Interviste

Contemporanee/Contemporanei | Intervista a Valerio Terraroli

Incontriamo il professore Valerio Terraroli, ordinario di Storia della critica d’arte all’Università di Verona e già docente di Storia dell’arte contemporanea al DAMS di Torino. Il professore ci riceve con la consueta cordialità nel “Centro di ricerca Rossana Bossaglia per le arti decorative, la grafica e le arti moderne e contemporanee”, da lui diretto presso il Dipartimento di Culture e Civiltà. Della grande storica dell’arte milanese, a lungo docente all’Università di Pavia e fra le massime studiose italiane di Liberty, Art Nouveau e Art Déco, Terraroli ne è stato allievo e discepolo e dopo la sua scomparsa ne ha ereditato la preziosa biblioteca e l’archivio – entrambi messi a disposizione dell’università di Verona – che ora costituiscono il nucleo del nuovo centro di studi e ricerche a lei dedicato. 

Il prof. Terraroli è da pochi mesi referente scientifico del progetto “Contemporanee/Contemporanei”: un interessantissimo e innovativo progetto voluto dal collezionista veronese Giorgio Fasol in convenzione con l’Università  di Verona. Giorgio Fasol, che da oltre sessant’anni colleziona opere d’arte contemporanea con particolare attenzione per i giovani artisti, ha infatti scelto di collocare un centinaio di opere della sua collezione negli spazi dell’Università ed in particolare nell’ex “provianda” (ossia panificio) austriaca di Santa Marta: un grande e spazioso edificio ottocentesco magnificamente ristrutturato, che da tre anni è diventato la sede dei Dipartimenti di Economia dell’Università di Verona. Esposte dunque non in una sede museale, ma in spazi aperti quotidianamente, le opere dovranno essere vissute, interferendo anche fisicamente con la quotidianità di centinaia di persone: studenti, docenti, impiegati, pubblico di ogni genere. Qui si è avviato l’esperimento, unico in Italia, di coinvolgere direttamente gli studenti nell’arte contemporanea facendo dell’esposizione, che durerà quattro anni, un punto di partenza per una più complessa riflessione sul contemporaneo e sul rapporto fra arte e società.

Valerio Terraroli

Il prof. Terraroli ha accettato di gettarsi con entusiasmo in questa impresa non facile nella quale sono già coinvolti numerosi studenti di diversi corsi di laurea (da Beni Culturali a Informatica, da Lettere a Lingue, da Filosofia a Medicina), alcuni dei quali sono stati sollecitati ad “adottare” un’opera promuovendone la conoscenza e facendola così vivere nella quotidianità. Gli proponiamo dunque di sviluppare un ragionamento a ruota libera sul concetto di contemporaneo, non solo riferito alle arti.

Iniziamo con una domanda diretta, professore: che cos’è per lei contemporaneo?

VALERIO TERRAROLI: «Cos’è per me contemporaneo? Banalmente potrei dire tutto ciò che riguarda la mia attualità.  Cioè tutto quello che corrisponde, ovviamente dal punto di vista culturale, a quello che il mondo che mi circonda mi offre, a quello che mi sottopone e che io subisco, accetto, rifiuto, discuto e così via. In realtà io credo sia necessario attribuire un valore più estensivo al termine contemporaneo che, per evidenti motivi, è certamente interdisciplinare. Io non immagino il contemporaneo come solo legato all’arte, per quanto in modo estensivo, cioè alle forme di espressione artistica, ma legato anche al pensiero, ai modi di vita, agli scontri dei sistemi culturali. In senso più ampio io credo che contemporanea sia anche la storia dell’arte: cioè noi guardiamo le opere d’arte del passato come contemporanee, inevitabilmente, e quindi proiettiamo la nostra visione del mondo, la nostra Weltanschauung o, se non vogliamo dirla con termini così pomposi, il nostro modo di vedere e di interpretare, ma soprattutto i nostri valori, sulle opere d’arte del passato. Quindi potremmo dire, quasi esagerando, che l’arte è inevitabilmente contemporanea. Sempre. Anche se parliamo dell’arte antica». 

SILVIA MIGLIACCIO: «… anche perché il concetto di contemporaneo è molto labile…».

 VALERIO TERRAROLI: «Esattamente! ».

SILVIA MIGLIACCIO: «Penso al fatto che l’arte antica è l’arte contemporanea di quell’epoca storica: se si pensa a Fidia … era contemporaneo di qualcun altro … di qualche filosofo … di qualche…».

