Interviste

Conversazione con Giuseppe Agnello. Pratiche di corrispondenza non organizzata

Questa modalità nasce dall’idea giocosa di creare una sorta di corrispondenza tramite web, dove viene a mancare una impostazione fissa nella struttura dell’intervista, o una deadline alla quale fare riferimento, ma diviene solo una pratica di comunicazione che utilizza i nuovi media. Una breve conversazione telefonica e qualche chat informale per decidere, di comune accordo, di creare una “corrispondenza non organizzata” dove ogni domanda attende una risposta dalla quale ne verrà strutturata una successiva. In questa pratica di gioco c’è una partenza ma nessuna struttura conclusiva pertanto è divertente pensare ad un potenziale processo in divenire.

“Dal crollo ideologico del mondo diviso in due blocchi, siamo transitati in un sistema mediatico basato sulla manipolazione, rendendoci tutti inermi, impotenti e disarmati” (G. Agnello).

Il tuo lavoro da sempre si ispira alla natura, come elemento primordiale di rigenerazione che, con la sua forza e la sua bellezza, mette in moto una riflessione su come l’uomo, immerso in questi equilibri universali, sussista in questo sistema naturale. 

Partendo dalla tua ultima personale “Paludi”, a cura di Daniela Fileccia e visitabile sino al 10 novembre 2019 presso la Fondazione La Verde La Malfa, Parco dell’Arte, S.G. La Punta a Catania, è possibile percepire come la natura abbia preso il sopravvento in questa relazione ancestrale con l’uomo. In “Paludi”, la figura umana è sovrastata da elementi vegetali. La natura si contorce e si fonde con il corpo umano avvolgendolo, attraversandolo in una presa che non permette nessuna possibilità di movimento. L’uomo inerme si lascia sovrastare in uno stato di immobilità che non permette fuga. Queste figure, avvolte come bozzoli tra i boccioli d’acanto e i semi di girasole, però non appaiono sofferenti nella loro condizione di immobilità. C’è uno stato di calma e accettazione nelle marmoree sculture di fattezza umana, come nell’attesa di una trasformazione in questa fine dolce e lenta. Puoi raccontarci in maniera più approfondita dove porta questo sonno che cristallizza le tue opere in Paludi? E se questa immobilità degli elementi, magnificamente rappresentata dalla sperimentazione dei materiali, porta a un nuovo equilibrio che si sta ormai sgretolando?

Non credo che questo sonno possa portare ad una soluzione e neanche che possa essere l’arte a fornirla. L’artista in genere con gli svariati strumenti artistici (cinema, installazioni scultura ecc.) narra con il proprio linguaggio la personale relazione col mondo. Francisco Goya intitola una sua incisione “Il  sueno de la razon produce monstruos”. 

Lo cito, simbolicamente, poiché “Paludi“ racconta del sonno comatoso della ragione di una società fragile, anestetizzata dai nuovi strumenti di comunicazione, social e quant’altro, dove l’individuo comunica per slogan, ovvero la morte della parola,  mettendo anche in discussione le fondamenta  di una civiltà, condizionando perfino il sistema politico. Accade oggi quello che cercavano di spiegarci in classe i professori negli anni ’70, quando si discuteva del futuro e dei benefici e pericoli della diffusione del computer e dell’automatismo. Il paventato futuro di allora è la realtà di oggi. I benefici che sono sotto gli occhi di tutti ed hanno stravolto il mondo, così pure i pericoli.

Si sgretolano giornalmente la memoria storica e culturale, si cerca di celare la loro importanza come tanti altri valori fondamentali che in passato fungevano in qualche modo da collante sociale, come ad esempio la solidarietà per i deboli. Riemerge dal fondale del calderone e con ferocia tutta la grettezza. Dal crollo ideologico del mondo diviso in due blocchi, siamo transitati in un sistema mediatico basato sulla manipolazione, rendendoci tutti inermi, impotenti e disarmati. Da queste premesse nasce il senso delle sculture dal titolo “Paludi”, ove i tessuti del corpo vengono riassorbiti dalla potenza della natura, forse per trasportarci all’origine, ovvero al fango.

