Arte e Fotografia

Biennale di Venezia 2017. Viva Arte Viva!

120 artisti da 51 paesi diversi, fra questi 103 sono presenti alla Biennale per la prima volta; 85 partecipazioni nazionali disseminate in altrettanti padiglioni (il cui numero non ha mai cessato di crescere dalla fine degli anni ’90), tra cui 4 paesi presenti per la prima volta: Antigua e Barbuda, Kiribati, Nigeria, Kazakistan. Questi solo alcuni dei numeri eccezionali attorno cui gira la Biennale di Venezia 2017. Ha da poco inaugurato la 57° Biennale Arte e già non mancano discussioni, perplessità e polemiche, disseminate in un mare magnum di opere, stimoli, provocazioni, bellissime novità e (anche)cose già viste…. Un evento internazionale, da sempre tra i più frequentati al mondo, assolutamente imperdibile, soprattutto per chi si interessa alla contemporaneità, ma non solo. Ma come fare a orientarsi anche per chi non è del settore e vuole cercare di avvicinarsi al complesso ma affascinate mondo dell’arte e sapere in che direzione sta andando il mondo?

Paolo Baratta, Presidente della Biennale, ha dichiarato che questa edizione è una mostra ispirata all’umanesimo «Un umanesimo non focalizzato su un ideale artistico da inseguire, né tanto meno caratterizzato dalla celebrazione dell’uomo come essere capace di dominare su quanto lo circonda; semmai un umanesimo che celebra la capacità dell’uomo, attraverso l’arte, di non essere dominato dalle forze che governano quanto accade nel mondo, forze che se lasciate sole possono grandemente condizionare in senso riduttivo la dimensione umana. È un umanesimo nel quale l’atto artistico è a un tempo atto di resistenza, di liberazione e di generosità».

Curata dalla francese Christine Macel, «Viva arte viva», questo è il titolo dell’esposizione che sarà aperta al pubblico fino al 26 novembre, è una sorta di auto-affermazione dell’arte come parte preziosa e indispensabile per l’umanità (in un tempo in cui proprio l’umanità pare in crisi e in pericolo) con un filo conduttore rivolto all’interiorità, coinvolgente per tutti i visitatori.

In realtà pare proprio essere “la magia” a contagiare questa Biennale e le mostre che le girano attorno, e senza dubbio questa edizione mette al centro l’uomo e il suo mistero. Dal bellissimo omaggio a Ettore Sottsass con una ricca e pregiata selezione dei suoi vetri più belli, appunto magici, alla spettacolare mostra di Damien Hirst, Treasures from the wreck of the unbelievable, divisa tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana, gli appuntamenti che gli amanti della creatività contemporanea non devono lasciarsi sfuggire. Ma queste sono solo alcuni degli eventi collaterali da non perdere in Laguna nel suo fittissimo calendario di opening e ongoing, basti citare la magistrale mostra Intuition a Palazzo Fortuny. A ogni Biennale, il duo Daniela Ferretti, direttore dello straordinario Palazzo, e Axel Vervoordt, Presidente dell’omonima fondazione belga, ha sempre sorpreso e aperto a riflessioni costruttive. Quest’anno la loro impresa è a dir poco perfetta e, se possibile, ancor più intensa delle altre, resa essenziale dall’assenza di eccessi o inutili decorativismi. Vervoordt è la mante e l’anima di quel ciclo di straordinarie mostre ospitate dal museo veneziano a partire dal 2007, sempre in concomitanza con l’opening della Biennale d’Arte: l’esordio con Artempo, poi In-finitum (2009), quindi TRA. Edge of Becoming (2011), l’omaggio ad Antoni Tàpies nel 2013, e infine nel 2015 Proportio, premiata con il Best exhibition of the year. Tutte mostre, a eccezione di quella dedicata al maestro spagnolo, costruite intorno a temi di carattere filosofico, tra estetica e teoretica, che hanno lasciato il segno.