VALERIO TERRAROLI: «Certo! Ma questo è un atteggiamento che dovremmo avere sempre e cioè un atteggiamento critico; ovvero costruirsi gli strumenti interpretativi e porsi sempre la domanda: “che cos’è che guardo? Che cos’è che sento? Che cos’è che percepisco?”. Cioè l’insieme di queste sensazioni, sia che riguardi qualcosa che viene creato in questo momento, sia qualcosa che è stato creato nel passato, avendo sempre la consapevolezza che qualsiasi ragionamento noi ricaviamo da quest’esperienza e qualsiasi affermazione di giudizio noi diamo è sempre parziale. Se io guardo oggi la Cappella Sistina guardo un’opera documentata, di Michelangelo, che racconta certe cose … ma cosa vedo io oggi, con gli occhi del 2019, di quell’opera? È una proiezione del mio contemporaneo su una struttura storica della quale però io perdo moltissimi riferimenti perché non sono un contemporaneo di Michelangelo. Quindi se io guardo un oggetto d’arte contemporanea, se vado alla Biennale di Venezia e vedo ciò che mi viene proposto oggi, nel 2019, in linea teorica dovrebbe parlarmi in maniera molto più articolata, più empatica, più organica, che non un’opera come quella di Michelangelo». 

SILVIA MIGLIACCIO: «Una possibile obiezione è che ogni artista filtra e vede la contemporaneità con i propri occhi…».

VALERIO TERRAROLI:  «Non solo, ma a noi mancano moltissimi degli elementi che facevano parte di quel mondo: è quello che Alois Riegl chiamava il Kunstvollen! In sostanza è la società da cui emerge Michelangelo, quella da cui emerge Canova, non è la società in cui siamo io e lei … e allora è chiaro che i contemporanei di questi artisti – che potevano anche non condividere ciò che gli artisti facevano – avevano in comune con loro strumenti interpretativi, valori, modi di pensare, elementi valoriali. Elementi che oggi noi non abbiamo più perché il nostro mondo è completamente diverso. Quindi noi proiettiamo su quelle opere gli elementi che ci appartengono, proiettiamo il nostro Kunstvollen. Però, se noi ragioniamo così, vuol dire che l’oggetto d’arte contemporanea che mi viene proposto oggi, in linea teorica dovrebbe dirmi molto di più di quello che mi dice la cappella Sistina; mentre se lei lo chiede alla maggior parte delle persone, le dicono che “capiscono” – anche questo termine è molto da discutere – la Cappella Sistina o in genere l’arte del passato molto più di quella contemporanea. Ma perché c’è questo gap?». 

SILVIA MGLIACCIO: «Qui mi riallaccerei alla seconda domanda. So della passione che la spinge verso le cosiddette arti decorative, o “arti applicate”. Fermo restando che l’arte contemporanea è di per sé un’arte “concettuale”, o quantomeno non immediatamente legata all’elemento figurativo, in che rapporto può stare l’arte contemporanea con l’elemento ornamentale, con la decorazione?». 

Garage. Sometimes you can see much more. Galleria Continua

VALERIO TERRAROLI: «Questo è un altro grosso problema, perché io non amo la definizione di “arti applicate”, anzi la trovo assolutamente riduttiva e superata, perché è una definizione che appartiene alla cultura ottocentesca di tipo positivista. Secondo questa prospettiva l’idea artistica se viene traslitterata in un dipinto, in una scultura, in un progetto architettonico è “Arte”, mentre se viene traslitterata ed ha la stessa potenza creativa, in un oggetto d’uso, è solo “arte applicata” all’industria. Ma era un meccanismo che funzionava allora… cioè il trasferire la bellezza ideale nel quotidiano. Quindi non parliamo più di “arte applicata”, ma parliamo di arti decorative. Però cosa sono le arti decorative? Sono un’espressione che entra nel quotidiano! Ma diciamo che questo sta nelle dinamiche teoriche della cultura modernista di fine ottocento – inizio novecento che credeva fermamente che la bellezza intesa in senso lato, cioè che l’organicità del progetto e la funzione dell’oggetto servissero a migliorare l’umanità, avessero un valore etico. Allora l’arte contemporanea come sta a questa definizione di arti decorative? Molti artisti contemporanei, se io dicessi che le loro opere hanno un valore decorativo, si offenderebbero … perché nel nostro linguaggio comune “decorativo” …».

SILVIA MIGLIACCIO: «… vuol dire superficiale …».