La tua risposta apre uno scenario cinico ma anche molto lucido di quella che è la condizione, non solo umana ma della collettività. Una società che viene sopraffatta dalla sua stessa evoluzione tecnologica. Dove la macchina prende il sopravvento sulla stessa natura dell’uomo cambiandone le priorità in una sorta di controllo del pensiero stesso. Forse George Orwell in “1984” non aveva una visione così distopica del futuro. Attraverso la materia grezza e sovrastante, sembra quasi che i tuoi soggetti naturali e umani si fermino in un’attesa eterna, come se aspettino di essere inglobati completamente per rimescolarsi in quell’equilibrio cosmico ormai perso. Durante un’intervista che racconta il tuo progetto “Dalle dure pietre”, spieghi come il tuo esercizio di raccolta di elementi naturali, legati al paesaggio siculo, non sia casuale ma ogni bocciolo racconta “il senso di tutto ciò che nasce e non cresce”. Puoi ampliare questa concetto e raccontarci anche quanto incide la tua pratica di osservazione dell’ambiente circostante nella tua fase progettuale?

Il progetto “Dalle Dure Pietre” è una raccolta di opere esposte al Parco Archeologico della Valle dei Templi e in una parte alla cappella di Santa Sofia presso il Palazzo dei Giganti di Agrigento. Le sculture sono state realizzate calcando dal vero una serie di elementi naturali, boccioli di acanto, di ferula, girasoli e bozzoli di semi, raccolti nel nostro territorio. Questi elementi in natura hanno un ciclo di vita annuale, nascita, sviluppo e morte.

Avendoli calcati dal vero, e ottenuti successivamente  degli stampi con materiali specifici, li ho tradotti in gesso alabastrino realizzando così una varietà di moduli e di forme. Tutto ciò per me aveva ed ha tutt’ora un forte valore simbolico, avendo fissato in queste forme questa singolare energia che sprigiona la natura durante una specifica stagione dell’anno, rendendoli pietrificati, quasi dei fossili. La tecnica del calco dal vero mi permette di fissare in queste forme la singolare energia della natura in certi periodi dell’anno, prima che cominci il processo di decadimento dei corpi, rendendo quel momento eterno pietrificandoli, e così rendendoli dei fossili. Osservo costantemente la natura e da essa traggo spunti per costruire forme e concetti. Tutto ciò mi ha spinto a riflettere trovando delle analogie tra l’energia della natura vegetale con l’energia della natura umana e su alcuni aspetti comportamentali dei nostri territori. L’uomo istintivamente semina di continuo e da questa semina scaturiscono idee e progetti che spesso muoiono prima di nascere e questo rallenta la normale evoluzione sociale. 

Non voglio spostare il problema in politica, tanto meno regionalizzare il problema, ma una realtà sociale si evolve se c’è un’interazione, una vitalità costante di ciascuno di noi, sia come semplici cittadini che come classe dirigente. Raggiunta la media età ciascuno di noi è portato a fare una disamina e tirare le somme della propria esperienza di vita vissuta e non meno delle aspettative giovanili. Lo spopolamento delle aree depresse del mondo e per qualsiasi ragione è sotto gli occhi di tutti.

Si, per me l’arte non può mentire su questo disagio globale e non mente neanche quando si presenta solo come pura bellezza. L’arte è trasgressione, è protesta, è politica e il disagio globale lo urlano con forza le nuove generazione di artisti, registi, scultori, pittori e fotografi.

Tu mi chiedi “quanto incide la mia pratica di osservazione dell’ambiente circostante nella fase progettuale”. Per poterti rispondere devo necessariamente raccontarti delle mie esperienze vissute che cinicamente definisco due vite e spero di non apparire o cedere ad una sorta di romanticismo stereotipato, ma è il mio bagaglio che porto a seguito. Premesso che culturalmente provengo da una famiglia di pastori radicata nell’entroterra siciliana, definita da Sciascia “La Sicilia fredda”, la mia infanzia e l’età giovanile l’ho vissuta vivendo in campagna con la mia famiglia ed essendo il secondo genito di cinque figli, sin dall’età scolare, ho iniziato a dare una mano in famiglia come tutti i figli dei lavoratori autonomi della mia generazione. Ho vissuto la mia giovinezza faticosamente frequentando la scuola il mattino, ed il pomeriggio aiutavo ad accudire il gregge di famiglia. 

Nelle caldissime estati siciliane, le cosiddette vacanze, le trascorrevo gran parte delle giornate ad accudire il gregge nei pascoli, ero bruciato dal sole, il tempo era fermo. Giornate trascorse in silenzio osservando profondamente tutto ciò di cui ero circondato, le forme delle colline, alberi, natura selvaggia e animali. Credo che tutto ciò ha condizionato la mia intera esistenza, sia nella formazione umana sia nella scelta degli strumenti linguistici-espressivi. Ciò nonostante, continuavo a frequentare le scuole artistiche senza interruzioni fino a raggiungere la scuola di scultura dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, il luogo dov’ è iniziato il mio viaggio con la scultura.

