Interviste

Conversazioni con Luca De Leva Pratiche di corrispondenza non organizzata

Quello che è patetico è splendido, anche perché non sa di esserlo (Luca De Leva)

La conversazione tra me e Luca De Leva nasce dall’idea giocosa di creare una sorta di corrispondenza tramite web, dove viene a mancare una impostazione fissa nella struttura dell’intervista, o una deadline alla quale fare riferimento, ma diviene solo una pratica di comunicazione che utilizza i nuovi media. Una breve conversazione telefonica e qualche chat informale per decidere, di comune accordo, di creare una “corrispondenza non organizzata” dove ogni domanda attende una risposta dalla quale ne verrà strutturata una successiva. In questa pratica di gioco c’è una partenza, ma nessuna struttura conclusiva pertanto è divertente pensare a un potenziale processo in divenire.

A cura di Sasvati Santamaria

La conoscenza con Luca nasce dal casuale incontro durante la mostra collettiva Frammenti di Paradiso organizzata a Napoli dal collezionista Agovino dove De Leva espone Ave Maria, che mi sorprende piacevolmente per la sua forza comunicativa nonostante la semplicità strutturale. Una litania percorre le scale del complesso Le Scalze – Chiesa di S. Giuseppe a Pontecorvo; il suono, che guida lo spettatore, diviene più nitido a mano a mano che si salgono le scale. Un’Ave Maria è la cantilena che proviene da dietro una porta chiusa alla quale non è possibile accedere, ma è il suono ad invadere lo spettatore, rievocando retaggi culturali del proprio bagaglio personale e creando una sensazione di mistica e intima sacralità. Sentire ma non vedere, riportando alla mente un tempo indefinito, un tempo depositato, citando Platone che lo definisce con un sola parola semplicemente atopon, un tempo che non ha luogo.

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Ciò che mi ha particolarmente incuriosita nella tua ricerca è la spiazzante semplicità con la quale riesci a trattare tematiche complesse e profonde. Non ti si può definire né uno scultore, né un performer, né tanto meno un pittore, dato che adoperi qualunque strumento utile per esplicitare un concetto. Le tue opere appaiono, a parer mio, come un sodalizio tra poetica, filosofia e provocazione, dove spesso i titoli danno un input di riflessione su ciò che si osserva e creano uno spazio estetico dove diversi linguaggi si confrontano e si intrecciano tra loro e dove la tensione che ne consegue lascia comunque a uno stato irrisolto.

Parlando nello specifico: mi hai accennato che per te è una sorta di pratica di vita la scelta di creare dei titoli che spesso appaiono come “frasi fatte”, che riportano in qualche modo ad un’idea di controcultura intesa, utilizzando le parole dell’antropologo Spagna, “come una richiesta di spazio, di respiro, di libero pensiero”. Questa interferenza strutturale crea un gioco davvero interessante per riflettere sulle molteplici possibilità di lettura delle cosiddette verità ufficiali, precostruite, dei luoghi comuni. Puoi spiegarmi meglio questo tuo esercizio di ricerca?

Io cerco di essere aderente alla vita e il lavoro dell’arte per me è un esercizio di postura nei confronti di tutto. Sono molto affascinato dalle vite semplici, dall’immobilità, penso sia una strada non abbastanza sondata perché apparentemente non interessante. Ci sono tanti valori che andrebbero riletti, come l’ozio, l’inattività, la pigrizia, il sonno, la dimenticanza, nel luogo comune sono perlopiù negativi, ma se affrontati con spirito creatore potrebbero diventare qualcosa di molto potente. Lo stesso vale per il tipo di messaggio dato dai luoghi comuni, il tentativo di sintesi che rispecchiano nella loro forma ambisce ad una verità così tanto generale da essere patetica e quello che è patetico è splendido, anche perchè non sa di esserlo.

