Interviste

Conversazione con Giuseppina Giordano | Accadimenti, pratiche, sogni

boccioli di rosa, filo d’acciaio, cemento / installazione site-specific, The Studios at MASS MoCA, USA, 2019

Conversazione con Giuseppina Giordano: pratiche di corrispondenza non organizzata.

A cura di Sasvati Santamaria

Questa modalità di intervista nasce dall’idea giocosa di creare una sorta di corrispondenza tramite web, dove viene a mancare una impostazione fissa nella struttura dell’intervista, o una deadline alla quale fare riferimento, ma diviene solo una pratica di comunicazione che utilizza i nuovi media. Una breve conversazione telefonica e qualche chat informale per decidere, di comune accordo, di creare una “corrispondenza non organizzata” dove ogni domanda attende una risposta dalla quale ne verrà strutturata una successiva. In questa pratica di gioco c’è una partenza ma nessuna struttura conclusiva pertanto è divertente pensare ad un potenziale processo in divenire.

Abbiamo bisogno di pratiche e nuove strade, per sognarci come ora non siamo (G. Giordano).

L’incontro tra me e Giuseppina è avvenuto durante la mia collaborazione per la mostra, curata da Katiuscia Pompili, La solitudine del curatore presentata per gli eventi collaterali di Manifesta 12 a Palermo, presso lo spazio Kaoz. Quello che notai fu la pratica “aperta” e modulare del suo lavoro e l’immediata comprensione e semplicità nel trattare tematiche concettualmente complesse.

Partendo da una riflessione sul tuo lavoro presentato per Manifesta 12 AMORE/ROTTURA DI PALLE/UNIVERSALE (Sorry Wislawa), indaghi sul senso del concetto di “relazione” utilizzando uno dei mezzi più controversi: la scrittura. Realizzi uno stencil murale con il testo della poesia “Amore a prima vista” di Wislawa Szymborska, con innesti in 104 lingue, ottenuti tramite google translate. La difficoltà nella comprensione del testo nella sua totalità porta ad una riflessione sul limite che può essere una lingua e sulla incomunicabilità tra individui, lasciando allo spettatore la libertà di rimodulare mentalmente un proseguo personale dal testo ai frammenti mancanti. Questa modalità di lavoro aperta e modulare è presente in tutte le tue opere. Puoi parlarmi del perché hai scelto questo modus operandi  in maniera più approfondita?

AMORE / ROTTURA DI PALLE / UNIVERSALE (Sorry Wislawa), 2018, ph: Michele Vaccaro

Ripeto spesso che io non sono, ma IO ACCADO. Vedo me stessa come un continuo accadimento. La mia pratica, allo stesso modo, non ha centro: si nutre di trasformazioni. Uno dei fondamenti del mio lavoro è il concetto buddista di originazione dipendente. Possiamo definirci solo e se in relazione a qualcos’altro, nessun fenomeno ha un’esistenza intrinseca. Il mito della rete di Indra, esprime questo concetto  perfettamente: una rete infinita che si estende in tutte le direzioni in cui sono incastonati dei gioielli scintillanti anch’essi infiniti, in cui ogni gioiello contiene in sé il riflesso di tutti gli altri, dando vita a un processo di riflessione infinito. 

Rifletto spesso sulla individualità e la vivo sempre come un mistero. Guardo con interesse alla gestazione, alla germinazione, alla nascita, alla capacità umana di dar significato e creare nuove storie, di unificare le contraddizioni. In questo senso il mio lavoro è aperto e modulare. Il tempo è una componente essenziale della mia pratica. Il tempo di cui parlo, è il presente, che definisco come la “freschezza dell’accadimento”, un intreccio indistricabile di  simultaneità e successione. 

Mi piace la parola accadimento, perché etimologicamente significa cadere verso, un cadere che non ha direzione specifica, imprevedibile, e la parola freschezza che è qualità di non essere rovinato dal tempo.

L’incertezza è il terreno in cui muovo più agevolmente e il presente è un tempo che rifugge qualsiasi tentativo di definizione ultima.

