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Come sono cambiati nel tempo i diari (di scuola e di Facebook)

Diari di ieri e diari di oggi: dalle citazioni di Jim Morrison o di Brandon Lee scritte a mano sulla Smemoranda, a quelle di @sceglidivolare o @diariodiunaragazzadistrutta digitate sui profili Facebook o Instagram.

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Chi ha frequentato le scuole superiori negli anni ’90, prima dell’avvento dei social network, può (a fatica?) ricordare cosa rappresentasse all’epoca il diario di scuola, oggetto di utilità didattica da una parte e, dall’altra, carta bianca pronta ad accogliere le molte espressioni dell’età adolescenziale. Per la stragrande maggioranza degli studenti, il diario si identificava con la mitica Smemoranda, in versione standard o pocket: salvo rare eccezioni, le pagine a quadretti della Smemo ospitavano una percentuale decisamente maggiore di citazioni, dediche, frasi, TVB, adesivi, foto, glitter, scritte e disegni vari, che di “compiti per casa” o avvisi per la famiglia.

Una “pratica decorativa” perlopiù frequente tra le ragazze che trasformavano i diari in vere e proprie icone di estro femminile, capaci di aumentare in ampiezza e in creatività (ma anche in peso) con il passare dei mesi. D’altronde i ragazzi con la loro proverbiale scrittura poco aggraziata e con la loro unica penna (triste e nera) dell’astuccio (triste e nero) non erano generalmente interessati a queste esternazioni troppo audaci e colorate; anzi tra loro non era difficile trovare qualcuno che un diario vero e proprio non l’aveva nemmeno…

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Comunque, senza indugiare in facili sessismi (ci sarà certo qualche lettore maschio che potrebbe tranquillamente smentire), è interessante scorgere la portata espressiva che il diario ha assunto in quel contesto e in quello scorcio di tempo, ancora contraddistinto dalla scrittura a mano. Su quelle pagine, infatti, esuberanza e colore si mischiavano alla vena di vulnerabilità e tristezza che attraversa ogni adolescenza, anche quella apparentemente più felice e spensierata. Sentimenti come l’Amore (con la A maiuscola, quello delle fiabe) e l’Amicizia (con la A maiuscola, quella dei cartoni animati) che avevano popolato la nostra infanzia, venivano reinterpretati e idealizzati in senso assoluto nell’adolescenza, esprimendosi attraverso le tante frasi-effetto collezionate, pagina dopo pagina, sui diari di scuola. Una diffusa tendenza all’esagerazione era d’obbligo: chi, a 15 o 16 anni, poteva parlare e conoscere realmente sentimenti che forse a malapena si scoprono in una vita intera? Ma la fierezza di poter finalmente provare le prime emozioni “da grandi” era tale che erano immancabili frasi struggenti e fottutamente idealiste, di chi sembra aver capito tutto dalla vita: “SE VUOI AMARE, AMA – SE VUOI GIOCARE, GIOCA – MA NON GIOCARE AD AMARE – E NON AMARE GIOCANDO

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La sensazione di orgoglio derivata dal “posso parlarne anche io!” si mischiava a quella di sopraffazione, sia positiva che negativa, davanti al turbinio di nuove esperienze, così difficile da domare, ma così intense, riversandosi senza posa nelle tante frasi scritte a mano, con tanti tratti differenti (stretto, doppio, grosso, tondo, spigoloso, piccolo, grande, a zig zag, ecc..) quanti potrebbero essere oggi i font di word…

Nell’era pre-internet, citavamo frasi di sedicenti “anonimi” oppure di giovani ribelli di generazioni precedenti, come Jim Morrison, pur avendo a malapena negli occhi immagini sfocate del Lizard King (che passavano in TV, non certo nella barra delle ricerche di Google), stretto nei suoi pantaloni di pelle nera e con il ciuffo indisciplinato sugli occhi. Estrapolavamo frasi dai testi dei Doors, senza sapere esattamente chi fossero, ma semplicemente per la forza evocativa delle parole, per il gusto pungente degli ossimori (“PER VIVERE DAREI LA VITA“), talvolta con traduzioni improbabili dall’inglese, o semplicemente perché ci piaceva parlare di qualcosa che facesse parte di un mondo semi-sconosciuto a cui però, pian piano, ci stavamo affacciando anche noi.

