Arte e Fotografia

Biennale 2019: il nostro personale Leone d’Oro a Laure Prouvost

Laure Prouvost nasce a Croix-Lille (Francia) nel 1978, prima di trasferirsi a Londra dove studia alla Central Saint Martins e poi al Goldsmiths College. Vincitrice del prestigioso premio Turner Prize nel 2013, ormai vive e lavora tra Londra, Anversa, e un camper nel deserto croato. Mescolando video, disegno, tappezzeria, ceramica, fotografia, performance, con la curatela di Martha Kirszenbaum, l’artista presenta per il padiglione della Francia alla Biennale dell’arte 2019, il suo universo pulsante e multiforme.

 

Chi siamo?   Che cosa è il linguaggio?    In che mondo viviamo?   In che mondo potremmo vivere?

“La Biennale, anche quest’anno, espone cose troppo criptiche per me che non sono un critico, però so valutare, quando sto bene quando sto male” canta Colapesce nel suo piccolo capolavoro Le vacanze intelligenti. E così alla fine della fiera, il nostro personale leone d’oro va al padiglione della Francia di Laure Prouvost.
L’intero spazio viene piegato all’immaginazione fluida e debordante dell’artista francese. La cura del dettaglio intanto, rende giustizia ad un progetto complesso e articolato. Il catalogo è straordinario e addirittura il foglio di sala a forma di maschera è un gioiellino da collezione che gioca con l’intero concept del progetto.
Infatti la Prouvost insiste sul tema del linguaggio, dei linguaggi e delle lingue, attraverso una ridefinizione delle potenzialità espressive quali video, scultura, ceramica, fotografia, tappezzeria, performance in un’installazione site specific barocca.

 

In che mondo non sappiamo di vivere?  Come funziona la nostra percezione?      Come decidiamo?

Partiamo dall’ingresso, non più frontale, ma posizionato alle spalle dell’edificio in basso, da dove in effetti parte un tunnel che l’artista ha scavato per collegare il padiglione della Francia e quello della Gran Bretagna. Una via di fuga? Una metafora dello stretto legame tra i due Paesi? Il tunnel sotto la Manica? Una riflessione sulla Brexit? Un riferimento al lavoro che le ha permesso di vincere il Turner Prize? Un frammento autobiografico che ritorna spesso nei lavori dell’artista francese, connesso alla sparizione del nonno, attraverso un tunnel che avrebbe scavato sotto la sua abitazione in Africa? Tutto questo e altro ancora. Scavare un tunnel è sempre e comunque un’avventura verso l’invisibile e l’altro nel senso più assoluto. Sa di fatica, sa di impresa. L’opposto di ergere muri.

 

In cosa crediamo?     Come siamo influenzati da ciò che ci circonda ?    Perchè cambiamo direzione?

Una piattaforma simil-liquida accoglie il visitatore emerso dalle viscere della terra. Su questa mini-laguna plastificata si possono scorgere meduse, pesci in vetro di Murano, insieme a legni, alghe, detriti naturali e scarti dell’industria contemporanea: plastiche, i-pod, cellulari, scarpe, guanti in lattice. Forse questo spazio introduttivo alla vera e propria sala principale, resta la parentesi meno riuscita dell’intero progetto (la stessa struttura liquido/solida risultava più significativa in precedenti elaborazioni). Gli accostamenti e l’intera installazione/simulazione della sala non convince, visto il tema scivoloso e molto “di moda”, anche se l’amalgama finale in cui vengono utilizzati, riprodotti e rivisitati i singoli componenti proposti, in una dimensione tentacolare, stupisce per la sua visionarietà. Il modus operandi della Prouvost celebra la complessità della narrazione in cortocircuiti materiali e immateriali, citando, fratturando, ricomponendo, tagliando, ricucendo, frenando e accelerando l’intero sistema spaziale e concettuale in cui siamo immersi.

Chi è l’animale?         Chi è l’oggetto?                Cosa mi stai dicendo in questo preciso momento?

In tal senso il video principale proiettato in una sala specificatamente arredata in un continuum bioligico/degradato, è la pietra angolare dell’intero progetto. Vera e propria miscela di illusionismo, danza, corse a cavallo/auto, momenti di magia, frammenti di avvenimenti estratti dal flusso delle notizie d’attualità, come ad esempio il crollo del tetto in fiamme di Notre Dame, surrealismi assortiti e insert brevissimi e stranianti. Il linguaggio è il protagonista di questo viaggio dentro la mente dell’artista, attraverso un multiverso in continua metamorfosi. La lingua francese e quella inglese si perdono nei sottotitoli. Gli stessi attori parlano entrambe le lingue in un ambiguità che appiana le differenze e moltiplica i fattori interpretativi. Lo sguardo, la tensione visiva, gli occhi sono un’altra costante di questa narrazione frammentata e sincopata in pieno effetto puntina da giradischi su di un disco impolverato.

In quali convenzioni sono intrappolato?                   Dove mi trovo?                              Chi parla per me?

Alla fine l’intero padiglione si estende in due aree laterali e speculari, in cui il moltiplicarsi e il rifrangersi di concretizzazioni del video e dell’intero processo progettuale creano ambienti cupi, talvolta elettrizzati da luci stroboscopiche, accensioni inattese di oggetti inanimati o da timide illuminazioni temporanee che proiettano ombre multicolore su arazzi, velature e moquette, anch’essi disegnati e realizzati ad hoc per l’impianto installativo. Ed in fin dei conti, attraversare il lavoro della Prouvost è un essere sommersi, proprio come indicato nel titolo, un essere sommersi nel blu, che oltre ad essere il colore del cielo e del mare, è anche spesso il colore associato ad una certa condizione di tristezza, in inglese proprio I’m feeling blue, ma allo stesso tempo è un vivere l’esperienza più pura del narrare e dell’aver narrato qualcosa. D’altronde come afferma l’artista stessa: Raconter des salades in francese vuol dire raccontare storie e di insalate ce ne sono eccome in questo progetto!

Fabrizio Ajello 

Fotografie di Licia Bianchi 

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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