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Beverly Hills 90210: il telefilm cult di una generazione

Uno scorcio così naif e ormai così vintage che continua però ad essere indelebile nell’immaginario collettivo della generazione degli adolescenti anni ’90: Beverly Hills 90210 resta un ricordo che i più rispolverano con tenerezza e con immutato affetto. Piccola analisi di uno show che ha fatto storia e che rappresenta il primo vero esempio di contaminazione virale in un’epoca pre-internet.

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Solo il distacco rassicurante dei venticinque passati dal primo episodio e una certa nostalgica tenerezza nei confronti dei teenager che furono, possono far ammettere che la gran parte degli over trentenni di oggi ha gioito per l’ennesima messa in onda di tutta l’epopea di “Beverly Hills 90210” sui canali satellitari. Non si tratta solo di un effetto revival o della classica nostalgia canaglia.

Quello scorcio di anni ’90 così naif e ormai così vintage che continua però ad essere indelebile nell’immaginario collettivo della Generazione Y, a distanza di anni si conferma una pietra miliare nella storia dell’evoluzione televisiva del telefilm e al contempo un prototipo per successivi esperimenti come “Dawson’s creek” o “The O.C.” , ma anche un unicum irripetibile per l’alchimia dei suoi elementi fondanti e per l’influenza culturale sull’audience di riferimento.

Il segreto del successo immarcescibile di Beverly Hills 90210 è forse il suo puntare giusto ad un gradino sopra il livello base di immedesimazione: quel trendy ma non troppo, quella ricchezza, ma non troppo, quella trasgressione, ma non troppo, quei belli ma non troppo, Beverly Hills 90210 alza di poco l’asticella sopra l’ordinarietà, permettendo all’adolescente anni ’90 di sognare ed aspirare a qualcosa che è proprio lì, ad un palmo da lui. E’ il primo vero fenomeno che innesca un meccanismo “wannabe” negli adolescenti, che si accodano in questo tentativo di emulazione ed identificazione ai gemelli Walsh, quei Brenda e Brandon così ordinari e così impegnati ad allinearsi all’esotismo edonistico dello scintillante ed elitario quartiere losangelino e allo stesso tempo così richiamati all’ordine dal loro essere ben più provinciali dei loro coetanei californiani e vincolati ad una solida educazione tradizionalista.

groupbeverlyhills90210E’ il conflitto atavico tra la buona tradizione e le tentazioni del paese dei balocchi che è alla base di buona parte dei romanzi di formazione.

E per permettere questo meccanismo di identificazione, Darren Star, scafato creatore della serie, dosa ad arte tutti gli elementi tipici del telefilm teenager oriented, mantenendo soprattutto i luoghi simbolo dell’aggregazione giovanile: il liceo, la promenade (qui addirittura la mitica Rodeo Drive), e naturalmente il locale, la caffetteria dove tutti convergono, una tana fatta di frappè e diet coke, il Peach Pit che con il suo stile retrò è rimando di fine millennio al celeberrimo “Arnold’s” di “Happy Days“.

La serie si svolge in un microcosmo chiuso, stretto in quel fortino dorato che è appunto il quartiere più in della capitale californiana, con pochissime digressioni negli infiniti altri luoghi che Los Angeles ha da raccontare, ma che qui rappresentano solo una minaccia a quel mondo cristallizzato e rarefatto. E c’è poi il trattamento sistematico delle tematiche tabù, che legittimano la serie conferendogli un’azione quasi pedagogica: sesso, anoressia, aids, aborto, come a voler garantire, almeno all’inizio, quella vocazione educazionale da paleotelevisione che man mano però Beverly Hills abbandonerà preferendo tematiche più strettamente sentimentali, e che il produttore della serie, Aaron Spelling dirotterà esasperandola fino all’eccesso nella più bigotta e reazionaria delle sue produzioni, Settimo Cielo.

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Vero quindi è che con l’avvicendarsi delle stagioni cadono mano a mano le ingenuità, e ad una narrazione più adulta e consapevole corrisponde una normalizzazione delle trame e dei personaggi e ad uno stemperarsi delle loro caratterizzazioni, ma è quel incipit, quel primo istinto, quella primigenia intuizione che abbraccia le prime due o tre stagioni che è rimasta indelebile e che ne ha fatto un successo, distinguendolo da spin off dal carattere più soap opera, leggi “Melrose Place“, o da sequel ben poco credibile e dal poco successo, vedi “90210”. Ed in quest’ultimo caso è forse proprio la rappresentazione certamente più realistica negli sfarzi dell’eccesso del quartiere più sontuoso di Los Angeles ad esempio a non attrarre la generazione successiva, ormai ben più abituata ed educata alle serie tv e soprattutto alle trasgressioni, e quindi poco interessata a seguire la deriva grottesca di super ricchi che entrano ed escono da rehab di lusso come Lindsay Lohan qualsiasi: persino la dinamica replicata dei provinciali che faticano ad inserirsi nell’ambiente patinato che tanto ha decretato a suo tempo il successo del predecessore, perde di appeal e non funziona più 20 anni dopo. Perchè i fratelli Dixon non sono i Walsh, ma soprattutto perché difficilmente, in uno scenario sovrastimolato e molto meno disincantato si potrà ricreare quella fascinazione collettiva che trascende il piccolo schermo e che si fa fenomeno di costume.

Le adolescenti italiane degli anni ’90 si destreggiano tra outfit, (quando ancora non si chiamavano outfit), in stile Beverly High che tanto evocano i look da ninfette di “Non è la Rai”, imitano la frangia di Brenda Walsh ed invidiano i bikini di Kelly Taylor, si identificano nei vestitini demodè dell’improbabile Andrea, ma ambiscono al nutrito armadio di Donna Martin.

DollsMa il tormentone non si limita all’emulazione del look. “Beverly Hill 90210” è il primo vero esempio di contaminazione virale in un’epoca pre-internet, con un possente spiegamento di un merchandising senza precedenti: zaini, cartelle, astucci, album di figurine, bambole, magliette, nulla si salva all’onda lunga del telefilm, lasciando nelle scatole dei ricordi degli over trentenni di oggi molti cimeli e tante emozioni, da tramandare alle generazioni future e per poter dire ormai senza vergogna, ma quasi con un certo orgoglio, “Io C’ero!”.

Gabriella Cerbai

About the author

Gabriella Cerbai

Classe 1983, laureata in Storia e Critica del Cinema e specializzata in Cinema TV e Produzione Multimediale. Appassionata d'arte in tutte le sue forme, collabora con vari progetti di critica, affiancando quest'attività a quella di programmatrice di festival cinematografici e organizzatrice di eventi.

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