Interviste

Esiste un “DNA dell’Universo”? Intervista a Barbara Negri dell’Agenzia Spaziale Italiana

Torniamo ancora su un tema quanto mai attuale, quello dell’esplorazione (e della fascinazione) dell’Universo. Abbiamo incontrato Barbara Negri, Responsabile dell’ASI dell’Esplorazione e Osservazione dell’Universo, che, tra le altre cose, ha lanciato ai lettori di Memecult un appello: “Abbiate immaginazione. Per concepire un grande progetto scientifico occorre avere immaginazione e creatività: non possiamo pensare a qualche cosa di grande se non lo abbiamo prima sognato”.

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Patrizia Genovesi: L’esplorazione dello spazio è un settore in cui la cooperazione internazionale è molto attiva. Come è considerata l’Italia in questo campo?

Barbara Negri: La reputazione dell’Italia nella comunità scientifica internazionale è altissima, grazie ad una leadership affermata e duratura.

La chiave di questo successo è una efficace sinergia tra il mondo scientifico e quello industriale, che hanno saputo lavorare insieme mettendo in comune le rispettive competenze e supplendo ciascuna alle carenze dell’altra.

Da un lato il mondo scientifico ha la capacità, la creatività e le attrezzature per studiare nuove applicazioni e nuovi strumenti; dall’altro l’industria aerospaziale dispone dei mezzi tecnici, finanziari e manageriali per consentire il passaggio dalla fase della ricerca e dell’invenzione a quella della realizzazione industriale. In un settore che si trova alla frontiera più avanzata della scienza e della tecnologia, la collaborazione con la comunità dei ricercatori consente all’industria di accedere a know-how e innovazione che può poi riutilizzare ed applicare in campi diversi. Questa cooperazione lungimirante ha reso possibili moltissimi successi.

Quanto è importante essere i primi in questo campo? Esistono diritti privilegiati, per esempio nello sfruttamento commerciale delle scoperte?

Essere primi significa venire indicati come il punto di riferimento della comunità scientifica, riconosciuti come il punto di inizio del know-how, della conoscenza. Pensiamo a chi per primo ha elaborato la teoria della gravitazione universale, a chi ha scoperto l’esistenza dell’atomo… E’ un riconoscimento che di solito ha un contenuto morale assai più che economico. Ma non per questo è meno importante per gli scienziati. Anche se in realtà è molto difficile essere davvero “i primi”, poiché le grandi questioni difficilmente sono riconducibili ad un’unica scoperta.

Queste considerazioni valgono non solo per la ricerca teorica ma anche per quella applicata. Ogni record è di breve durata e viene ben presto superato. Raggiungere per primi un traguardo è importante non per riposare sugli allori, un lusso che nessuno può permettersi, ma perché crea le condizioni migliori per progredire ulteriormente e mantenere il primato anche al prossimo traguardo. Ogni risultato raggiunto deve essere visto come un confine spostato più in là.

Prendiamo ad esempio la sonda Rosetta ed il suo lander Philae, il primo oggetto che si è posato su una cometa. Un successo storico, realizzato anche con nostra tecnologia: ad esempio era italiano il trapano utilizzato per esplorare il suolo del corpo celeste. Ma nel momento stesso in cui ci godiamo la soddisfazione del successo stiamo già immaginando una nuova macchina, più perfezionata ancora, che ad esempio sia in grado anche di immagazzinare reperti e trasportarli sulla Terra.

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Parliamo dunque di Rosetta. Perché proprio una cometa? Che cosa ha guidato questa scelta?

Studiare da vicino le comete è la realizzazione di un sogno scientifico, poiché una teoria molto accreditata ipotizza che la vita sia stata portata sulla Terra proprio da comete e asteroidi. Che cosa c’è di più affascinante? Pensi se sulla cometa trovassimo le tracce dei mattoncini che sono serviti alla costruzione del DNA umano!