Uno dei primi momenti in cui ho cominciato a esprimere questa dimensione temporale è stato quando ho cominciato a lavorare con le muffe e le colonie batteriche nelle piastre di Petri. Frequentavo ancora il triennio in Pittura, all’Accademia di Belle Arti di Brera, e l’interesse per quel medium in particolare, che conoscevo già, nasceva dal fatto che i miei genitori sono medici.

Nel 2010 realizzai 12 FOLLOWING KISSES, 12 baci in serie racchiusi in piastre di Petri. All’inizio ero attratta dai colori sgargianti, da quella qualità pittorica offerta dalle muffe e dalle colonie batteriche in trasformazione, che si sviluppavano all’interno delle piastre di Petri; mi resi conto che quei baci avevano dato inizio a una serie di trasformazioni imprevedibili, che si rendevano manifeste sotto i miei occhi, e che mi piaceva osservare.

Nel 2011, mi relazionali per la prima volta con lo spazio della città: è di quell’anno la prima versione di LINEA 1.

Percorsi la linea 1, la linea rossa della metropolitana di Milano, portando con me delle piastre di Petri originariamente sterili, che aprivo e contaminavo coi batteri presenti nell’aria di ciascuna stazione. Lo schema dell’installazione era lo stesso dello schema grafico della mappa della linea rossa. In linea 1 ogni piastra di Petri è una fermata, un tempo “altro”: quello che ho impiegato a percorrere lo schema della linea metropolitana rossa di Milano. Una quotidianità scandita da percorsi prestabiliti apparentemente lineare.

Da un lato, il tempo dell’uomo, misurato mentre mi muovevo di fermata in fermata, dall’altro, il tempo scandito dalle continue trasformazioni che accadevano all’interno di ciascuna piastra di Petri. Trovavo straordinario che lo spazio circolare in cui si svelava e si svolgeva la vita delle colonie batteriche fosse strettamente correlato allo spazio della città.

Questa modalità di intervento l’ho riproposta successivamente in altre città: la più recente è del 2018, CENTRAL LINE, realizzata a Londra durante la residenza London Summer Intensive al Camden Arts Centre e alla Slade School of Arts. Quello delle linee rosse metropolitane è un lavoro in divenire: mi piacerebbe realizzare  una mostra in cui le linee rosse della metropolitana di diverse città del mondo siano idealmente collegate a formare quasi delle costellazioni nello spazio. Quello che chiami modulo, è per me nell’essenza legato al tempo particolare della ripetizione.

CENTRAL LINE, 2018, 68 x 500 x 3 cm, 2018
CENTRAL LINE, 2018 particolare

Uno degli episodi che mi ha illuminato su questa faccenda è stato una straordinaria performance di Dario Bonuccelli, a Milano, al Museo del ‘900 nel 2015. Mi ritrovai ad assistervi per caso, senza sapere quello a cui stessi andando incontro.  Capii solo in un secondo momento, che che il brano eseguito da Dario Bonuccelli fosse Vexations di Erik Satie. Mi ritrovai nella sala del del Museo del ‘900 con Zebra di Mario Merz, i cui salti in numeri luminosi incorniciavano un pianoforte. Sul pavimento erano sparse delle palline di carta colorate. Bonuccelli suonava una musica cadenzata. Mi sedetti, quando all’improvviso fui colta di sorpresa: il pianista, prese da una scatola a fianco a sé una pallina colorata e la lanciò proprio davanti a sé. Quel gesto e quella musica venivano ripetuti. Dallo stupore iniziale, cambiò molto, e non so quanto tempo rimasi lì. Le palline accartocciate davano forma al tempo disegnando cosmogonie ai miei piedi e io non ero più la stessa: mi aprivo al presente nella forma pura della ripetizione, il mio sguardo eccedeva il mio stesso corpo, mi sentivo tutt’intorno. Uno degli aspetti che mi aveva colpita di quella performance era stata la scelta di lanciare delle palline colorate dopo ogni ripetizione del brano. Quel tenere il tempo, mi aveva riportato alla mente, in un secondo momento, l’immagine del rosario.

