Arte e Fotografia

CIBO E ARTE | Un’abbuffata di Cultura

La mostra di Steve McCurry ai Musei San Domenico di Forlì inaugurata il 21 settembre, è un’ottima passeggiata di salute per la propria coscienza culturale, da fare entro il 6 gennaio 2020. Una mostra dal titolo netto, senza cornici intellettualoidi, CIBO, di una valenza ancora più forte e implacabile: quella che trasuda dalla purezza del racconto.

Parlare di cibo senza scadere nel banale e nella commiserazione. Un’impresa ardua ai tempi di Instagram -o del colera, dipende da che punto di vista la si subisce- che il fotografo americano adempie con audacia e disinvoltura. Affronta, così, uno dei temi che parrebbe il più facile in un periodo -morto, e anche qui dipende da quanto si soccomba- in cui la falsificazione del vero attraverso la foto e l’immagine appare una mistificazione del proprio io. E sul cibo ci si riversa con quanti più cellulari si possa per affrescare la bacheca della vita con cotolette senza cura e concetto.

Per un fotografo della portata di Steve McCurry poteva essere una scivolata fragorosa perché quello che il cibo ormai evoca, soprattutto se fotografato insistentemente, è il senso di abbondanza e cupidigia a cui appartiene. È talmente tanto che ormai il vezzo è immortalarlo, perché mangiarlo?

Il baratro del plauso facile poteva colpire anche questo maestro dell’immagine.

Ma quando a richiamare l’attenzione non è la sua opulenza bensì la storia della sua mancanza e il valore intrinseco che ne deriva? Quando a parlare è la presenza del Cibo come miracolo della terra, come regalo della natura che con rispetto e devozione assume un’enfasi più amara?

Come cambia la prospettiva davanti ad un torso di pane o una baguette nelle mani di una famiglia che attraversa il deserto della Mauritania?

E anche in questo caso si sarebbe potuto scivolare e puntellare la pietas dell’osservatore. Chi segue McCurry si aspetta lo sguardo attento di un maestro che con l’immagine riesce a far risuonare le corde dello stomaco, prima che del cuore: sofferenza, commozione, pietà, inadeguatezza. Chi osserva i soggetti di McCurry non può non vederne l’anima e sentirsi frustrato, in ogni caso, anche davanti ad un sorriso, perché è così che ci si sente davanti alla sua prodigiosa capacità di raccontare tutta la vita di un soggetto attraverso un istante. 

Altro che Instagram! Altro che storie!

C’è chi ancora fotografa il cibo con il cellulare pensando di generare il mercato della comunicazione. Una tendenza che slega il cibo dalla sua dimensione più umana perché legato completamente all’estetica virtuale. Una dimensione scorporata dalla realtà e dal valore che il cibo ha e deve avere.

La mostra mette in campo una narrazione che porta ad una riflessione quanto mai necessaria. McCurry ci parla del saper fare, l’arte materiale del produrre; delle tradizioni; della cultura del cibo: il lavoro, lo scambio, l’accoglienza, il diritto alla vita e la spiritualità. Perché di questo è fatto il cibo. Il suo patrimonio genetico si è disciolto, disperso nella visione che il virtuale ne ha creato e che, noi maniaci del consumo visivo fugace, gli abbiamo conferito.

Sono 79 le foto che raccontano il Cibo nella sua immensa visione di insieme. Ogni foto, però, racchiude il suo vissuto e diventa un fotogramma di un film molto più ricco, molto più lungo. I mercati stracolmi di pesci diventano reali, se ne vive la tridimensionalità: è questa la capacità di McCurry, la magia con cui ogni  frammento di istante viene colto in quell’attimo divino, in cui tutto accade e tutto si spiega agli occhi di chi osserva. Una visione quasi soprannaturale del presente e di quel lampo, una forza maggiore che spinge il click della camera proprio nella frazione esatta. Un’illuminazione che solo McCurry riesce ad avere difronte alla vita. 

Dalla solitudine di un pranzo in assoluta povertà alla condivisione felice di tavole multicolore, dal pescatore che cerca la cena per il suo villaggio, alle cucine affollate di palafitte dinoccolate, dal frutto sconosciuto al mercato sozzo ma tanto vicino da sentirne l’odore. Non si parla della maestria di McCurry ma della potenza del come egli riesca: perché, ancora, l’arte ha questo potere evocativo assoluto.