Le analisi preliminari condotte sui dati trasmessi da Philae hanno prodotto risultati estremamente interessanti. Sono state trovate tracce di diversi composti organici, ovvero sostanze chimiche a base di carbonio che sono fondamentali per la vita. Dobbiamo indagare ancora, ma forse siamo nella direzione giusta.

Le comete hanno una parte importante nell’immaginario collettivo. In qualche modo con Philae si è toccato un archetipo? C’è stata una sorta di violazione del sacro?

Ecco una domanda che coglie nel segno.

C’è uno straordinario interesse, non solo tra gli addetti ai lavori ma anche tra la gente comune, verso l’esplorazione dello spazio: non solo quindi Rosetta e la cometa ma anche le missioni verso Plutone ed il volo umano, non ancora realizzato, verso Marte (ma la fantascienza ci ha già portato laggiù, con una risonanza mediatica enorme). Sono convinta che questo interesse nasca dalla crescente consapevolezza dell’uomo di essere una piccolissima parte di un universo immenso. Nel momento in cui l’uomo porta una parte di sé, ovvero la sua intelligenza e la sua tecnologia, fino ad un oggetto così lontano e difficile da catturare sente di aver compiuto una conquista: ha avvicinato quell’oggetto a sé, ha ridotto la distanza che lo separa dagli astri sconosciuti e lontani.

Un tempo gli uomini fantasticavano su ciò che doveva esserci oltre le colonne d’Ercole; poi, mossi dal desiderio di conoscere, di conquistare, di dominare, di espandersi, sono andati a vedere ed  hanno violato quel mondo sconosciuto. Con l’esplorazione dello spazio è un po’ la stessa cosa.

Io ho la sensazione che l’uomo si senta veramente parte del cosmo. Filosoficamente si può dire che con l’esplorazione spaziale egli cerca di ricongiungersi con l’universo. La sua sete di conoscenza è alimentata da esigenze psicologiche profondissime: da un lato essa è null’altro che la ricerca della propria origine; da un altro riflette la ricerca di Dio, quindi di un principio superiore; da un altro ancora esprime l’esigenza di ricongiungimento con la materia primordiale da cui è nato tutto, noi compresi. Tutte queste diverse sfaccettature sono accomunate da un elemento: riflettono la consapevolezza, oscura ma presente, del fatto che le stelle sono fatte della stessa materia di cui siamo composti noi. Stiamo facendo un cammino a ritroso, cercando di capire da dove veniamo per scoprire nello stesso tempo dove andiamo e chi siamo.

Veduta di Marte

Dunque si può notare un cambiamento nella nostra concezione dell’universo, da qualche cosa che è al di fuori di noi a qualche cosa di cui facciamo parte.

Sì, ne sono convinta. Quella dell’appartenenza è la visione che mi sono formata in venti anni di lavoro in questo campo. Pensiamo alla relatività generale: materia ed energia si mutano una nell’altra, nulla si perde, tutto si trasforma. Tutti veniamo dalla stessa origine.

Una volta colto questo legame non possiamo non esserne toccati. L’appartenenza ad un insieme è un richiamo primordiale che ci cattura.

Pensiamo anche alla nostra disperata ricerca per capire se siamo soli nell’universo o se invece esistono altre forme di vita intelligente con cui potremmo entrare in relazione. Chiediamoci: quale sarebbe la reazione se un essere proveniente da un altro pianeta si presentasse sulla Terra? Quando ne ho sentito parlare, difficilmente ho avvertito paura o minaccia, molto più spesso ho notato curiosità, sorpresa, tensione.

Si tratta ancora della medesima ansia di unione e di appartenenza che ci ha animato quando negli anni 70 abbiamo inviato nello spazio alcuni disegni per spiegare ad eventuali creature extraterrestri come siamo fatti e la formula dell’acqua: noi ci siamo, voi ci siete?