Quella del rosario, è una pratica che è presente in tantissime religioni nel mondo. Ripetere ci permette di essere col tempo, di trasformarci nel tempo. Vedo la ripetizione come un processo di conoscenza, ruminazione del reale. Attualmente, sono artista in residenza al MASS MoCA, negli Stati Uniti, e una parte delle mie giornate l’ho trascorsa a costruire THE WALL OF DELICACY (ode to America), una recinzione che ricorda nell’estetica quella costruita con il filo spinato al confine tra gli stati, ma che è in realtà costituita da piccoli boccioli di rosa essiccati in successione.

THE WALL OF DELICACY (ode to America) è una pratica meditativa, una riflessione sulla delicatezza, la bellezza, sull’idea di confine. Non è semplice esprimere la grazia che ho sperimentato compiendo dei gesti semplicissimi: inserire lungo un filo metallico un bocciolo di rosa dopo l’altro, con attenzione, per non rovinarli, osservare i petali cadere inevitabilmente su di me e sul pavimento, e  ritrovarmi immersa nel loro profumo. Inizialmente è nata come installazione site-specific: ho diviso il mio studio al MASS MoCA in 2, rendendo inaccessibile una parte dello studio. Adesso, grazie anche all’entusiasmo con cui è stato accolto, questo lavoro si è trasformato in un lavoro partecipato, che credo in futuro possa avere risvolti più ampi.

Leggendo la tua risposta mi è venuto subito in mente un libro recente di Marina Montanelli, “Il principio ripetizione. Studio su Walter Benjamin“ (Mimesis, Milano 2017), che fa una riflessione sulla ripetitività come elemento necessario per la costruzione di un mondo a partire dal quale si può pensare la novità estetica, antropologica e politica. La ripetitività gestuale nel gioco durante la prima infanzia è anche una modalità nel quale il bambino riesce ad apprendere e fare esperienza e dove è possibile notare i formidabili effetti liberatori del “principio ripetizione”. Partendo da questo presupposto, il gesto ripetuto nel tempo in THE WALL OF DELICACY (ode to America) diventa un metodo per arrivare a una profonda connessione con l’opera. In modo analogo, la struttura modulare di CENTRAL LINE spezza la ridondanza aprendosi in accadimenti inaspettati, citando Montanelli”. La ripetizione si tramuta così in principio costruttivo che salva” (p. 59). THE WALL OF DELICACY è sicuramente la prova che un’azione ripetuta in un lungo arco di tempo non è univoca, non è identica ma che è innanzitutto differenziale. L’opera porta in se anche anche una memoria da sempre dolorosa: il muro. In questo momento l’America attraversa una delicatissima condizione politica a causa del muro tra Stati Uniti e Messico, così come a livello mondiale stiamo vivendo un periodo di “chiusura” verso l’altro. Dal punto di vista concettuale quali sono stati i tuoi input per la realizzazione di quest’opera? Ha un valore comunitario, politico o altro? Come è stata accolta la tua opera dai fruitori negli USA? 

THE WALL OF DELICACY (ode to America), 2019, particolare

Gli input di ogni lavoro sono spesso diversi, stratificati e non sempre consapevoli. Uno degli primi input che mi viene in mente è quello legato alla mia storia giovanile /adolescenziale, l’interesse per la Cooperazione internazionale e gli studi di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Sono nata a Mazara del Vallo, una città che basa la propria economia sulla pesca e dove è presente una delle comunità tunisine più grandi d’Italia. Nel 2004 ho cominciato a interessarmi a tematiche legate all’immigrazione. La storia dei pescherecci si intreccia con le tragedie del Mediterraneo legate ai flussi migratori e alla triste storia del CPT di Trapani. Con un amico avevo sviluppato un progetto di documentazione fornendo i pescatori di macchine fotografiche usa e getta. Purtroppo il progetto non riuscii ad avere una sua conclusione, però malgrado tutto fu un’esperienza fondamentale. Sempre nello stesso anno scrissi un progetto su Indymedia, organizzando dei sit-in. Indymedia chiuse qualche anno dopo. Se in passato la documentazione visiva è stata fondamentale, adesso, con i social media, c’è stata una desensibilizzazione all’immagine, motivo per cui penso sia necessario trovare nuovi modelli di conoscenza e consapevolezza per affrontare certi temi.