Le dimensioni della Biennale si allargano ogni anno di più e conviene munirsi di scarpe comode e acqua minerale, prima di tuffarsi nei numerosissimi percorsi della rassegna veneziana. Forse proprio per questo potremmo chiamarla anche la “Biennale dell’abbondanza”. Infatti oltre i consueti e storici spazi dei Giardini e dell’Arsenale e i vari padiglioni ufficiali sparsi in città, quest’anno Venezia vive una moltiplicazione di eventi e di mostre collaterali, in cui si rischia di perdersi.

Ci sono interessanti novità in questa edizione, che sono all’insegna di una maggiore apertura da parte degli artisti: dagli incontri con il pubblico, ai video con i quali i protagonisti si presentano, che andranno a comporre un grande database, ma anche gesti artistici e performance coinvolgenti. Una costellazione infinita di mostre che – casualmente – ruotano  intorno al tema della magia e del sogno. Naturalmente un giro è d’obbligo al Padiglione Italia, curato quest’anno da Cecilia Alemani, che ha selezionato tre artisti, il veneziano trapiantato ad Amsterdam Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey, provando ad avvicinare il Padiglione Italia agli standard degli altri padiglioni nazionali, riducendo il numero degli artisti invitati, e offrendo a ciascuno uno spazio paragonabile a quello di una mostra personale.

Non si possono non vedere inoltre i lavori dei premiati che sono: Leone d’oro alla carriera per l’artista statunitense Carolee Shneemann (classe1939), considerata una delle più importanti artiste del Novecento impegnate nella body art e nella performing art, pioniera della performance femminista dei primi anni ’60, attraverso l’uso del proprio corpo come materia fondamentale della propria arte; Leone d’Argento miglior artista emergente ad Hassan Khan (Cairo, 1975), raffinato ricercatore nel campo della sound art, che con la sua Composition for a Public Park allestita nel Giardino delle Vergini, ha creato un’esperienza coinvolgente, che intreccia in modo splendido politica e poetica; Leone d’Oro miglior artista a Franz Erhard Walther (Fulda, Germania, 1939); Leone d’Oro per la miglior partecipazione nazionale alla Germania, rappresentata da Anne Imhof (Geissen, Germania, 1978).

Non importa se uno non s’intende molto di arte, la Biennale di Venezia, nonostante stia sempre più diventatando un fenomeno di tendenza e alla moda, è comunque per l’Italia e per gli italiani un appuntamento importante per stimolare idee nuove e far rivivere la vivacità delle nostre straordinarie capacità, che da qualche tempo sembrano essersi un po’ perse. Per i luoghi bellissimi che ogni volta questa città ci rivela (per l’occasione si aprono palazzi, giardini e spazi altrimenti invisibili), per l’atmosfera, per le persone che qui si possono incontrare e soprattutto per l’arte che qui viene mostrata, l’arte che racconta una storia attuale, l’arte che racconta la contemporaneità del mondo.

Christine Macel ha dichiarato: «L’arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell’umanità, in un momento in cui l’umanesimo è messo in pericolo. Essa è il luogo per eccellenza della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà, così come degli interrogativi fondamentali. L’arte è l’ultimo baluardo, un giardino da coltivare al di là delle mode e degli interessi specifici e rappresenta anche un’alternativa all’individualismo e all’indifferenza». «Più che mai, il ruolo, la voce e la responsabilità dell’artista appaiono dunque cruciali nell’insieme dei dibattiti contemporanei. È grazie alle individualità che si disegna il mondo di domani, un mondo dai contorni incerti, di cui gli artisti meglio degli altri intuiscono la direzione». «VIVA ARTE VIVA è così un’esclamazione, un’espressione della passione per l’arte e per la figura dell’artista. VIVA ARTE VIVA è una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti».

E voi cosa ne pensate? 

Cecilia Barbieri

About the author

Cecilia Barbieri

Nata a Firenze, dove vive e lavora, ha conseguito la Laurea in Storia dell’Arte all’Università di Firenze. Ha lavorato nell’organizzazione di mostre ed eventi e ha curato nel corso degli anni diverse pubblicazioni di Storia dell’Arte e di Storia del territorio. Giornalista pubblicista collabora costantemente come freelance con diverse testate di settore.

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