Cinema e Teatro

Daniel Pennac | Mio fratello

Daniel Pennac, dopo la morte del fratello Bernard, crea una lettura scenica di un celebre racconto di Herman Melville, “Bartleby lo Scrivano”.  Alternando una selezione di brani del suo adattamento teatrale di Bartleby, aneddoti su Bernard, piacevoli o crudeli, ricordi amorevoli, battute ricche di humour e di lucidità, Daniel Pennac delinea il ricordo del fratello scomparso, complice e insostituibile compagno di vita tanto che quando verrà a mancare, in Pennac provocherà come una perdita “del suo stesso corpo”.

Lo spettacolo, con la regia di Clara Bauer è ridotto ad un monologo e, questo, comporta una notevole padronanza della scena per avvincere il pubblico. Trama sottile, delicata, si poggia sugli inspiegabili rifiuti, “I would prefer not to”, ovvero “preferirei di no” dello scrivano di compiere le più semplici e scontate mansioni che gli spettano.

Un personaggio ambiguo, oscuro e misterioso, dove in qualche modo Pennac cala la sua realtà e dove sin dall’inizio, nell’incantevole teatro del centro culturale Il Funaro di Pistoia coinvolge  il pubblico anche se lontano dal palco. Dalle prime battute, letture, si è seduti ad ascoltare la presentazione del racconto alla radio  e poi via, via si fonde col Pennac recitante.

Foto di Antonella Carrara- Il Funaro

Sulla scena, con lo scrittore di Come un romanzo, L’occhio del lupo, La lunga notte del dottor Galvan, saranno presenti Vincent Berger, Marie Elisabeth Cornet, Pako Ioffredo e le musiche di Alice Pennacchioni, gli elementi di scena sono curati da Antonella Carrara, luci di Ximo Solano, la produzione è di Mia, in coproduzione con il Funaro, che dal 2012 accompagna le avventure teatrali dello scrittore francese.

A tratti lento e fugace ma, pieno di senso e silenzio, in scena Pennac con Bartleby tampona il dolore e la mancanza del fratello, attraverso lui torna alla sua stessa vita cercando di descriverla tra tristi e ironici ricordi.

“Durante tutta la nostra vita mi sono nutrito del suo umorismo”.

La parola nostra fa intendere quanto Pennac abbia sempre cercato un punto di riferimento nel fratello e, quanto avesse cercato di imitarlo durante la vita. Pennac utilizza il teatro e il suo potere per testimoniare questo grande amore insieme alla regista che, racconta questa lettura in modo del tutto naturale, tra una scena e l’altra.

Foto di Antonella Carrara- Il Funaro

Tra le mani ancora i testi, al Funaro, si assiste a questa prima volta di certo piacevole, morbida, dove lo spettatore con estrema serenità si ritrova a cercare quelle mille risposte, a riconoscere le molteplici domande sulla scia di una regia che sin dal primo minuto trasporta il teatro nel teatro, nel cinema, (le inquadrature proiettate, sequenze, primi piani della scena nella scena) e nella musica.

A conclusione, quando a spettacolo finito si chiacchiera con il pubblico, quasi non ci si accorge del distacco con il racconto appena terminato e, ognuno guardandosi dentro senza aspettarselo si ritrova a sentire la mancanza di qualcuno… “il piacere della sua compagnia, la gratuità del suo affetto, la serenità dei suoi giudizi, la complicità del suo senso dell’umorismo, ho perso la quiete. Ho perso quel po’ di tenerezza che c’era ancora al mondo. Ma chi ho perso?”

E’ proprio la lettura ad alleggerire mancanze “…una compagnia che non prende il posto di nessun’altra ma, che nessun’altra potrebbe sostituire.» Perché il “tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere”.

Maria Di Pietro

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