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Bellezza da ri-scoprire: la Collezione Lorenese delle cere botaniche di Firenze

L’Italia si sa è una scoperta continua d’infinite meraviglie, che ci distinguono dal resto del mondo per bellezza, eccezionalità e genio. Proprio in questo periodo di emergenza da Corona Virus che ha colpito e bloccato l’intero pianeta, noi italiani abbiamo il dovere di amare e proteggere di più questo nostro paese e le sue infinite bellezze, e per fare ciò dovremmo approfittare di questo tempo sospeso per cercare di conoscerlo meglio. 

Firenze, nota soprattutto per gli straordinari monumenti di arte che riempiono i manuali, cela altre eccellenze nascoste, inaspettate e ineguagliabili, come le Collezioni scientifiche dei Musei Universitari, misconosciute al grande pubblico. Tra le più interessanti è la Collezione dei modelli di piante in cera, unica al mondo, conservata presso l’Erbario Centrale Italiano (Herbarium Centrale Italicum 1842), sezione del Museo di Botanica dell’Università degli studi di Firenze, attualmente primo in Italia, sia per la mole delle collezioni (circa 4 milioni di campioni), sia per il loro valore scientifico.

Si tratta di un giardino botanico davvero speciale, fatto di piante esotiche a grandezza naturale, tutte con vaso di porcellana Ginori di Doccia, appositamente creati a questo scopo e recanti nel cartiglio il nome scientifico della pianta rappresentata. Composta da quasi 200 esemplari, oggi conservati in grandi armadi, accanto alle sale che ospitano l’Erbario più importante d’Italia, la collezione, davvero unica nel suo genere, che riproduce le piante nei più piccoli particolari, è stata realizzata tra la fine del XVIII e la metà del XIX secolo, e ha un grande valore artistico, storico e soprattutto scientifico. 

Gli artisti che la realizzarono, i cosiddetti “ceroplasti”, erano gli stessi che crearono anche la più nota Collezione di cere anatomiche, conservata nella Sezione di Zoologia dell’Imperiale e Regio Museo di Fisica e Storia Naturale, La Specola, istituto fondato nel 1775 da Pietro Leopoldo di Lorena, il museo scientifico più antico d’Europa. 

L’officina fiorentina, nata nel 1771 ad opera di Felice Fontana (1730-1805), era costituita anche da: Clemente Susini (1754-1814), Francesco Calenzuoli (1796-1847) e il figlio Carlo (di cui i dati anagrafici non sono noti), Luigi Calamai (1800-1851) ed Egisto Tortori (1829-1893). Tutti gli artisti dell’Officina di ceroplastica copiavano i vari soggetti dal vero, con la collaborazione di diversi scienziati, quali anatomisti, fisiologi, botanici e addirittura microscopisti, per poter raggiungere la massima veridicità scientifica. 

La collezione si completa con quella dei frutti, con preparati illustranti l’anatomia, la fisiologia e alcune patologie vegetali su tavole di legno.

L’arte ceroplastica, ovvero il saper scolpire in cera, aveva a Firenze una lunga tradizione che risaliva al XIV secolo, quando, per scopi soprattutto devozionali, propiziatori e anche celebrativi, venivano fatti realizzare ritratti e statue, così come membra, organi o parti di essi a grandezza naturale, i cosiddetti “ex voto”. Nel XVII secolo iniziarono a comparire anche riproduzioni a scopo scientifico: fu a Bologna, sede di una famosa scuola anatomica, che si formarono i primi modellatori di anatomia. Nel 1790, solo quindici anni dopo la fondazione del Regio Museo di Fisica e Storia Naturale, i modelli anatomici ne occupavano già 8 sale, oltre a quelli realizzati per conto di altre istituzioni, sia italiane che straniere; inoltre era già  iniziata la produzione delle cere botaniche, soprattutto modelli a grandezza naturale di piante a fiore in vaso e frutti, in particolare agrumi, ma anche ortaggi, come zucche e poponi. 

La funzione principale di questa straordinaria collezione fu soprattutto quella divulgativa, ma non meno importante fu anche il suo ruolo documentario, trattandosi in grandissima maggioranza di riproduzioni di piante che non crescevano in Italia o in Europa, provenienti da esplorazioni naturalistiche in America latina, l’Africa del sud e l’estremo Oriente. Già dai nomi delle piante, ci rendiamo conto che si tratta di vere e proprie ‘primizie’ per chi visitava il Museo negli anni tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Uno dei modelli più belli e conosciuti è sicuramente quello della Strelitzia reginae, chiamata anche Bird-of-paradise flower, per il fiore che ricorda un uccello, scoperta dal noto cacciatore di piante inglese Francis Masson che, al seguito della seconda spedizione di Cook, esplorò dal 1772 al 1775 il Sud Africa e riportò al Giardino Botanico di Kew, più di 400 specie nuove, tra cui proprio la Strelitzia. Questa arrivò in Italia qualche anno dopo, precisamente nel 1822; il modello in cera venne realizzato sicuramente prima del 1838, quindi quella fu una delle prime volte che questa affascinante pianta poté essere mostrata nel nostro paese. Oppure la specie Aloe succotrina, arrivata in Italia dall’Africa meridionale nel 1772, il cui modello venne iniziato nel 1798. E la più nota Magnolia grandiflora, rappresentata da un rametto con il caratteristico fiore eburneo e le foglie dall’aspetto coriaceo. Quando questo modello in cera venne realizzato, non erano passati moltissimi anni da quando questa specie, oggi notissima, era stata per la prima volta introdotta dall’America settentrionale in Europa, precisamente in Francia nel 1737, per arrivare in Italia solo nel 1760. 