De Leva, Protesisuprotesisuprotesieccetra, 2017

In un contemporaneo dove la tipica condizione umana nella società postmoderna è quella di un moto perpetuo e frenetico che travolge qualunque sfera della vita individuale, appare stridente che un giovane artista milanese parli di rivalutare concetti come immobilità, pigrizia, sonno, dimenticanza. “Lo scioglimento diventa un processo continuo, niente ha il tempo per solidificarsi; è ciò che io chiamo “modernità liquida”. La modernità odierna, come i liquidi, non può assumere una forma per un lungo tempo”. Bauman, in Modernità Liquida, così descrive una società che vive la paura del tempo, della solitudine e delle relazioni umane. Nella tua poetica sembra quasi tu voglia indicare un esercizio nei confronti della vita che rallenti tutte quelle strutture che intrappolano la modernità, utilizzando come “strumento” il luogo comune per creare un’interferenza, una tensione percettiva in chi vede i tuoi lavori. Spesso le tue opere appaiono come dei readymade di oggetti comuni dove, in maniera provocatoria, il titolo ne da una nuova chiave di lettura. Ad esempio “Protesisuprotesisuprotesieccetra mi ha divertito non poco per la sua irriverenza. Mi raccontavi, non molto tempo fa, che raccogli tutti quegli oggetti che destano il tuo interesse e li accumuli nel tuo studio, cosa che mi ha molto incuriosito. Te la senti di raccontare come avviene questo incontro tra te e questi oggetti? Quali sono le modalità con cui successivamente questi acquistano un nuovo valore? E’ un gioco, una pratica di disciplina personale, pura casualità o una connessione visiva tra i tuoi pensieri e l’oggetto?

Avviene tutto in maniera molto spontanea, se vedo del potenziale me lo prendo. Amo il potenziale, è divertente immaginare quello che non c’è ancora, vivere con il desiderio proiettato nel futuro mi fa sentire ancora più inserito nel presente.

Citando le tue parole dici: “vivere con il desiderio proiettato nel futuro”, a me sembra invece che la tua proiezione mentale sia “ora e subito”. Posso chiederti quali sono gli artisti ai quali ti ispiri, sempre se ce ne sono, o che sono stati importanti per la tua ricerca? Oppure se ci sono dei libri o degli autori ai quali sei affezionato intellettualmente? 

Sono tantissimi, cambiano, ma per sempre Nietzsche, Carmelo Bene, Jung e Mauro Biglino, ad artisti invece non mi ispiro, a nessuno e a tutti, per me la forma non ha più a che fare con l’ispirazione ma con l’intuizione, sono proprio due sensibilità diverse

L’idea dell’artista “ispirato” è un’immagine tipicamente romantica, e credo anche, ormai parecchio superata. Tu però parli di intuizioni e casualità che, collegate a una profonda ricerca, potrebbero essere gli elementi per una “nuova forma di ispirazione dell’artista contemporaneo”. Gli oggetti nel tuo lavoro diventano immagini per “guardare oltre” e viene immediato il collegamento alla performance Cronache da un altro occhio dove scardini le teorie warburghiane sull’idea della “vita delle immagini” e sulla loro carica mnestica. Due occhiali che permettono di vedere quello che vede l’altro durante un bacio; un mix tra fantascienza e poetico romanticismo. Mi tornano alla mente le parole di Bel Hooks: “Dobbiamo imparare a vedere. Vedere qui è inteso […] come potenziamento della consapevolezza e della comprensione, come intensificazione della capacità di fare esperienza del reale attraverso i sensi” ma forse, se tu riuscissi a spigarci in maniera più approfondita questo lavoro e da cosa è scaturito, sarebbe più semplice il collegamento a questa idea di “ispirazione strutturata”.

Non mi è semplice rispondere a questa domanda, però mi ha fatto venire in mente una lettera che ho letto una volta, te la copio:

Ciao Sara,

è da molto tempo che non ci vediamo, ma non ti ho dimenticata, sono qui a Roma e sorrido di quanti nomi gli uomini danno alle cose, ai luoghi e alle vite. Qui è chiamata la Città Eterna, ma noi sappiamo che di eterno non c’è niente, e le rovine delle nostre menti ce lo ricorderanno per sempre.

Tu che conosci la mancanza del tempo, ti prego aiutami ad abbandonare le convenzioni, distruggi con la tua gentilezza ogni mia convinzione e accompagnami in questo percorso di immobilità.

Voglio smettere di creare, la parola stessa è ridicola, posso solo riutilizzare quello che mi circonda, gettarmi in un flusso di produzione e conservazione con la postura che più mi appartiene, quella che ho scelto spontaneamente perchè è brillata tra le mie pupille. Ricordo la tua ingenuità quando mi dicevi di non avere la certezza di essere nata, ma di poterlo solo dedurre dai fatti, non conoscevi la nostra radice e la cercavi occupando la tua vita con il lavoro, quel tremendo lavorio da operaietto che si è concluso solo quando hai accettato la mancanza di senso di tutto, il senso è umano, ma l’umano non è il tutto. Noi correvamo insieme fortissimi sulle nostre biciclette, quando il cuore pompava al suo meglio non pensavamo più a nulla ed eravamo tutto, l’aria ci penetrava ed eravamo tutto, il sudore ci faceva splendere ed eravamo tutto, il tuo corpo era bellissimo, degno di essere onorato, quante volte lo abbiamo onorato, lavoravamo con quello che avevamo a disposizione, con il corpo, la nostra radice. Sognavamo noi due e ora mi manchi, ci siamo soffocati e calpestati, stavamo attaccando la nostra natura, stavamo ignorando il pensiero, aggiungevamo un pezzo sopra l’altro sperando di arrivare abbastanza in alto per cadere e nuotare in una pozzanghera.

