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Di madre in figlia. Il potere del racconto

Il raccontare è un gesto antico quanto il tempo umano, perché, attraverso esso, il tempo, spietato e vorace, lo si ferma, sottraendolo al fluire infinito, per regalare l’assoluto della memoria, tramite il mito.

Charles Courtney Curran, OnThe Cliff, 1910
Charles Courtney Curran, OnThe Cliff, 1910

Il mito è più vero della storia. Ciò che è storico è realmente accaduto una volta, ciò che è mitico accade realmente ogni giorno” (Vito Mancuso)

 Tutto e tutti tacciono e una voce ricrea una storia, sempre la stessa, eppure sempre diversa, finché la magia sia compiuta e non ci sia più distinzione fra chi narra e chi ascolta, fra chi ha compiuto l’impresa e fra chi ne apprende l’esito, fra chi è solo polvere e fra chi ha lasciato, ancora bambino, poche orme lungo la propria strada.

Tale forma di comunicazione non ha limiti di sesso, ma, in questa sede, ci soffermeremo sulle peculiarità di narrazione al femminile, ossia compiuta da donne verso le donne.

Di madre in figlia: perché raccontare e raccontarsi? Per consegnare il ricordo alle generazioni future, in una sorta di passaggio del testimone, affinché si possa esistere oltre la propria vita contingente, quando le eredi del domani, forti della altrui esperienza, proseguiranno lungo un sentiero già in parte percorso.

E’ di questo, dunque, di cui qui disquisiamo, del potere delle parole sussurrate, di lemmi declinati al femminile, capaci di cullare i sogni di un neonato o di preparare una rivoluzione lenta ed inesorabile, grazie alla quale la lezione viene appresa e le fanciulle imparano a diffidare o a rendersi libere da antiche catene.

Con i capelli bianchi raccolti sulla nuca o celati da un velo scuro; in piedi davanti al focolare, su cui bolle un pentolone ricolmo di zuppa o sedute, sorseggiando un tè, su una terrazza da cui si accede alle stelle; seguendo il ritmo di un idioma duro o melodioso; nell’interno di una capanna o di un grattacielo; ogni donna racconta se stessa e le altre, in una comunione di intenti e di speranze.

La scrittrice Assia Djebar, nel suo libro “Donne di Algeri nei loro appartamenti”, edito nel 1980, ben esplicita questa funzione sociale del racconto al femminile:

Non vedo altra via d’uscita per noi se non per mezzo di incontri come questo: una donna che parla di fronte ad un’altra che guarda. Quella che parla sta raccontando l’altra, i suoi occhi brucianti, la sua memoria nera […]. Colei che guarda, a forza di ascoltare, di ascoltare e ricordare, finisce col vedere se stessa per mezzo del proprio sguardo”. Assia Djebar

Si racconta, tuttavia, non solo per alimentare la storia con la linfa del ricordo, ma anche per distrarre e ingannare la morte, come fecero, solo per citare due esempi molto distanti fra loro, Isabel Allende e Shahrazàd.

delacroix
Eugene Delacroix, Donne di Algeri nei loro appartamenti, 1834

La prima, quale madre al capezzale di una figlia malata, nel romanzo “Paula” snocciolò le vicissitudini proprie e degli avi affinché il tempo divenisse mito e si fermasse, regalando mesi di vita a chi era destinata a diventare, precocemente, spirito.

La seconda, la celebre eroina delle Mille e una notte, ogni sera intrattenne il suo sposo femminicida con una novella, procrastinando il finale di essa e, al contempo, la propria uccisione e quella delle successive mogli.

 “Shahrazàd era anche molto istruita, aveva letto parecchi libri e conosceva una quantità di storie e leggende relative alle età passate, ai re antichi e ai poeti. Sapeva parlare molto bene ed era un piacere starla ad ascoltare. […] Allora Shahrazàd gli disse: “Per Allah, padre mio, sposami con questo re, perché o io vivrò o io servirò da riscatto per le figlie dei musulmani e le libererò dalle mani di costui! ” Allora il padre le disse: “Che Allah ti protegga! Non sia mai detto che io ti esponga a un pericolo simile!”. E lei rispose: “Bisogna farlo assolutamente!”. […] “Quando sarò dal re, ti manderò a chiamare e tu verrai. E dopo che il re avrà finito di unirsi a me, allora tu dirai: e allora io ti racconterò delle storie che, se Allah vuole, serviranno a liberare da questo giogo le figlie dei musulmani!“. Mille e una notte

 Non ci sono, dunque, solo favole della “Buonanotte”: ci sono favole per restare sveglie, vigili, figlie depositarie di una cultura millenaria e novelle madri pronte ad affrontare nuove prove, alla luce di un racconto udito più volte, affinché possa esserci sempre un nuovo giorno da raccontare. C’era una volta … e ci sarà domani.

 “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda, e come la si ricorda per raccontarla”. Gabriel Garcia Marquez

 Emma Fenu

Frederick Leighton, Madre e figlia, 1865
Frederick Leighton, Madre e figlia, 1865

About the author

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen. Ogni quattro o cinque anni, la mia vita subisce una vera rivoluzione: mi trasferisco in un nuovo paese. Ho vissuto, in precedenza, in Medio Oriente, in luoghi di estremo interesse culturale e storico, che mi hanno permesso di sentirmi "cittadina del mondo".
Sono laureata in Lettere e Filosofia e ho conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione; insegno Lingua Italiana agli stranieri; tengo un Corso di Scrittura creativa; recensisco libri e intervisto scrittori; curo l'editing di saggi e romanzi; mi occupo di Storia delle Donne, di Letteratura e di Iconografia.

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