio e pericolo vissuto nel video, ricostruendo una stanza alla cui pareti esterne sono appesi mitra che puntano, da una piccola feritoia ricavata nel muro, il potenziale bersaglio che si posiziona al centro.  

Banu Cennetoğlu(b. 1970, Ankara) BEINGSAFEISSCARY (2017)

Ipnotica ma didascalica, anche la sempre affascinante sede dell’Orangerie, la video-installazione di Romuald Karmakar, Byzantion, il canto religioso (in versione russa e greca) Agni Parthene, a sancire, attraverso il mélange musicale, la sopravvivenza della cultura storica bizantina.  

Interessanti le retrospettive cinematografiche, compreso il tentativo di Douglas Gordon, I had nowhere to go, proiettato nella mutisala CineStar, figlio delle ultime sperimentazioni espressioniste di Ruttmann, di rendere quasi radiofonico il linguaggio cinematografico.

Degno di menzione – ma a questo, qualche settimana fa, ha rimediato la giuria veneziana conferendogli il premio speciale della sezione Orizzonti – il documentario, Caniba, di Véréna Paravel e Lucien Castaing-Taylor; storia lucidamente asettica, come asettica è la cornice della TofuFabrik dove è stato proiettato, del giapponese Issei Sagawa, che uccise la propria collega della Sorbona gustandone i poveri resti.  Anche Kassel è stata teatro del cinema per “stomaci forti”, come ha felicemente sentenziato per il caso veneziano Antonella Nesi: altra installazione disturbante, ma al tempo stesso delicata e di impatto visivo, Realism dell’artista polacco Artur Zmijewski, alla Neue Neue Galerie, proiezione multicanale di prove ginniche di mutilati, dal sapore quasi drammaticamente lombrosiano.

documenta 14, Nikhil Chopra: “Drawing a line through history”, Copyright: © documenta 14/Fred Dott

In effetti proprio nella Neue Neue, riuscitissimo esempio di “recupero” museale si sono concentrati gli esempi più felici dell’intera esposizione, come Atlas Fractured di Theo Eshetu, ancora più lombrosiano nel concetto e nella forma, o Pile o’ Sápmi di Máret ánne Sara, lunga tenda di teschi animali, uccisi con solo, preciso, colpo centrale alla testa.

Meno promettente, rispetto alle installazioni di cinque anni fa (ricordo solo The Refusal of Time di William Kentridge e l’installazione interattiva-performativa Video Walk del duo Janet Cardiff & George Bures Miller) è stata la serie di opere alla Stazione Centrale di Kassel; fatta esclusione per l’installazione “itinerante” di Nikhil Chopra, Drawing a Line trough Landscape, lungo fregio

pittorico, frutto del suo lungo viaggio da Atene a Kassel. Opera davvero foriera di quel senso di unione e fratellanza, ed al tempo stesso di spaesamento e di difficoltà rispetto all’inflazionato e drammatico tema della migrazione di singoli esseri umani, schiavi di ieri e di oggi, e di interi popoli.

Serena Pacchiani 

About the author

Serena Pacchiani

Poco più che trentenne , studiosa di storia dell'arte e storia dell'architettura contemporanea in un dottorato di ricerca all'Università di Firenze , sono estremamente curiosa e appassionata di viaggi , musica , cinema, e alla costante esplorazione di nuovi linguaggi e culture .

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