La nostra era la storia di uno sguardo che si ribalta come gli occhi di un epilettico, priva di senso, priva di narrazione, priva di scenografia, niente era desiderato tutto era già lì aspettarci, noi lo abbiamo solo rimodellato; niente era intenzionale più di un bacio dato male con in bocca un saporaccio di chiuso; la mia salivazione aumenta quando ti penso, siamo fatti d’acqua e io ti annego dentro, mi dicevi sempre, vado in apnea e aspetto fermo ora.

Sono circondato da oggetti delicati, di cui bisogna prendersi cura, oggetti che non solo qui, ma fra tutte le persone che ne hanno giustificato la produzione, la presenza. Sono una catena iniziata e che vuole continuare, gli anelli non sono ancora finiti e vorrei fossi tu ad aggiungere i prossimi, se ne sei in grado, ogni singola parte che li compone, ogni poro, ogni pregio e ogni difetto, sono stati accuratamente voluti e quella volontà libera di fare, me li ha fatti incontrare.

Ora aspetto una tua risposta alla mancata domanda che ti ho fatto.

Splendida lettera; mi ha quasi commossa per l’intensità e dura fermezza del contenuto. Mi viene naturale intuire che Sara è una sorta di tuo alter ego. Una “romanticamente” duplice personalità che ti permette di raccontarti, non solo come artista, ma anche aprendo uno scorcio in quello che è la tua vita privata ed emotiva che va a completare il tuo percorso di ricerca artistica. E’ la più bella lettera d’amore che ti potessero dedicare. Una sorta di pratica di autoerotismo che racconta tutta la tua poetica. Sara già esisteva. C’è un’altra lettera che scrivesti a lei nel 2011 e mi viene da chiederti se, nostalgicamente, Sara ritorna ogni qual volta percepisci un cambiamento strutturale nella tua vita e nel tuo lavoro? Inoltre, queste lettera è dedicata solo a te? Oppure anche a una donna fisicamente esistente o a un possibile pubblico che fruirà la lettera? So che non è semplice, ma riesci a spiegare qual’è il “compito” di Sara? Sempre se realmente ne ha uno.

Forse Sara è il mio spirito guida, ma non sono io. L’identità è un rifugio per chi ha paura di se stesso, io cerco soltanto di schiarirmi la vista. Cosa ti fa pensare che Sara sia una persona?

Mi chiedevo solo se queste lettere fossero un pretesto per raccontarti. Non intendevo Sara come una persona fisica ma come un’identità altra. A proposito di altre identità, mi torna in mente il tuo progetto Life Swap / Scambio di Vita (proprio in questo caso scrivi la tua  prima lettera a Sara) dove scardini l’idea di unicità identitaria scambiando la tua vita, per una intera settimana, con una persona di Beirut. Così come dai significati o ruoli “altri” agli oggetti che raccogli nel tuo studio, allo stesso modo sperimenti sulla tua persona la medesima pratica. Ti va di parlarmi di questa esperienza? Da quale input è nata l’idea e come ti sei approcciato a questa sorta di alterità strutturale?

Lo scambio nacque perché volevo affrontare fisicamente un’idea, in qualche modo rendere reale una cosa virtuale, a quel tempo pensavo che se fossi riuscito a trascinarla nel mio concreto avrei potuto aggrapparmici quando sarebbe tornata da dove era venuta, come una fionda, e così sarei potuto andare a vivere in un’altra dimensione, avevo una visione un po’ troppo platonica delle cose forse.

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Parli al passato perché Life Swap è un progetto nel quale non ti rivedi più o perché è un ambito di ricerca nato sviscerato e concluso? Parlando di progetti, il 27 settembre 2017 inaugura ADA project, un nuovo spazio espositivo a Roma che vedrà la collaborazione di Rolando Anselmi e Carla Chiarchiaro in un progetto che attenziona i giovani dell’arte italiana. La prima mostra inaugurale sarà una tua personale dal titolo “Ultime volontà” ti senti di spiegare il perché di questo titolo? E a larghe linee dove volge adesso la tua ricerca artistica?

