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Della natura dell’arte e dei linguaggi estetici | vol. 1

Nell’articolo The Truth of art, pubblicato su e-flux, Boris Groys afferma che la domanda centrale sia:  l’arte è in grado di essere un mezzo di verità?,altrimenti la questione potrebbe riguardare il gusto personale e verrebbe così equiparata al design. Io temo che oggi più che mai sarebbe il caso di partire dalla considerazione della sostanziale differenza tra ciò che rientra nell’ambito dell’arte e ciò che invece è mera produzione e utilizzo di linguaggi estetici, per sondare in un secondo momento il rapporto tra verità, finzione e arte. In effetti Groys, nella sua analisi arriva a considerare lo iato di cui sopra, ma una volta per tutte ritengo necessario partire dall’assunto che l’arte è anche linguaggio estetico ma che la produzione e l’utilizzo di linguaggi estetici non è arte de facto. Tutti in qualche modo ci esprimiamo (oggi sempre più compulsivamente) ma questo non fa di noi degli artisti. In effetti nell’attuale bolla massmediatica siamo tutti prosumer, con l’aggravante di avere a disposizione uno sterminato potenziale pubblico muto che si riduce al minuscolo cerchio magico di amici e parenti che ci sostengono con apprezzamenti e like. L’equivoco quindi di elevare al rango di arte prodotti tangibili o più spesso mediatici, dalla forte connotazione estetica, è diffuso e rischia di deteriorare il confronto necessario e fondamentale sull’arte. A poposito come guarda il Potere oggi? E cosa riconosce e indica come arte, soprattutto contemporanea?

Alighiero Boetti, Tutto – 1992-93

Allora chi determina il valore (non il prezzo) dell’opera d’arte? E inoltre l’arte deve essere utile? L’opera si conquista il suo valore in buona parte autonomamente, indipendentemente dalle spinte di mercato ed è nel trasecolare che getta radici al di là dei gusti e dei giudizi del presente e del passato. La seconda questione nasce dall’incomprensione del termine stesso: utile. Ossia, l’arte è necessaria e non utile, nell’accezione dell’utensile finalizzato ad uno scopo in particolare. L’arte è necessaria in quanto apertura, domanda, ambiguità, sgambetto, agguato. Invece oggi l’arte è divenuta una specie di camera di compensazione della disoccupazione giovanile. Si dà l’illusione che chiunque possa essere un artista e che ad attenderlo ci siano grandi guadagni. Nell’arte le tensioni sociali trovano uno sfogatoio, sublimandosi e divenendo innocue, ormai devitalizzate e museificate, così afferma sapientemente l’artista e intellettuale Pablo Echaurren in una recente intervista pubblicata su Il Riformista. Quindi, la trovata, l’esperimento, gli sbirrionamenti, come li definiva un caro amico regista palermitano, possono funzionare come ricerca, come messa in discussione di una linea guida, ma devono essere di carattere, in funzione di una necessità e di una coerenza e coscienza interna al lavoro. Se viceversa siamo al cospetto di un vero e proprio modus operandi la responsabilità dell’artista in merito al suo percorso e alle sue opere è ancora più delicata e importante. A questo punto non si può e non si deve confondere l’abbondanza di materiali, la varietà dei media e di soluzioni per confrontarsi e affrontare le tematiche che stanno alla base della ricerca con tentativi scomposti di accrocchi installativi e penose agitazioni pseudo-performative.

Anselm Kiefer, Heroische Sinnbilder – 1969

Inoltre, sempre Groys, ci ricorda che l’artista un tempo necessita(va) di una temporanea assenza dal pubblico e dalle relazioni sociali per elaborare e produrre i suoi lavori. Questo periodo necessario di decantazione, concentrazione, confronto con l’opera e con il proprio immaginario era la desincronizzazione che consentiva lo scarto necessario dal flusso, dal dovere, dagli impegni e dalle reti sociali che smagliano il complesso ordito della creazione. Lo spazio necessario e interdetto dove “non ci sono storie”, ma si produce in qualche modo mitologia. Spazio sacro, sì, uno dei pochi rimasti in tal senso. Visione nostalgica? Romantica? Non credo affatto. Questo spazio, questo tempo sono il contraltare necessario al terminale del sistema dell’arte, ossia il pubblico indiretto e istantaneo, come viene definito da Achille Bonito Oliva; forse oggi anche uno dei pochi numericamente consistente, anche se impreparato, che ha però una responsabilità assoluta tanto quanto quella dell’artista.  Giustamente il critico d’arte campano ci indica un terzo spazio di manovra, quello che oscilla tra attenzione e disattenzione, dal momento che la fruizione di una produzione di carattere culturale è oggi attraversata dall’irrequitezza che ci porta sempre e comunque ad interrompere l’attenzione per una miriade di motivi. Potrebbe essere proprio questo terzo spazio/tempo l’incubatore di una differente riflessione critica e di una ri-attivazione artistica?

Fabrizio Ajello

In copertina: Jordan Wolfson, Female figure – 2014

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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