Un altro input, una delle esperienze fondamentali, antecedenti a THE WALL OF DELICACY (ode To America) è stata di sicuro la mia esperienza in Cina, dove ho vissuto nel autunno-inverno 2017/2018. E’ stata un’esperienza che mi ha cambiato molto, un’esperienza preziosa, per certi versi difficile di cui sono davvero grata. Nonostante la cultura cinese mi abbia sempre affascinato, e sia continua fonte di ispirazione per me, ho avuto avuto difficoltà a ambientarmi, sprovvista delle mie abitudini e dei canali di comunicazione più semplici. Da quella esperienza è nato THE WALL OF DELICACY (ode to China). Ho osservato le tecniche di costruzione di alcuni villaggi della regione del Fujian, dove alcune case sono costruite con le conchiglie d’ostrica. Quello che mi colpì fu il fatto che i gusci d’ostrica non erano usati in senso decorativo ma costruttivo. THE WALL OF DELICACY è un muro costituito da migliaia di gusci d’ostrica, resti che ho raccolto da vari ristoranti a Milano. Ho pulito e disposto i gusci d’ostrica uno sopra l’altro, offrendo una visione inusuale della conchiglia d’ostrica stessa in modo tale da poterne osservare i profili. I cocci di vetro rosati in cima al muro sottolineano fragilità e delicatezza, come in un fiore, e sono un ricordo della Sicilia, con i suoi muri a secco e i fichi d’india. The WALL OF DELICACY (ode to China) è per me un’onda dura e movimento ritmico, e una ripetizione che ha ragioni diverse ma complementari a THE WALL OF DELICACY (ode to America). Il primo muro esprime la paura dell’incontro con l’altro, una paura che ha mille ragioni, che penso fondamentalmente nasca dai nostri io non ben integrati.

THE WALL OF DELICACY (ode to China), 2018, ostriche, vetro
THE WALL OF DELICACY (ode to China), 2018, particolare

In THE WALL OF DELICACY (ode to America)il muro, inteso come confine, ci permette talvolta di rispettare e abbracciare l’altro, renderci consapevoli delle nostre azioni e delle inevitabili conseguenze. THE WALL OF DELICACY è attraversabile ma non senza conseguenze; attraversarlo implica infatti la distruzione dell’opera, danneggiando l’intreccio di boccioli di rose inseriti nella struttura di fil di ferro.

In residenza al MASS MoCA ho trovato un pubblico molto curioso, attento e entusiasta. Uno degli elementi più coinvolgenti del lavoro è il suo profumo, l’altro è la sorpresa che hanno avuto molti visitatori nel guardare il lavoro da vicino, scoprendo che il filo era fatto di piccoli boccioli di rosa. Molti dei commenti sono stati di natura politica, non si parla d’altro. Ho dato il mio biglietto da visita a una ragazzina di 12 anni che mi ha detto che avrebbe scritto a Trump, e gli avrebbe proposto il mio muro come al confine col Messico.

Siamo una società portata alla iperattività, e a dar risposte impulsive a quel che accade, ma non credo sia questa la strada da percorrere; non rispondo di problemi contingenti, ho sempre dialogato sull’opera ponendo l’accento sulla pratica meditativa. L’entusiasmo con cui l’opera è stata accolta ha permesso nuovi scenari progettuali in via di sviluppo.

La dimensione comunitaria è fondamentale, perché è l’unica vita possibile è quella insieme.

Ho da poco iniziato un progetto a cui dedicherò la mia intera esistenza: TRACCE DI BAMBINI SOGNATI. Un progetto di un libro e una pratica artistica sociale diffusa che nasce dall’esigenza di mettere al centro il potenziale creativo e trasformativo della donna durante il periodo della gravidanza. Il mio obiettivo è quello di creare nello spazio pubblico di ogni città una memoria viva delle nostre trasformazioni, il NOI ACCADIAMO.

Abbiamo bisogno di pratiche e nuove strade, per sognarci come ora non siamo.