Il mio modo di fare guarda alla revisione, alla rilettura, al valore dell’alternativo. Più che creare preferisco rielaborare, scavo nella mia mente tentando di non essere me stesso e accumulo identità dalle quali germinano altri linguaggi. Sto cercando un significante originario che faccia diventare me significato, per poi abbandonarmi del tutto ad una nuova forma. A Roma saranno le ultime volontà nel senso di più recenti, sono elettrizzato da questo nuovo progetto, non vedo l’ora che inizi!

Chiamare la tua personale “Ultime volontà”, intese come recenti, imminenti volontà, dalle quali parte questa nuova ricerca è un gioco di parole interessante che crea un corto circuito nel processo verbale e cognitivo che sta proprio alla base del tuo lavoro. Il termine “ultime” che, comunemente ha un’accezione negativa, questa volta diviene un’espressione di “rigenerazione”. Devo ammettere che c’ero cascata! La tua modalità di ri-pensare l’oggetto (ma non solo) implica una sua decostruzione, un superamento del suo utilizzo comune, attribuendogli un nuovo valore d’uso. A volte, è proprio l’inoperosità stessa dell’oggetto a renderlo quel “significante originario” di cui parli. Il tuo lavoro sicuramente è un’osservazione attenta del mondo che ti circonda ma è anche sostenuto da una stratificazione personale legata al tuo interesse per gli studi filosofici. Puoi raccontare la connessione trasversale tra le arti visive, la filosofia e il tuo stile di vita?

Più che una decostruzione per me è proprio una ricontestualizzazione delle cose, non cerco altri utilizzi in base a quelli dati, ma ne immagino completamente di diversi. Per quanto riguarda la connessione trasversale di cui parli, penso sia un normale atteggiamento che unisce vari interessi, e muovendosi per sottrazione sintetizza tutto in un’unica forma, più che aumentare la realtà preferisco diminuirla, sintetizzarla appunto.

De Leva, Il Buio, particolare, 2017

Dopo la personale a Roma posso confermare che le tue opere vanno (debbano essere) viste dal vivo per comprenderne a pieno la loro silenziosa, immobile e drammatica forza. Loro stanno li e ti fissano in una propria immutabile stabilità. Entrando nel bianchissimo e asettico spazio di Ada project, ho immediatamente dimenticato tutti i tecnicismi e le modalità di lavoro delle quali abbiamo parlato in questi mesi; le opere ti catturano in un immobile silenzioso status e iniziano a narrare una realtà altra. Raccontano di un mondo onirico, magico e drammatico. Ogni oggetto ha una incredibile forza estetica, ogni opera occupa lo spazio per raccontare se stessa e il mondo con i “propri occhi”. Mi è rimasto particolarmente impresso Il Buio, dove un gruppo di tartarughe in gesso stanno con il carapace rivolto al pavimento. La tartaruga in natura se si ribalta muore, le tue tartarughe aspettano inermi il loro destino mentre soffocano con le teste dentro lucidi e coloratissimi palloncini in uno spazio senza tempo. Mi ha quasi commossa la loro statica attesa. Quando parli di pratiche di sottrazione penso che sia questa l’incredibile forza del tuo operato, una “speciale” capacità di sintesi. Mi chiedevo, però, se il tuo rifiuto alla paternità dell’atto creativo non sia una sorta di “rifiuto della responsabilità” di ciò che narri e di ciò che narrano le tue opere.

De Leva, Il Buio, particolare, 2017


No, non è un rifiuto di responsabilità, non penso di narrare niente, non penso nemmeno di essere io a fare quelle cose. La paternità di qualsiasi azione mi è sempre sembrata molto patetica, può funzionare a rafforzare l’ego di chi ne ha bisogno, ma non per me, non ho desideri di affermazione personale, la mia ambizione riguarda altro, immagino mi divertirei molto ad essere mosso da qualcosa contro la mia volontà e guardare il mio corpo agire come fossi un ospite al suo interno, sarei una bella marionettina. Il potere è uno dei concetti più riferito all’umanità, io lo cerco in ogni direzione, o almeno ci provo.

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Foto: courtesy dell’artista e ADA Project

Link di riferimento: http://www.lucadeleva.com/category/projects-luca-de-leva/

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About the author

Sasvati Santamaria

Nasce il 18/02/1983, a Palermo. Frequenta L’Accademia di Belle Arti nella città nativa. Frequenta un Master allo IED in curatela, facendo la sua prima importante esperienza presso il concorso Talent Prize 2012. Cura diversi progetti, perseguendo sempre l’obiettivo di concentrare l’attenzione sulle pratiche sperimentali di giovani artisti.

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