Narra, così, con travolgente spessore, quanto della nostra primordiale energia vitale esista nella trasformazione del cibo e nei processi che lo riguardano. Il cibo che è fonte esso stesso della nostra energia ma che racchiude in sé tutte le forze impiegate dall’uomo per il suo uso, consumo e abuso. E McCurry riesce a coronare la potenza che è intrinseca e fondante di ogni attività legata al cibo, attraverso frames che raccontano momenti eterni. Le emozioni non sono solo fermate nello scatto ma vivono di movimenti e vibrazioni dell’anima attraverso un uso quasi straziato del microsecondo. Il fotografo osserva fino allo spasimo, è voyeur della vita e ne ferma la sua surreale processione di santi e morti con maniacale potenza. 

Per questo il racconto del cibo riesce a passare da una dimensione terrena, primigenia ad un livello inconscio di emozione ed esaltazione. E la domanda che ci si pone è: bisogna essere degli artisti, dei maestri della fotografia, per capire il valore sublime del cibo e la sua funzione? Se un artista può aiutare le coscienze a comprendere la relazione profonda tra noi e il macrocosmo del cibo, allora lasciamoci guidare. Il cibo non è più solo il mezzo per raccontare un popolo e i suoi costumi; il cibo è quei costumi ma non solo, è anche i mestieri, l’interazione, la multiculturalità, la condivisione, il sapore e il confronto. Non può e non deve ridursi all’atto ludico. 

L’estetica che in McCurry è prepotente e selvatica non diventa mai il medium assoluto tra l’artista e l’osservatore, anzi, l’onda d’urto che travolge chi guarda deriva dall’indagine dell’artista nei meandri dell’innata bellezza nel soggetto da fotografare. Non ricerca arzigogoli connettivi: la poetica, bella, brutta, aggressiva, poetica, frustrante è già lì, è già esistente. Lui la coglie. La sua sensibilità, gli permette di narrarla con tale potenza. Il cibo ha la sua bellezza da sempre pulsante e forte. Impiattamenti e trasformazioni non sono altro che edonistici slanci di chi vuole plasmare la materia in un moto che ha la presunzione del divino. 

La stessa supremazia che ci ha permesso di trasformare un allevamento di mucche in un lager del macello; di maltrattare maiali, pesci e esseri ritenuti inferiori per una malata idea di business che genera volumi economici surreali; di rendere il petrolio la nostra fonte primaria di energia. La superbia di poter manipolare il mondo ci ha fatto perdere il contatto con la forma dei sassi, con i contorni delle montagne, con l’aspetto reale del grano e con la sua struttura, con la sensazione del macinato a pietra tra i polpastrelli, con l’odore del brodo, la texture di un frutto del Tibet, con i pescatori dello Skrilanka, e infine, con l’origine di tutte le cose. Il Cibo è un’opera d’arte per la storia che narra e, come tale, McCurry ha trattato questo Universo che ancora lo sublima, con una delle mostre fotografiche più avvincenti del 2019.

Daniela Ficetola

About the author

Daniela Ficetola

Daniela Ficetola studia Scienze dei Beni culturali all'Università Statale di Milano. Lavora da 15 anni nella comunicazione: ufficio stampa per Rai e La7, gestendo progetti editoriali innovativi come Gaz Magazine, Extra, Zero, La Piazza, Il Diario del Nord Milano, per poi approdare come libera professionista nel mondo della formazione e dell’arte. Nel 2009 crea NOlab Academy, innovativa accademia dedicata alle arti e ai mestieri. Nel 2012 fonda Who Art You? contest artistico internazionale annuale organizzato in collaborazione con il Comune di Milano, portando il progetto anche in Europa. Nel 2016 fonda Artbahnhof a Londra, agenzia di mediazione artistica che eroga consulenze organizzative ad artisti, musei e gallerie. Dal 2017 tiene il corso di Curatela e organizzazione eventi artistici.
www.artbahnhof.com / www.whoartyou.net
www.nolabacademy.com / www.nolab.it

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