Durante una nostra conversazione telefonica, in maniera informale, abbiamo approfondito proprio il tuo nuovo progetto work in progress TRACCE DI BAMBINI SOGNANTI, durante la tua residenza al MASS MoCA che si concluderà il 19 febbraio 2019. Mi hai parlato di una serie di interviste che stai raccogliendo con testimonianze di donne che stanno affrontando una gravidanza con l’obiettivo di raccontare le diversificate esperienze personali delle donne incinte, sia nel loro cambiamento fisico ed emozionale ma con particolare attenzione ai sogni e alle infinite possibilità che si manifestano durante la gravidanza. Mi hai anche parlato anche di un tuo desiderio, ovvero di sviluppare una rete di donne che costruiscono insieme un luogo (chiamato “SOURCE”) situato in uno spazio pubblico di ciascuna comunità partecipante, che sia l’opposto di un cimitero: un luogo incentrato sul concetto di vita, trasformazione e rigenerazione. Sembra, a prima lettura, un progetto di fortissima impronta femminile ma in realtà è una profonda riflessione sulla natura umana, su quelle priorità ancestrali che l’uomo moderno ha dimenticato. Puoi raccontarci da quale esigenza nasce questo lavoro? E qual’è la tua chiave di letture dei racconti delle donne pregnanti non avendo mai in prima persona provato l’esperienza della gravidanza?

Ti ho accennato prima del bisogno di “sognarci come ora non siamo”, un aspetto dell’esistenza che Danilo Dolci ha pienamente espresso in Poesia Diversa, un componimento che ho letto da bambina e che amo: “sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato”

Un’idea di presenza e realizzazione in cui “l’altro” è essenziale che vorrei restituire alla comunità attraverso un progetto che unisca l’azione dinamica del sogno e del suo potenziale, con quello di una riflessione corale e sociale, tutto racchiuso nella forza e nella metafora della donna incinta, un miracolo biologico ed emblema specifico della trasformazione. Quello che più mi colpisce sono le infinite possibilità che si dischiudono in questo periodo. Una dimensione dello stupore che si manifesta secondo le infinite possibilità dell’essere.

TRACCE DI BAMBINI SOGNATI è prima di tutto un libro, una pubblicazione che raccoglie varie testimonianze. La selezione del materiale è iniziata un anno fa, e durante la residenza al MASS MoCA ho realizzato un’open call permanente. Ho incontrato numerose madri, in vari stadi della gravidanza e con storie tutte diverse e complesse, alcune felici e altre meno. L’esperienza è stata molto intensa, restituendo una dimensione di verità e realtà che mi ha coinvolto molto. Emozioni, sentimenti, storie, relazioni, difficoltà: la gravidanza passa come una freccia attraverso tutti questi stadi. 

Durante le interviste ho usato un’unità di incontro e misura specifici: se non tutti possono essere genitori, vi è una comunque la certezza che tutti gli esseri umani siano sicuramente “figli”.

Ed è così che mi sono posta, con un’ascolto attivo, partecipe, attento, non in quanto madre, un’esperienza che non ho avuto, ma in quanto figlia, focalizzando le domande su visioni, captazioni tattili, immaginative.

Il mio obiettivo è quello di creare le condizioni affinché si possa lasciar traccia delle fasi speciali che una donna in gravidanza vive. Sto lavorando alla creazione di un “luogo comune”, che chiamo SORGENTE, che possa accogliere un pratica gioiosa, di pace, inclusiva, tutta incentrata sull’idea di trasformazione, dove le donne in gravidanza saranno in prima linea.  Un luogo per sognarci insieme, come individui e come comunità. Cerco punti di contatti tra le donne intervistate per arrivare a formulare una pratica possibile e sostenibile nel tempo, per costruire il primo “prototipo” di SORGENTE. Il libro TRACCE DI BAMBINI SOGNATI è uno dei mezzi (non l’unico) di diffusione dell’idea di SORGENTE.

Questo luogo è connesso sia col termine “sorgente” che con la poesia di Danilo Dolci, l’atto trasformativo del sogno e della condivisione di questo sogno. Occorre che le persone possano raccordarsi e sognare questo luogo, come un luogo reale e potente, affinché questo diventi possibile. E’ un progetto che vedo in futuro su scala globale ed è un sogno a cui dedicherò la mia intera esistenza.

