Arte e Fotografia

Artisti in dialogo con Roma | Conversation Piece #3 alla Fondazione Memmo

Ph: Daniele Molajoli; Courtesy: Fondazione Memmo

La Fondazione Memmo Arte Contemporanea continua la sua opera di promozione della realtà artistica romana con il terzo capitolo del ciclo di mostre “Conversation Piece”, dedicate ad artisti italiani e stranieri legati alla città eterna. La mostra, in corso fino ad inizio aprile, si pone come un momento di confronto e di dialogo con Roma, con la sua storia antica e contemporanea, ma anche di discussione tra personalità artistiche diverse.

Conversation Piece | Part 3”, questo il titolo del terzo appuntamento del ciclo di mostre organizzate dalla Fondazione Memmo e curate da Marcello Smarrelli, tutte ispirate al famoso film “Gruppo di famiglia in un interno” (Conversation Piece, 1974) di Luchino Visconti, che si ricollega a sua volta ad un peculiare genere pittorico sviluppatosi in Olanda tra il XVII e il XVIII secolo, il cui tratto caratteristico era la rappresentazione di gruppi di persone colte in conversazione fra loro all’interno di contesti familiari.  Obiettivo della mostra è infatti la creazione di un momento di dialogo e di confronto con la città di Roma, nel quale ogni artista esplora il proprio rapporto personale con la capitale.

Alla collettiva organizzata dalla Fondazione partecipano gli artisti Jonathan Baldock, Piero Golia, Magali Reus (Dutch fellow all’American Academy in Rome) e Claudia Wieser (borsista all’Accademia Tedesca di Roma Casa Baldi). Questa scelta espositiva riflette, per l’appunto, la scena artistica contemporanea romana, caratterizzata dalle attività di promozione e formazione portate avanti da gallerie, fondazioni, accademie e istituti di cultura stranieri, a cui la Fondazione vuole dare visibilità attraverso la realizzazione di questo progetto.

Ph: Daniele Molajoli; Courtesy: Fondazione Memmo

In questa occasione, è stato affidato agli artisti il compito di riflettere su una tematica in particolare, legata alla natura degli oggetti e all’uso che ne fanno nella propria pratica artistica. La defamiliarizzazione dell’oggetto è stata un argomento ricorrente nelle esperienze artistiche delle avanguardie del Novecento, colmandosi di un carattere prorompente negli anni 60’ con l’affermazione di Jasper Johns: “Take an object / Do something to it / Do something else to it” (“Prendi un oggetto / Facci qualcosa / Facci qualcosa di diverso”), che ha ispirato un’intera generazione di artisti e critici. In linea con questo principio, gli artisti hanno assegnato un nuovo e personale significato a degli oggetti comuni, della vita quotidiana, inserendoli in un contesto completamente differente – lo spazio espositivo –  ed instaurando una discussione sul ruolo dell’oggetto artistico ed il suo valore in relazione al prodotto commerciale.

Ph: Daniele Molajoli; Courtesy: Fondazione Memmo

La mostra si apre con il lavoro dell’artista Jonathan Baldock (Regno Unito, 1980), incentrato sulla trasformazione di parti del corpo umano in oggetti. Nelle sue opere, dove emerge con forza la dimensione simbolica del corpo frammentato nell’era della sua oggettivizzazione, diversi elementi della figura umana (occhi, bocca, arti ma anche organi interni) entrano in relazione con elementi naturalistici prorompenti, a tratti disturbanti. I bulbi oculari diventano in questa maniera recipienti per arbusti e tavolini con sabbia colorata, mentre le grandi opere tessili esposte sulle pareti raffigurano elementi del volto e delle viscere, con chiari ed immediati riferimenti all’antichità greco-romana e alle sue maschere teatrali, a Roma e alla Bocca della Verità. Accostando organi interni ad organi percettivi all’interno di una dimensione ancestrale, Baldock sembra mostrare il sempre vivo dualismo fra sostanza e forma, fra essere ed apparire.

La seconda sala è dedicata all’artista Magali Reus (Olanda, 1981), dove sono esposte cinque sculture della sua serie Leaves. Le opere, dei lucchetti giganti, perdono qui la loro funzione originaria di sicurezza e protezione, assumendo un significato completamente diverso. Nella spazio espositivo gli oggetti snaturati continuano a parlare un linguaggio in codice, segreto, funzionando però come una cornice per informazioni personali, come dei diari o dei calendari su cui fissare degli appunti. Qui il riferimento alla città di Roma potrebbe essere la moda lanciata negli ultimi anni dei lucchetti a Ponte Milvio, simboli di amore eterno per un’intera generazione di giovani.

Ph: Daniele Molajoli; Courtesy: Fondazione Memmo

L’esposizione continua nella grande sala con le quattro campate presentando il lavoro di Claudia Wieser (Germania, 1973), che interagisce in maniera totale con l’ambiente, attraverso un procedimento di trasformazione della percezione dello spazio. Attraverso un gioco decorativo, dove forme geometriche e moderniste si intersecano organicamente a elementi figurativi ispirati all’arte classica, l’artista assembla e ricrea un tutto a metà strada fra classicismo ed avanguardia, analizzando le dimensioni principali del linguaggio creativo: la luce, lo spazio ed il colore.

Chiude il percorso espositivo l’intervento di Piero Golia (Italia, 1974), che con la sua opera site-specific The Painter mette provocatoriamente in discussione le dinamiche alla base del sistema e del mercato dell’arte. L’opera, un robot colto nella fase di produzione di un’opera d’arte, è un’irriverente metafora della figura classica del pittore e del suo lavoro. In un continuum fatto di attese, pensiero e rapidi momenti di esecuzione, il braccio meccanico realizza la sua opera d’arte sulle pareti della sala a lui dedicata.

Ph: Daniele Molajoli; Courtesy: Fondazione Memmo

L’eterogeneità e la sottigliezza delle interpretazioni degli artisti centrano in pieno il tema della mostra, sviluppando in maniera originale uno dei motivi ricorrenti della storia dell’arte dell’ultimo secolo.

Ginevra Ludovici

About the author

Ginevra Ludovici

Ginevra Ludovici è curatrice e dottoranda di ricerca presso l’IMT School for Advanced Studies di Lucca. Laureata in Economia e Management e in Storia dell’Arte Contemporanea, è membro fondatore del collettivo curatoriale CampoBase. La sua ricerca verte su programmi di pedagogia radicale e processi di auto-istituzionalizzazione nell’ambito artistico.

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