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BoJack Horseman: fenomenologia di una serie che è già un cult

[SPOILER ALERT!]

Lo scorso 8 settembre è uscita la tanto attesa (e brillante) quarta stagione di BoJack Horseman, serie tv targata Netflix che negli ultimi anni sta riscuotendo un grande successo di pubblico e critica, grazie alla sua raffinata capacità di fondere animazione, elementi comici e drammatici, il tutto in chiave estremamente contemporanea.  In un mondo dove uomini e animali antropomorfi convivono pacificamente, la storia di un uomo-cavallo e dei suoi amici sa toccare le corde più profonde della nostra umanità, facendo allo stesso tempo divertire e riflettere, grazie ai toni taglienti del sarcasmo più duro.

La serie tv animata BoJack Horseman , creata da Raphael Bob-Waksberg, è sicuramente una delle produzioni più riuscite degli ultimi tempi,  grazie ad un miscela ben congegnata di momenti comici e drammatici. La serie, infatti, presenta una narrazione che oscilla fra situazioni paradossali e divertenti  – generalmente parodie della “società dello spettacolo”, nella nozione debordiana,  in cui tutti siamo inevitabilmente inseriti, e nella quale BoJack non è che uno dei rappresentanti più visibili -, a circostanze in cui il dramma tocca livelli altissimi, provocando picchi di angoscia esistenziale nell’ignaro spettatore che crede di guardare la comune serie animata intrisa di black humor. Tuttavia, sia nella sua vena parodistica sia in quella esistenzialista, ciò che colpisce è la profondità con cui gli autori hanno sondato l’animo umano all’interno della società attuale, toccando i tasti giusti per creare quell’affascinante quanto misterioso fenomeno chiamato empatia.

BoJack Horseman Season 3 (Photo Netflix)

Ma che cos’ha di speciale questo uomo-cavallo?

BoJack è una star del mondo dello spettacolo in declino che, dopo aver ottenuto il successo negli anni ’90 grazie ad Horsin’ Around,  una sitcom melensa in stile famiglia Brady, si ritrova cinquantenne,  disoccupato, alcolizzato, tossicodipendente, ma soprattutto solo e inavvicinabile nella sua lussuosissima casa sulle colline di Hollywoo(d). E fin qui nulla di nuovo: la rovinosa caduta di un personaggio famoso che sprofonda nel tunnel dell’autodistruzione è per tutti materiale trito e ritrito, quasi un vero e proprio cliché. Tuttavia, già dai primi episodi, si ha l’impressione che non è la storia in sé a rendere interessante questo prodotto audiovisivo, bensì l’incisività dei dialoghi, mai banali e sempre attualissimi, e lo sviluppo dei personaggi, la cui essenza viene gradualmente svelata nelle loro varie vicende, che risultano, per l’appunto, piuttosto prevedibili dal punto di vista narrativo.

Abbiamo BoJack, dunque, il nostro protagonista, che si districa per tutte e quattro le stagioni nel mondo dello star-system cercando di riguadagnare lo status quo di celebrità per finalmente riuscirci e capire che, comunque, nonostante il successo nella vita professionale e privata, rimane infelice. E non si tratta di un mero capriccio, questa infelicità sembra essere strutturale, dettata da uno stato di cose ormai giunto ad un livello di perversione tale da spingere l’individuo, sia questo una celebrità o una persona comune, nella spirale del suo stesso silenzio, dove regnano sovrani sentimenti di inadeguatezza, alienazione e sensi di colpa, che rimandano ad uno dei più grandi flagelli dell’uomo moderno, ossia la depressione.

Questo tema estremamente delicato è trattato dagli autori con cognizione di causa e rispetto e, per quanto disarmante e devastante sia la potenza con cui viene trasmessa la condizione del protagonista, essa non risulta mai pesante ai fini della narrazione. Insomma, nonostante il tema ricorrente piuttosto imponente e spossante, allo spettatore viene voglia di continuare a vedere cosa succede a BoJack e ai suoi amici. Ciò accade perché questo ed altri grandi temi proposti da questa serie tv  – come l’aborto, le differenze di genere, il malgoverno, l’asessualità, l’uso sconsiderato della tecnologia, tanto per citarne alcuni – vengono presi come dati di fatto, senza il bisogno di attribuire quell’aura di misticità che richiede un’ attenzione forzata rispetto a questioni con cui spesso, volenti o nolenti, già ci confrontiamo in altri contesti, primo tra tutti la realtà quotidiana di ognuno di noi. Tuttavia, c’è da dire che questa totale assenza di idealizzazione nel presentare le situazioni, la quale si concretizza non solo nel rifiuto di rappresentare le cose come dovrebbero essere, ma piuttosto nella loro veste più bassa e superficiale,  agisce anche su un altro livello, portando il pubblico a riflettere su questi temi da un’altra angolatura, attraverso il meccanismo del grottesco.

I personaggi vengono presentati a tutto tondo, nelle loro molteplici sfaccettature e non vengono stigmatizzati per un tratto distintivo che li identifica monoliticamente. Tanto per fare un esempio, BoJack è arrogante, egocentrico e autodistruttivo ma al contempo simpatico, dotato di un fine sarcasmo e, per certi versi, amabile.

In quest’ultima quarta stagione, il baricentro della storia del cavallo viene spostato sul tema della famiglia. Il protagonista si ritrova inaspettatamente di fronte ad una sfida, la (presunta) paternità, che lo porta a rimettere in discussione il fulcro da cui derivano gran parte delle sue fragilità e dei suoi problemi: il difficile rapporto con i suoi genitori, in particolar modo con la perfida madre Beatrice, che non ha mai smesso di far sentire BoJack una nullità nel corso delle precedenti stagioni (e, probabilmente, per tutta la sua vita).

BoJack è convinto di essere marchiato dai fantasmi della sua discendenza, come se gli eventi, le paure e i drammi di cui è vittima (o artefice?) fossero intimamente connessi a dei tratti intrinseci della sua famiglia inscritti indelebilmente nel suo DNA. Questa visione delle cose molto simile all’idea vigente nella Grecia antica dell’ereditarietà della colpa,  tuttavia sembra risolversi in un una presa di responsabilità finale da parte del cavallo, che comprende l’importanza dell’aver cura degli altri attraverso il personaggio della ritrovata sorella Hollyhock. Chissà se attraverso l’altro, il caro vecchio BoJack riuscirà ad imparare anche cura di sé. Di sicuro ci sono stati dei  progressi nell’arco di queste stagioni e se il cavallo continua su questa strada le prospettive fanno ben sperare. D’altronde, il cambiamento non avviene da un giorno all’altro, ma è un processo fatto di piccole conquiste quotidiane, come ce lo ricorda una saggia scimmia in tenuta da jogging in un vecchio episodio della serie: “Every day it gets a little easier…but you gotta do it every day, that’s the hard part”.

Ginevra Ludovici

About the author

Ginevra Ludovici

Amante dell’arte, in ogni sua forma. Ha studiato Economia e Management dell’Arte alla Bocconi e Storia dell’Arte alla Ca’ Foscari. Dopo aver viaggiato in giro per il mondo, lavorando in diverse istituzioni culturali, si è fermata nuovamente in Italia, questa volta a Venezia. Curatrice e ricercatrice freelance, sempre alla ricerca di bellezza, dovunque essa sia.

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