Interviste

Dialogo con l’artista Marta Dell’Angelo e il curatore Pietro Gaglianò

Marta Dell’Angelo (classe 1970) presenta per la prima volta a Firenze un progetto site-specific “A4 – 564” per lo spazio della galleria SRISA. Abbiamo incontrato l’artista e il curatore, Pietro Gaglianò, per una conversazione a tre sul tema del corpo, della sua iconografia e della sua frammentazione.

Conversazione a tre - Marta Dell'Angelo, Pietro Gaglianò e Francesca Biagini. Photo Lorenzo Acciai
Conversazione a tre – Marta Dell’Angelo, Pietro Gaglianò e Francesca Biagini. Photo Lorenzo Acciai

Il corpo, la sua iconografia, la sua frammentazione viene dato in consegna allo spettatore, il quale, attraverso la propria visione può dar vita ad una riflessione sull’identità come legame con i processi di conoscenza culturale. L’avambraccio, scomposto e ricomposto, statuario e, non per caso, michelangelesco, viene troncato nel punto del movimento spezzandone la dinamicità ma riconsegnandolo integro all’osservatore che può così appropriarsene. Il corpo in questo modo entra in contatto con lo spazio in modo ancora più profondo, scomparendo nella terra, in un sentimento panico della natura, muovendosi tramite i micro spostamenti delle persone, alterandone la percezione e donandoci un punctum emotivo ed emozionale nel colore.

Il formato A4 riconduce l’installazione ad una dimensione quotidiana, è un formato metaforico dei nostri riti burocratici, riportando il corpo alla dimensione originaria di comunanza, di analoghe attitudini, di simili problemi riconducibili a simili soluzioni.

564 è l’anno di morte di Michelangelo la cui forza si scorge nella muscolatura, nelle variazioni e nelle posizioni di questi “pezzi” di fisicità umana.

Francesca Biagini – Come è nato l’intervento site-specific per SRISA?

Marta Dell’Angelo – Il progetto è nato quando io e Pietro Gaglianò ci siamo conosciuti a Made in Finlandia in Toscana: è stata un’occasione di dialogo e per lui di vedere il tipo di lavoro che facevo. Da lì si sono svelate delle attitudini, delle affinità. Il risultato del lavoro è stato il frutto di un confronto, ne abbiamo parlato a lungo, fino a che non abbiamo deciso, per ragioni diverse, sia legate a problemi tecnici-tempistici che di efficacia, un certo tipo di intervento. Per me era interessante esplicare questo linguaggio (già provato, ma con un’immagine, un’iconografia diversa) e quindi, da un bozzetto per un dipinto, che gli ho sottoposto, ho poi elaborato il lavoro e in seguito lo abbiamo allestito insieme, anche grazie a i ragazzi che si sono resi disponibili e senza i quali non ce l’avremmo fatta.

Pietro Gaglianò – La presenza di Marta qui alla SRISA rappresenta da un punto di vista personale un momento di grande gioia e il raggiungimento di qualcosa che desideravo da tempo, Rientra anche nell’ordine dei progetti che ho sempre proposto in questo spazio, che è uno dei pochissimi enti no profit e assolutamente indipendente di Firenze, reso possibile grazie alla generosità, totalmente disinteressata, di Rebecca Olsen. In questa galleria ho sempre invitato degli artisti che lavorassero in una dimensione pervasiva dello spazio, i quali hanno  portato qui dei progetti che avevano a che fare con una raccolta di informazioni visive e di relazioni, di rapporti tra le persone o tra le persone e le immagini, tra lo spazio fisico e lo spazio di elaborazione mentale e che fossero capaci di restituirle in queste forme di grande efficacia ma anche, per una questione di esigenze tecniche, di grande rapidità dell’azione…ho invitato Marta perché mi sembrava importante riportare al centro, rispetto alle trascorse mostre, il corpo fisico, in quanto una delle cose che mi affascina di lei è la sua costante attitudine performativa e il suo modo di essere corpo anche quando dipinge e di mettere al centro dei suoi lavori il corpo con una fortissima componente visionaria. È un corpo che viene sempre alterato, preso in giro, ridimensionato, espanso, ed è veramente un laboratorio continuo che rappresenta sia una fase mia di studio ma anche una grande occasione per il pubblico di Firenze per conoscere il lavoro di Marta che sarà tra pochi mesi a palazzo Fortuny a Venezia in occasione della Biennale di Venezia.

Marta Dell'Angelo, A4 - 564. Photo Lorenzo Acciai
Marta Dell’Angelo, A4 – 564. Photo Lorenzo Acciai

F.B – Come viene sviluppato il discorso intorno al corpo?