VALERIO TERRAROLI: «… ha assunto un valore negativo di superficiale, di superfetazione, di aggiunta, di non organico all’insieme del progetto. Al contrario io credo fermamente che il valore decorativo dell’arte sia un valore molto alto, perché è la componente che noi scorrettamente chiamiamo “estetica”. Ma l’estetica è un’altra cosa: l’estetica è un elemento valoriale molto più alto, che riguarda la sfera filosofica». 

DavidAdamo_photoGiorgioBenni

SILVIA MIGLIACCIO: «Forse qui potrebbe venirci in aiuto Lionello Venturi con la distinzione che lui opera tra gusto e stile…».

VALERIO TERRAROLI:  «Bravissima! Perché è questa la differenza! Allora lo stile è qualcosa che è connotato in linea teorica ed è una lingua, è un codice; il gusto è un sentire …».

SILVIA MIGLIACCIO: «… un sentire comune …».

VALERIO TERRAROLI: «Esattamente! Gli artisti contemporanei si muovono, come lei ha detto giustamente, nell’ambito del “concettuale”; cioè l’opera d’arte contemporanea, sostanzialmente, è un’opera d’arte “concettuale”: ciò significa in altre parole che il valore del contenuto è più importante del medium, del materiale e della forma che assume. Allora in questo senso parliamo di un gusto comune, non di uno stile. Il gusto comune è un gusto che ha a che fare anche con il valore decorativo in un senso alto; cioè l’opera d’arte contemporanea ha una componente di concetto – cioè di valore di contenuto – che può essere declinato in modo più particolare, provocatorio, organico a una linea d’interpretazione, che può essere anche legato al mondo pop, alla comunicazione, alla pubblicità, ossia ad infinite cose … Ma cos’è l’elemento che – uso un termine facilone – “ci piace”? Qual è la cosa che ci piace? È l’elemento, appunto, decorativo». 

SILVIA MIGLIACCIO: «che rimanda all’estetica …».

VALERIO TERRAROLI: «… nel senso più popolare del termine».

SILVIA MIGLIACCIO: «… quindi alla sensibilità, alle sensazioni…».

VALERIO TERRAROLI:  «Se io guardo un’opera d’arte contemporanea … che sia per esempio…pensando alla collezione Fasol: giusto l’opera che lei ha “adottato”…». 

SILVIA MIGLIACCIO: «Sometimes you can see much more di Giovanni Ozzola».

CorinnaGosmaro_photoOlgaCosta

VALERIO TERRAROLI:  «Certo! Quell’opera, un video. Non siamo tanto affascinati dal medium: un video … Perché ci colpisce ? C’è una saracinesca che sale, c’è una saracinesca che scende, c’è un suono che evoca in noi il quotidiano. La saracinesca è il garage, è il negozio …». 

SILVIA MIGLIACCIO: «Ogni persona, infatti, ci vede una parte del suo vissuto esperienziale …».

VALERIO TERRAROLI:  «… legato al quotidiano…  Però la saracinesca è legata al lavoro, a luoghi che nulla hanno a che fare con i luoghi della decorazione e della bellezza … non è un museo, non è una galleria d’arte, non è una villa sul promontorio di Cap d’Antibes … non è nulla di tutto questo … Quindi, in realtà, ci rimanda ad un quotidiano, anche brutale, se vuole: sollevandosi ci rivela un paesaggio e quel paesaggio perché ci commuove?». 

SILVIA MIGLIACCIO: «Perché ci appartiene …!».

VALERIO TERRAROLI: «… ma ci appartiene attraverso la mediazione dei quadri: infatti la maggior parte delle persone dice “ma sembra Friedrich!”. Perché?  Perché è l’elemento romantico, perché il paesaggio contiene le nostre emozioni …».

SILVIA MIGLIACCIO: «Oppure si pensa alla serie dell’artista statunitense Edward Hopper intitolata Rooms by the sea …». 

VALERIO TERRAROLI:  «Esattamente! E dunque vede che la componente decorativa diventa fortissima, ma proprio nel senso di darci un senso della bellezza, che diventa ancora più forte e struggente perché legata ad un’esperienza di quotidianità brutale: la saracinesca. Noi soffriamo quando la saracinesca scende. Perché? Perché è la fine di un’esperienza fortemente emotiva e, appunto, estetizzante». 

SILVIA MIGLIACCIO: «Ultima domanda: qui mi riallaccio ad Arnold Hauser il quale nel pensare all’arte contemporanea – il suo riferimento era all’arte astratta di Malevič – diceva che l’arte contemporanea è anche “un vettore di tipo rivoluzionario”. L’arte contemporanea riesce, secondo lei, a rivoluzionare il mondo? Se si in che modo?».