I modelli dovevano mostrare la meraviglia e la varietà delle piante da fiore nel mondo, i loro colori, le forme insolite dei fusti e delle foglie, non dovevano solo stupire, bensì anche educare, per questo veniva usato il nome scientifico latino, che segue già la nomenclatura binomiale introdotta in quegli anni da Carlo Linneo che, nel 1753, con il suo Species Plantarum, aveva stabilito un nuovo modo per classificare e denominare le piante. 

La particolarità della collezione è che ogni modello ha accanto una piccola conchiglia di porcellana, nella quale sono posti ingranditi gli organi riproduttivi della pianta stessa, cioè di quegli organi che, sempre secondo Linneo, servono a classificare i vegetali in gruppi omogenei. A fianco, quindi, dell’aspetto estetico di questa collezione, grande importanza assume la sua scientificità, evidenziata oltre modo dalla esatta riproduzione del seppur minimo particolare, come uno stame o una sfumatura di colore, come pure una macchiolina su una foglia o l’appassimento di un petalo. Addirittura alcune parti della pianta vera venivano usate sull’opera in cera, come per esempio gli aculei, o le spine, che sono reali.

Questa raffinatissima e straordinaria collezione però ad oggi necessita di un accurato restauro, iniziato qualche anno fa e lasciato incompleto per mancanza di fondi. Il restauro, già affidato al prestigioso Opificio delle Pietre Dure di Firenze, ha bisogno di fondi per finanziare nel tempo il pieno recupero di questa unica collezione. Grazie alle analisi effettuate nel corso di alcuni restauri, si è potuto scoprire che ogni pianta, realizzata in pura cera d’api, ha uno scheletro di metallo, di ferro, rame o argento, sul quale venivano modellati fusto, foglie e fiori generalmente con la cera già del colore voluto. Le sfumature venivano poi fatte a lavoro ultimato. Le strutture più piccole e particolari, come i pistilli e gli stami, ma anche le spine, venivano di volta in volta realizzate mediante accorgimenti che potremmo definire geniali, come, ad esempio, sottilissimi fili di seta imbevuti nella cera colorata o appunto come abbiamo detto, aculei reali, tolti dalla vera pianta e trapiantati sulla riproduzione in cera. Ogni modello ha poi una base di gesso che rimane ricoperta di terra vera, nell’elegante vaso di porcellana Ginori di Doccia, vero e proprio simbolo del gusto raffinato di chi ideò e realizzò questa collezione, della mentalità di un’epoca, in cui ancora la scienza era accompagnata dalla bellezza e dall’arte.

Chiunque può contribuire ‘adottando’ un modello per il suo recupero. – ci dice Chiara Nepi, Curatrice responsabile della sezione di Botanica del Museo di Storia Naturale – Per donare il proprio contributo basta collegarsi al sito del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze (http://www.msn.unifi.it/), leggere le istruzioni nella pagina dedicata alla collezione, Un tesoro da salvare: la collezione lorenese delle cere botaniche”.

Le visite alla Collezione dei modelli di piante in cera, considerato che, la sede è ancora provvisoria, in attesa di una ricollocazione presso la Specola, oggi chiusa per restauro, la mancanza di personale e il restauro da completare, è di solito solo su appuntamento. Per chi volesse farsi un’idea di cosa sono le collezioni scientifiche fiorentine, potrà decidere di visitare, una volta terminata la crisi di emergenza virus, il suggestivo percorso espositivo Natura collecta, Natura exhibita“, che racconta l’evoluzione del collezionismo naturalistico, dalle origini medicee ai nostri giorni. Il Sistema Museale ha selezionato 150 reperti tra i più significativi delle sue collezioni e rappresentativi delle varie discipline: dall’etnologia alla zoologia passando per la botanica e le scienze della terra.  Il percorso interessantissimo e direi inaspettato è allestito nel Salone Donatello, nei sotterranei della Basilica di San Lorenzo. Il fatto che tutti i musei del territorio nazionale siano temporaneamente chiusi non toglie ai cittadini di sapere che queste incredibili bellezze italiane esistono e che sono conservate con amore e competenza da esperti e tecnici che il mondo ci invidia, e che in un futuro si spera prossimo, saranno nuovamente fruibili a tutti.

Cecilia Barbieri 

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