Per farti capire cosa intendo, dandoti un’altra chiave di lettura di questo progetto, forse è più utile raccontarti una storia. Thich Nath Hanh, monaco zen Vietnamita durante un ritiro spirituale, diede un compito ai bambini. Ciascuno di loro avrebbe coltivato un seme di granoturco, innaffiandolo ogni giorno con amore. Poi specificò che durante la prima germogliazione i bambini sarebbero dovuti andare dalla pianta di granoturco interrogandola. Una delle domande suggerite da Thich Nath Hanh era più o meno questa: “Mia cara pianta di granoturco,Ti ricordi quando eri solo un semino”? Allora il bambino si sarebbe dovuto mettere in ascolto. Thich Nath Hanh infine concluse: “La pianta potrebbe rispondervi – “Io? Un semino di granoturco? Non credo proprio” – ma voi sapete che,  malgrado la titubanza della pianta di granoturco, questo è un fatto: qualche settimana prima era proprio un seme, ma lei non lo sa o non vuole ammetterlo. Fate del vostro meglio per dirglielo! Usate parole più amorevoli, raccontate al granoturco di averlo piantato e innaffiato con amore, di averlo visto germogliare. Cercare di aiutare la pianta a ricordare.” 

La tua visione del mondo aperta ed empatica rispecchia totalmente i tuoi progetti, che con estrema dedicatezza affrontano spesso temi molto controversi senza mai cadere nella banalità. Ho notato che quasi tutti i tuoi lavori lasciano uno spazio di riflessione “non delfinito” che permette allo spettatore una comprensione dell’opera anche in base al personale bagaglio culturale o esperienziale. Ho la sensazione che ogni tuo lavoro sia un punto di partenza per infinite sfaccettature, una visione caleidoscopica di un argomento dove ogni individuo può sentirsi parte di un frammento tra tanti che, nell’insieme, mutano in modo imprevedibile e variabilissimo a ogni movimento. 

Si, sono in cammino e sto lavorando affinché la mia ricerca possa essere più stratificata e generativa possibile, permettendo l’accesso a più livelli. Per incrementare i canali di accesso recentemente ho inserito in maniera più preponderante anche altri sensi come l’olfatto e il gusto. Attraverso questa modalità ho la possibilità di creare un’esperienza più ricca e sfaccettata, coinvolgendo un pubblico più esteso.

HARD WAVES (Kuanyin and Virgin Mary staring at the sea), 2017, video

Prima di concludere l’intervista vorrei chiederti, terminata l’esperienza di residenza negli USA, hai dei progetti futuri a cui stai lavorando? Ci puoi dare qualche anticipazione?

I progetti su cui sto lavorando sono diversi. Posso anticiparti che i rapporti con gli Stati Uniti si sono intensificati e io ne sono molto felice: sto lavorando a una mostra personale che inaugurerà il prossimo autunno in un museo in Virginia e a un progetto a cui tengo molto in Texas, ma i dettagli potrò svelarli più avanti.

Bio artista

Giuseppina Giordano nasce a Mazara del Vallo nel 1987, inizia a studiare Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università di Palermo. Tuttavia, interrompe la carriera universitaria per iscriversi all’Accademia di Brera, da cui ottiene il diploma in Pittura nel 2012 e in Scultura nel 2016. Si trasferisce a Milano e le sue opere vengono esposti sia in Italia che all’estero. Finalista, nella sessione scultura e istallazioni, del premio Arte Laguna 2019 è sostenuta dalla The Secular Society, Virginia USA con la borsa di ricerca TSS traveling artist. Presso il MASS MoCA, negli USA partecipa a un progetto di residenza artistica terminato a febbraio 2019.

Link di riferimento

http://www.giuseppinagiordano.com/

https://www.assetsforartists.org/blog/2019/1/10/traces-of-dreamt-children

Immagine di copertina: THE WALL OF DELICACY (ode to America), 2019, The Studios at MASSMoCA, USA

About the author

Sasvati Santamaria

Nasce il 18/02/1983, a Palermo. Frequenta L’Accademia di Belle Arti nella città nativa. Frequenta un Master allo IED in curatela, facendo la sua prima importante esperienza presso il concorso Talent Prize 2012. Cura diversi progetti, perseguendo sempre l’obiettivo di concentrare l’attenzione sulle pratiche sperimentali di giovani artisti.