VALERIO TERRAROLI: «Io vorrei che l’arte contemporanea fosse davvero rivoluzionaria! Però spesso la vedo omologata e come asservita a delle modalità di captatio benevolentiae del pubblico, ma che può essere anche la brutale provocazione, che diventa fine a se stessa. Io non vedo un’arte rivoluzionaria … Una rivoluzione funziona se c’è un progetto politico e molta arte contemporanea io la vedo priva di un progetto politico, se non quell’arte che nasce legata ad esperienze forti, ad esperienze potenti, dunque ad esperienze di artisti non europei di età postcoloniale. Qui trovo la ricerca di una nuova idea di società, di affrancamento dalle schiavitù, di libertà, di parità di genere, di laicismo, anche nei confronti dei credo più radicali. Allora in quei casi trovo che l’arte contemporanea potrebbe avere davvero una funzione rivoluzionaria, anche nel mutare e far progredire il pensiero delle nuove generazioni. Nel mondo cosiddetto occidentale trovo rarissimamente questa forza». 

SILVIA MIGLIACCIO: «Ultimissima domanda, che mi è venuta in mente ora e che tocca un aspetto volutamente spinoso. Ergere il pubblico a critico d’arte e a storico dell’arte è una cosa che ha una sua valenza, è un gesto democratico. Ma c’è quel qualcosa in più: chi fruisce dell’arte, anche da puro appassionato pensa di vedere qualcosa nell’opera d’arte e quindi esprime un giudizio a riguardo. Per ritornare a Lionello Venturi, il giudizio espresso dal “non addetto ai lavori” ha un peso diverso, una valenza diversa rispetto al giudizio che l’addetto ai lavori, l’esperto d’arte, il critico, lo storico dell’arte, può invece esprimere?».

GabrieleDeSantis

VALERIO TERRAROLI: «Sono due livelli diversi e tutti e due legittimi. Io credo che il pubblico, le persone – chiamiamole persone, perché il pubblico ha già una connotazione passiva – abbiano legittimamente il diritto ad avere un approccio diretto con le opere d’arte contemporanea. Più o meno supportate da indicazioni, ma potrebbero anche non averne, e legittimamente ne possono trarre un giudizio che vale per loro e solo per loro. Possono ricavarne piacere, fastidio, possono ricavarne suggerimenti, possono essere del tutto indifferenti a ciò che vedono. Ci sta, non è un problema! Se noi vogliamo invece fare un ragionamento di carattere più generale e più alto, allora è inevitabile che il giudizio, o comunque un ragionamento su cosa sia e su cosa debba essere l’opera d’arte contemporanea, possa spettare soltanto a chi ha adeguati strumenti di giudizio. Il che non vuol dire che il giudizio dello storico dell’arte o del critico d’arte – che può essere anche la stessa persona, o che possono essere due persone diverse …».

SILVIA MIGLIACCIO: «Si, infatti io ho parlato di storico e di critico…»

VALERIO TERRAROLI: «In realtà lo storico dell’arte dovrebbe essere un critico d’arte. E il critico d’arte dovrebbe avere un supporto storico». 

SILVIA MIGLIACCIO: «Ma non è detto che le due cose coincidano».

VALERIO TERRAROLI: «Non è detto! Il giudizio certamente non è mai un giudizio assoluto. E non dev’essere accettato come una verità rivelata. È una proposta interpretativa certamente basata su una serie di ragionamenti che nascono e che esistono perché si usa una strumentazione. Allora è legittimo sia l’uno sia l’altro livello. L’uno non è migliore dell’altro. Sono due cose completante diverse. Però io ritengo che dal punto di vista sociale, dal punto di vista culturale, chi fa il nostro mestiere – cioè chi fa lo storico dell’arte e/o il critico d’arte – abbia il dovere morale di essere d’aiuto ed essere mediatore tra l’oggetto d’arte e il pubblico, il più largo possibile. Cioè cercare di avvicinare  il pubblico di qualsiasi età e di qualsiasi cultura a ciò che sta guardando o ascoltando o vedendo, dandogli alcuni strumenti di base e proponendo un’interpretazione, non l’interpretazione. Dopo di che il pubblico la può recepire e andare avanti individualmente, ricavandone ciò che ritiene meglio per sé, o essere del tutto indifferente … e pazienza …. Avremo comunque fatto quello che potevamo! ».

Silvia Migliaccio

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