M.D.A – Ecco, lui ha detto una cosa, quando ha fatto l’elenco dei riferimenti al corpo, ha usato un termine apparentemente banale: ha detto il “corpo fisico”, ed è questo aspetto che per me è importantissimo. Il corpo è stato, dagli anni 70 dal punto di vista anche concettuale, sviscerato in tutte le forme, perciò tornare a ridare non solo tutti questi aspetti che esistono, ma anche una fisicità al corpo, cioè una presenza fisica, per me è un aspetto fondamentale. Nelle neuroscienze c’è un dibattito sempre aperto sulla famosa dicotomia fra mente e corpo. Quando la studi ti dicono che, dopo Spinoza, sono un tutt’uno, però nei saggi, nei pensieri e nelle riflessioni viene molto spesso messa la mente da una parte e il corpo da un’altra, per cui il mio atteggiamento è diverso. Così come attraverso l’antropologia, che attraverso l’osservazione delle modalità ti racconta la cultura e il pensiero di un mondo e di un posto, anche nelle neuroscienze io cercavo la comunione di queste due cose, in quanto, per come la vivo io, non riesco a dissociare ciò che penso da come può essere espresso attraverso il corpo. Per questo il mio lavoro non è dichiaratamente concettuale, anzi, deve passare attraverso una figurazione non solo nella pittura, che per me è puramente funzionale e non è il mio obiettivo, ma ha bisogno di passare attraverso di essa per raggiungere poi un certo tipo di forza che attraverso la fisicità esprime e racconta tutto il resto. L’informazione deve uscire dai pori e non dalla bocca.

F.B – Come definireste “la dimensione artistica e sensoriale che coincide con quella politica”?

P.G – La “dimensione politica del corpo”, secondo me, è in quello che ha detto Marta, in questo dover restituire la sensorialità e quindi, un qualcosa che non è da decodificare ma che può essere vissuta, esperita. Non è un’operazione di dissociazione intellettuale, come quella portata avanti con qualsiasi filosofia, qualsiasi espressione del pensiero e qualsiasi religione (in cui sempre il corpo è allontanato dalla mente). La storia, infatti, le ha separate sempre di più, in quanto, se non dividi la mente dal corpo non riesci nemmeno a compiere un’ingiustizia di disuguaglianza. Nel momento in cui tu metti il corpo e la mente insieme non puoi più permetterti di violare quella che è una sacralità, non presunta, ma effettiva dell’essere umano. La discriminazione viene fatta solo nel momento in cui tu separi la parte magnifica, come viene definita la mente, dalla parte volgare che è il corpo, solo allora puoi permetterti di infliggere sugli individui. Nel momento in cui queste cose vengono vissute attraverso l’esperienza, concepita come qualcosa che io tocco e il mio corpo sente di toccare, è la mia mente che sa di toccare (perciò sono “uno mentre tocco”), passo integralmente attraverso di esse. Grazie a questa separazione i discorsi egemonici sono riusciti a creare questo divario pazzesco, di cui vediamo le conseguenze estreme in questi giorni e in questi anni, in quanto concepiscono la possibilità di violare l’individuo poiché non lo riconoscono come un elemento unitario. L’importante è la causa, l’importante è lo sviluppo, il progresso quindi: c’è una sorta di idea più alta che è virtuale e che è il mondo dell’intelletto e dello spirito che va salvaguardata e quindi far morire di fame il resto dell’umanità è accettato.

M.D.A – Sul discorso dell’identità, che è un parolone spesso abusato, io non penso mai di averla persa. Sicuramente non ho mai sentito dei confini tra me e un resto del mondo che so razionalmente, perché lo studio e perché lo vivo, che è molto diverso, ma quella differenza mi devo impegnare a sentirla. Devo dire che, nella mia piccola esperienza, mi viene molto naturale inserirmi nelle situazioni perché lo faccio attraverso una modalità che è semplicemente quella corporea. Tutti gli esseri umani se tu sei dolce, gentile e aggraziato, è difficile che si allontanino anche se i loro codici sono completamente differenti. Le neuroscienze, per esempio, ritornano a parlare e a riporsi delle domande semplicissime e banalissime che secondo me tutti noi dovremmo ritornare a riprendere in mano perché interessantissime nell’evoluzione del mondo.