Oggi, per scelta, continuo a vivere nelle campagne dove ho trascorso la mia infanzia e creativamente, come in un rigurgito, riaffiora tutto ciò che ho analizzato con lo sguardo in quegli anni e che in qualche modo appartiene alla mia formazione visiva.

Il racconto, legato alla tua infanzia ,porta la memoria di un tempo che sembra molto lontano anche se in realtà così lontano non è. Eppure quel rapporto tanto stretto con la terra e il lavoro, quel dilatarsi del tempo che permette dei ritmi di vita lenti che consentono di fermarsi a riflettere su ciò che ci circonda e cosa stiamo facendo, oggi sembra non esistere più. Mi tornano alla mente le frasi di Bauman: “Nella visione preindustriale di ricchezza tale totalità trovava incarnazione nella terra, ivi incluso chi provvede alla semina e al raccolto. Il nuovo ordine industriale e la rete concettuale che permise la proclamazione dell’avvento di una società diversa […]; e la Gran Bretagna si distinse dai suoi vicini europei per aver distrutto il proprio ceto rurale e con esso il legame naturale fra terra, fatica umana e ricchezza”(Z. Bauman, Modernità liquida, pag. 162-163, Editori Laterza, 2000). E’ forse questo rapporto così stretto tra terra e lavoro umano il vero senso della “ricchezza” di cui parla il sociologo. Questa tua pratica di cristallizzare il tempo nasce sicuramente da un legame molto profondo con l’ambiente naturale e le tue opere portano lo spettatore a fermarsi, a riflettere a un livello più intimo su quello che anima le tue creature inanimate. Come in “Terra in corpo” così anche in “Paludi” le sculture raccontano un mondo onirico fatto di uomini, mitologia, natura e storia. Il tuo lavoro rimanda al mondo delle “Metamorfosi” di Ovidio e alla mitologia greca dove ninfe, dei e semidei vivono con le stesse paure e pulsioni degli uomini. Puoi raccontarci da dove viene la tua formazione letteraria e artistica? Quali sono quegli autori e artisti che ti hanno accompagnato nel tuo lavoro di ricerca e perché? 

Hanno scritto in molti in merito alle mie sculture delle “Metamorfosi” di Ovidio, ma per me le metamorfosi sono un modo per raccontare l’introspezione o il disagio dell’uomo contemporaneo, quindi questi innesti di tronchi, carbone, radici o vegetazione sono elementi simbolici (morte e rinascita). Più che di Ovidio, li ritengo, di memoria Kafkiana. 

In merito alla mia formazione posso dirti che da ragazzo (quindici /sedici anni) collezionavo dei fascicoli di una collana enciclopedica “Arte Moderna” (dall’impressionismo agli anni Settanta) pubblicati dai “Fratelli Fabbri Editori”, che ancora conservo. Fu la prima finestra che mi si aprì verso il mondo dell’arte contemporanea ed ogni settimana era una continua scoperta di artisti e delle loro opere. Ero interessato alla scultura, così ho imparato a conoscere alcuni artefici della scultura del Novecento. Agli inizi degli anni Ottanta, il mio vero approccio alla scultura è iniziato in ambito accademico, ho avuto la fortuna di incontrare due figure per me molto importanti, Salvatore Rizzuti e Domenico Annicchiarico, il primo scultore siciliano ed il secondo romano. Il primo mi diede conferma di cosa stavo cercando nella scultura, oltre a come costruire una forma nello spazio, il secondo mi fece conoscere gli strumenti tecnici per realizzarla, nonché le varie tecniche di formatura in silicone, alginato e l’utilizzo dei vari materiali della scultura. Ad ogni modo, entrambi hanno alimentato la fiammella che c’era in me.

