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Da Courbet ad Ai Weiwei, 10 autoritratti da non dimenticare

Autoritratto è un termine che sottende complessità. Esso caratterizza un’azione autoreferenziale e  autonoma, quella, cioè, di rappresentarsi tramite un processo artistico e, nel momento stesso in cui ciò avviene, prendere consapevolezza della propria trasformazione in immagine.

Un’individualità, dunque, crea una copia di se stessa che si costituisce di volontarie emulazioni e circostanziali distanziamenti, un alter ego che permane conservato in apparente figura e che rappresenta, insieme, la parte artigianale e immaginifica di chi l’ha creato.

Un autoritratto è, parlando principalmente di pittura, l’attestazione interpretativa di se stessi. Ma quando si tratta di fotografia, ‘reale’ ed effettiva per sua stessa natura, la questione assume dei caratteri diversi. L’autoritratto fotografico, infatti, afferma con assoluta verità il sé nella propria capillare fisicità, oppure, come direbbe Roland Barthes, nel suo esistere hic et nunc.

Ne abbiamo individuati 10, dalla fine dell’800 ai giorni nostri, da non dimenticare.

Gustave Courbet, Autoritratto, Il disperato (1844-49). Courbet è arte viva, epidermica. Con una precisione quasi iperrealista, l’artista sembra prendere sorpresa consapevolezza del proprio aspetto attraverso l’apparente duplicazione della sua immagine allo specchio. E noi potremmo essere il fugace e invisibile originale di un riflesso permanente e illusorio.

 

Edward Munch, Autoritratto dall’inferno (1903). Quest’opera si condensa in una poetica pittorica che declina nell’interrogazione esistenzialista sulla propria identità in una rete di rifermenti simbolici. Il furioso sfondo, che richiama le tonalità dell’espressionismo astratto, avvolge matericamente la figura nuda del pittore, vittima di una legge del contrappasso che lo costringe immobilizzato dalle stesse movenze del suo pennello.

Tamara de Lempicka, Autoritratto sulla Bugatti verde (1929). In un dipinto come questo a esplicitarsi è un dichiarato ed evidente preludio femministico. De Lempicka, raffinata ed emancipata femme fatale, è il prototipo della donna moderna consapevole di sé stessa: indipendente, al volante, con lo sguardo seducente e  ammaliante.

 

Frida Kahlo, La colonna spezzata (1944). L’autoritratto come terapia al dolore e strumento di discernimento interiore. Frida si raffigura come un piangente San Sebastiano alla colonna, utilizzando la pittura come attestazione materica della sua sofferenza e non come mezzo fantastico o filtro immaginativo per sfuggirvi. Un’esistenza che si riassume in un’autobiografia in immagini che ne narrano il martirio.

 

Francis Bacon, Autoritratto (1969). Il concetto di deformazione permea l’intera opera di Bacon, traduzione di una realtà  interpretata e casuale, filtrata da un originale approccio stilistico e da intenzioni anti-meccanicistiche. Volti che non hanno una corrispondenza, tratti volutamente sottratti alla riconoscibilità; un tentativo di assecondare le incorrettezze della percezione confondendole a una reiterata affermazione di una condizione emotiva. Una metamorfosi che si congela nella perenne transizione.

Arnulf Rainer, Untitled (1971). Gli autoritratti di Rainer si affermano nella doppia componente fotografica e pittorica, un dualismo materico e concettuale che si attesta nella temporalità. Alla fotografia, cellula meccanica e archiviale di un reale istante passato, si sovrappone il colore, indice di un intervento processuale che rimanda, invece, a un’azione astratta ed emozionale.

 

Luigi Ontani, Autoritratto come Dante (1972). Attraverso il transfer del travestimento, l’artista rinuncia alla rappresentazione del suo sé originale assimilando la propria immagine alienata a quella di qualcun altro. Mediante un processo artistico citazionistico che reinventa l’iconologia storica, Ontani si pone, attraverso la fotografia, in un punto limite: la propria identità è, nello stesso istante, il risultato di una perpetua dualità e la mancata affermazione di una prevalente singolarità.

 

Cindy Sherman, Untitled (#275) (1993). Quello di Cindy Sherman è un incessante lavoro di moltiplicazione della propria identità. Una copiosa raccolta in immagini della volontaria rinuncia alle proprie tracciabilità fisiognomiche a favore dell’accoglimento artificioso e temporaneo di quelle di un altro soggetto, costruzione altrettanto fantasiosa di un’intenzione dalle volontà dissacranti e grottesche.

 

Anna di Prospero, Untitled (2010). Sebbene meno conosciuto rispetto agli altri, questo autoritratto mette in scena l’intenzionale decisione di sottrarsi al riconoscimento di sé stessi attraverso la negazione del proprio volto all’obbiettivo fotografico. Il corpo, di spalle, nella sua essenziale nudità e armonica costituzione, si sostituisce ai tratti del viso, giocando con spazi cartesiani che individuano forme geometriche.

 

Ai Weiwei, Autoritratto con il dito medio. In crescente ascesa è, oggi, il margine d’adesione dell’arte, e dei suoi mezzi espressivi, verso una nuova e temibile trasmissione di immagini, giustificatrice di una moltiplicazione avida e affamata del proprio esserci. Il selfie, macabro e paradossale divoratore di autenticità fisiognomica, si attesta come documento di una quotidianità teatrale e anti-mimetica, forgiandosi di un potere mediale e virale e caricandosi, in alcuni casi e contesti, di messaggi sociali.

Cristiana Sorrentino

About the author

Cristiana Sorrentino

Cristiana Sorrentino vive a Firenze, dove ha conseguito la laurea in Dams e si è specializzata in Storia dell'arte e della Fotografia. Ha pubblicato articoli su mostre ed eventi e tenuto convegni su temi di arte contemporanea, cinema e fotografia.

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