Marta Dell'Angelo e Pietro Gaglianò. Photo Lorenzo Acciai
Marta Dell’Angelo e Pietro Gaglianò. Photo Lorenzo Acciai

F.B – Quali specifiche derive può toccare, sia a livello artistico e di sperimentazione, sia a livello semantico, questa riflessione sul corpo e come ha influito il rapporto artista curatore?

M.d.A- Il corpo è il luogo più indagato sulla terra non solo nella storia dell’arte ma in tantissimi campi ed è ciò che ci portiamo addosso con cui dobbiamo sempre fare i conti, per cui in qualche modo si evolve e cambia nelle posture, nelle modalità, nelle relazioni, nelle emozioni a seconda anche di un evolvere del mondo.  Per tanti anni sono stata “invasata” di neuroscienze  prima delle neuroscienze ,facendo un discorso un po’ a ritroso, di filosofia ,  prima della filosofia, di psicologia secondo un percorso che fanno tanti esseri umani quando sono alla ricerca delle Verità parallelamente alla propria crescita come persona. Io mi riconosco di più in questa definizione: uno spostamento d’asse cioè quando tu sei di fronte ad una cosa sposti anche il tuo asse corporeo, quindi quello che io osservo sono micro spostamenti d’asse e ciò che io chiamo zone franche cioè quei luoghi (le aree di attesa, le stazioni, le fermate degli autobus, la metropolitana) dove le persone si spostano o si stanno spostando per andare da un posto all’altro. Quel luogo di passaggio è il luogo dove a volte le membra e il corpo non pensano a se stesse, non sono “in prestazione”, quindi è molto interessante osservarne le modalità.Sembra una specie di orchestra di articolazioni diverse. Da tutte queste osservazioni nascono dei lavori che a volte si esprimono con la pittura e molte altre volte con linguaggi differenti.

P.G – Vorrei aggiungere a proposito della prima parte della tua domanda due cose importanti: la prima è che io quando vedo il lavoro di un artista e, nel caso specifico, quando vedo il lavoro di Marta, trovo la sintesi di tutto quello che io cerco di esprimere nelle iato del discorso, nello iato dell’ argomentazione critica quindi, in alcuni casi, si salta completamente anche il ruolo della curatela e diventa un dialogo tra due forze e due capacità in cui c’è una gerarchia ma anche una vera complementarietà nell’interpretarsi a vicenda. Per quanto riguarda il corpo, io penso che nel caso di Marta, come già detto, lo studio del corpo abbia un valore fortemente politico, inteso proprio nel senso della sua radice etimologica che è sia città ma anche molti, quindi un corpo come oggetto riferibile a molti, a moltissimi. L’arte intesa come uno spazio di verifica aperto in cui il confronto con questa sfera innominata che è il pubblico riesce a compiere dei passaggi di senso, quella famosa condivisione di significato, che di solito si riferisce alla performance, ma che nel caso di un’opera che a modo suo è performante, si realizza di nuovo grazie al corpo che è politico.

M.D.A –Infatti quello che succede sempre, e che io chiamo performance private, è che durante la costruzione del lavoro si creino momenti quasi coreografici in cui diventiamo noi i soggetti di questi attimi così visivamente interessanti. Osservando questi corpi accovacciati o in piedi e le associazioni è stata una percezione comune quella di vivere dei momenti che sembravano quasi performativi. La cosa anche interessante del dialogo, quando esiste appunto un vero dialogo con il curatore, è che,ad esempio, se io per strada penso ad una cosa e in seguito scrivo a Pietro per condividerla con lui,  nel testo che lui produce non riescono  questi dialoghi in modo didascalico, ma diventano degli spunti per andare in una direzione con un pensiero rispetto ad un altro, ed emergono anche per me delle sorprese, come riuscire a spiegare certe cose che stanno su un confine.

Francesca Biagini

Photo Courtesy: Lorenzo Acciai

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Marta Dell’Angelo e Pietro Gaglianò. Photo Lorenzo Acciai
Conversazione a tre - Marta Dell'Angelo, Pietro Gaglianò e Francesca Biagini. Photo Lorenzo Acciai
Conversazione a tre – Marta Dell’Angelo, Pietro Gaglianò e Francesca Biagini. Photo Lorenzo Acciai
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Marta Dell’Angelo – Photo Lorenzo Acciai

About the author

Francesca Biagini

Curatrice indipendente,docente di evoluzione dei linguaggi visivi presso LaJetee Scuola di Visualstorytelling, assistente nel workshop per Fabbrica Europa “To be told”, ha collaborato a numerose mostre nella città di Firenze e all’estero, tra cui la mostra Urban Tracks presso il Vivaio del Malcantone con il collettivo artistico sloveno Brida.

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