In quegli anni non erano ancora diffusi i nuovi strumenti di comunicazione, ed i canali più diffusi erano i libri e i cataloghi di mostre che si realizzavano magari altrove. Fu così che acquistai “La Scultura del Novecento” di Mario de Micheli e fu una grande scoperta della scultura italiana sino agli anni Settanta. Con i miei pochi colleghi eravamo sempre in cerca nelle bancarelle dell’usato, perché in libreria i  manuali d’arte erano costosi, di cataloghi di mostre o monografie, e la scoperta di qualche scultore diventava un evento importante. In fondo eravamo in cerca di modelli di riferimento con la quale rispecchiarci, cercavamo di conoscere gli autori del dibattito artistico di quel momento. Per me furono anni fervidi, anni di indagine dove alcuni autori li ergi a modelli di identificazione sino a sposarne il pensiero, la loro visione. Tutto ciò penso che ad un giovane che si approccia all’arte sia necessario per la formazione in quanto ti fa comprendere dei valori e conoscere te stesso. Da ragazzo ero contaminato da ideali che hanno caratterizzato la scultura italiana della metà del Novecento (valori plastici, forma e superficie) e mi riferisco dalla generazione dei maestri italiani del primo Novecento come Adolf Wildt, Marino Marini, Manzù e Fazzini, dei loro contemporanei europei come Alberto Giacometti e Moore. Ero legato soprattutto alla materia e all’espressività della forma e di tutta la scultura figurativa italiana ancora operante in quell’epoca, come Giuliano Vangi, Finotti, Agenore Fabbri, Floriano Bodini, Ugo Attardi ecc…  

Solo qualche hanno più avanti la mia visione iniziò a mutare a seguito di frequenti crisi, dove ciascuno di noi rimette tutto in discussione, distruggendo tutto per percorrere nuovi sentieri e approcciandosi così ad altre esperienze, magari di matrice vagamente pop, come l’utilizzo del colore o calchi dal corpo vivente dopo la lezione di George Segal. Oggi al mondo, almeno in questo, è completamente cambiato il confronto con la produzione artistica contemporanea, avviene anche attraverso strumenti tecnologici dove la scultura viene consumata con un’immagine pubblicata sui social. Comunque ho sempre lavorato tanto, come un bisogno fisiologico e mentre realizzo, sfruttando le mie risorse, modifico le mie visioni.

Il tuo racconto sul contatto con l’ambiente circostante e con i materiali e la pratica di una ricerca iniziata con modalità diverse rispetto a quelle contemporanee permette di ricordarci come fosse difficile, prima dell’avvento delle nuove tecnologie, reperire informazioni o spostarsi. Oggi le “immagini” sono alla portata di tutti, ed è possibile comunicare e confrontarsi anche con artisti che vivono dall’altro lato del mondo con estrema facilità. Eppure, nonostante la tua testimonianza riconduca a un tempo che sembra non sia mai esistito, il tuo lavoro ha un fortissimo respiro contemporaneo che tocca dei temi molto attuali come il riavvicinamento al mondo naturale o il disagio della condizione umana. Questo apre una riflessione su come, pur cambiando i tempi e le esigenze, l’uomo conserva delle necessità ataviche di indagine che non mutano con il passare del tempo, sebbene spesso siamo portati a condurre uno stile di vita che contrasta fortemente con quelle che sono le nostre esigenze primordiali. Ringraziandoti per il tuo racconto molto intimo che porta a molteplici spunti di riflessione, prima di concludere vorrei chiederti se hai dei progetti futuri a cui stai lavorando e se puoi darci qualche anticipazione.

Come accennavo prima, io sono in un moto continuo, ho tanti progetti da realizzare il problema è il tempo, la scultura impone delle fasi lunghe e laboriose. Per il 2020 ho diversi progetti espositivi di cui uno antologico che riassumerà circa trent’anni di attività, ma non posso anticipare  nulla perché è ancora tutto da definire.

Bio Artista

Giuseppe Agnello è nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, il 9 dicembre 1962, ha frequentato la scuola di scultura dell’Accademia di Belle Arti di Palermo diplomandosi nel 1985. Ha insegnato scultura presso l’Accademia diBelle Arti di Carrara. Attualmente è docente di Scultura e Tecniche della Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Ha realizzato diverse opere pubbliche sia in Italia che all’estero. È l’autore del celebre ritratto in bronzo dello scrittore Leonardo Sciascia, ubicato nella sua città natale, e della scultura in bronzo dedicata al celebre Commissario Salvo Montalbano, personaggio ideato dallo scrittore Andrea Camilleri, a Porto Empedocle.Vive a Racalmuto (AG) in contrada Serrone e Palermo in via Colonna Rotta.

Sasvati Santamaria

Link di riferimento

www.giuseppeagnello.com

info@giuseppeagnello.com

 

About the author

Sasvati Santamaria

Nasce il 18/02/1983, a Palermo. Frequenta L’Accademia di Belle Arti nella città nativa. Frequenta un Master allo IED in curatela, facendo la sua prima importante esperienza presso il concorso Talent Prize 2012. Cura diversi progetti, perseguendo sempre l’obiettivo di concentrare l’attenzione sulle pratiche sperimentali di giovani artisti.

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