Chi, magari pensando a un amore adolescenziale non corrisposto o a qualche altra sfortuna del giro, non ha citato o scritto “NON PUO’ PIOVERE PER SEMPRE“, frase lapidaria de “Il Corvo“, pronunciata da Brandon Lee, nel frattempo diventato leggenda e icona del “bello e dannato” di quella generazione? Chi non ha riportato sul diario frasi di film come – per i più romantici – la rivisitazione post-moderna di “Romeo + Giulietta” con Leonardo Di Caprio (“SMETTERE DI PENSARE A LEI, SAREBBE COME SMETTERE DI PENSARE“), l’epopea di “Titanic“, “American Beauty” o altri film cult della generazione pre-social network?

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Si potrebbe andare avanti con altri mille esempi, ma non vogliamo fare un elenco nostalgico di frasi fatte. Probabilmente molte citazioni “fighe” dell’epoca, non sarebbero tali per gli adolescenti di oggi, molto più scaltri e smaliziati per via della velocità e della facilità con cui entrano in contatto con il mondo esterno ed allargato. Il diario in carta di ieri è stato oggi sostituito per la gran parte da diari elettronici, ovvero i profili di Facebook, Twitter e Instagram, su cui ogni giorno migliaia di adolescenti postano le loro emozioni e i loro selfie, condividendoli con la rete.

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La dimensione privata e personale si è in questo senso sgretolata in favore di un atteggiamento diffuso di condivisione tentacolare e virtuale: l’adolescenza è grossomodo sempre la stessa, con i suoi pregi e le sue difficoltà, è cambiato però il modo di esprimerla e ha inevitabilmente mutato i parametri di riservatezza e di una certa “intimità” delle emozioni. Se ancora in profili Facebook e Instagram di @sceglidivolare o @diariodiunaragazzadistrutta ritroviamo l’enfasi e addirittura alcune delle frasi di cui anche noi imberbi ci riempivamo la bocca, riconosciamo che qualcosa è innegabilmente e profondamente cambiato, nel giro di una manciata di anni.

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Le frasi-effetto vengono consegnate a profili di giovani ragazze sconosciute ma con migliaia di follower e troviamo le citazioni di personaggi importanti a introduzione di video musicali, come nel caso di “Kids” degli MGMT : “IF YOU GAZE FOR LONG INTO AN ABYSS, THE ABYSS GAZES ALSO INTO YOU” (Se guardi a lungo dentro a un abisso, anche l’abisso finirà per guardare dentro di te”), frase da pelle d’oca, qui attribuita a Mark Twain ma in realtà da ricondurre a Friedrich Nietzsche.

Le dediche di ieri, quelle che si facevano con le XXX dopo la firma e con i cuori o i baci stampati direttamente sulla carta, potrebbero essere i tag, i messaggi istantanei e le emoticon di oggi? Probabilmente sì. Dicono la stessa cosa, esprimono le stesse emozioni, ma in modi estremamente differenti e, forse, più anestetizzanti. Un’altra delle cose che fa sentire noi trentenni (o giù di lì) dei millennial a metà, costantemente a cavallo tra un passato non tanto remoto come sembra e un presente che è già praticamente futuro.

Serena Vanzaghi

 

About the author

Serena Vanzaghi

Serena nasce a Milano nel 1984. Dopo gli studi in storia dell'arte, frequenta un biennio specialistico incentrato sulla promozione e l'organizzazione per l'arte contemporanea. Dal 2011 si occupa di comunicazione e progettazione in ambito artistico e culturale.

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