In passato prevaleva l’idea che fossimo soli nell’universo, grazie ad una condizione statistica miracolosa che ha reso possibile la vita. Ora siamo più disposti a credere all’esistenza di forme di vita extraterrestre?

La ricerca di forme di vita extraterrestre è più che mai attiva. La frontiera dell’esplorazione in questo campo è la ricerca di esopianeti, ovvero pianeti non appartenenti al nostro sistema solare. La missione americana Kepler sta mappando i sistemi solari della nostra galassia ed ha identificato finora 5.000 esopianeti. Dopo averli trovati li dobbiamo studiare per verificare se possiedono alcune caratteristiche, simili a quelle terrestri, che riteniamo indispensabili per poter ospitare la vita: se ad esempio si trovano alla distanza giusta dalla loro stella, non troppo vicini perché altrimenti sarebbero troppo caldi e non troppo lontani perché sarebbero freddi e gassosi; se sono circondati da un’atmosfera; se sono dotati di una crosta solida in cui si possa formare l’acqua.

Ma non potrebbero esistere forme di vita in situazioni diverse da quelle che conosciamo?

Lei ha ragione, la vita potrebbe essersi sviluppata in condizioni diverse da quelle terrestri. Tuttavia nella nostra ricerca siamo necessariamente guidati da ciò che conosciamo: possiamo cercare solo forme di vita in qualche modo simili alla nostra. Come possiamo cercare qualche cosa che non conosciamo? E se ci imbattessimo in forme di vita diverse sapremmo riconoscerle? Le chiameremmo vita, o avremmo bisogno di creare nuove categorie?

Provo a spiegarmi con un esempio. Recentemente è stato annunciato il ritrovamento in Sudafrica dei resti di un ominide di un ceppo finora ignoto, molto antico ed evoluto. Fino a ieri non potevamo cercare questo ominide perché non sapevamo che esistesse; ora che lo sappiamo ci rendiamo conto che studiandolo potremo aggiungere nuovi elementi alla conoscenza della nostra storia evolutiva.

Succede qualche cosa di simile nella ricerca sulla vita e le sue origini: non siamo certi di sapere che cosa dobbiamo cercare. Per trovare, dobbiamo essere aperti alla possibilità di dover presto affrontare problematiche sconosciute. La conoscenza progredisce anche attraverso le sorprese che ci obbligano a modificare le nostre prospettive.

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Da dove nasce la vita sulla Terra? E’ possibile che esista una sorta di “DNA dell’universo” che lo spinge alla vita, cosicché questa nasce e si radica dovunque se ne presentino le condizioni?

Quando si parla di origine della vita ci si avventura su terreni inesplorati. Nessuno nel mondo scientifico possiede le risposte a queste domande. Ma come dicevo in precedenza, io credo che il percorso dell’uomo alla scoperta dell’universo sia anche un percorso di conoscenza di se stesso e della propria origine.

E’ certamente possibile che il nostro pianeta sia stato “fertilizzato” da forme di vita provenienti da altri corpi celesti. Io però sono più portata a pensare che un caso fortuito abbia concentrato sulla Terra tutti i “mattoncini” necessari per lo sviluppo della vita, in condizioni ambientali favorevoli.

Tutto cominciò con alcuni batteri. Questi inizialmente si riproducevano per clonazione, non avveniva alcuna mescolanza tra individui e quindi non poteva esserci evoluzione. Poi è nata la sessualità: il nuovo batterio non era né l’uno né l’altro dei “batteri genitori” ma una loro combinazione. Così si è avviata l’evoluzione, la struttura degli esseri si è resa sempre più complessa e si è affermata la differenziazione delle specie.

Possiamo dire che una delle caratteristiche della vita in ogni sua forma è la strenua volontà di sopravvivere. E’ d’accordo?

Posso rispondere con il mio personale concetto di immortalità. Vedo l’essere umano come un insieme. Se tra milioni di anni da qualche parte, anche in un altro sistema solare, ci sarà qualcuno della nostra specie, noi tutti saremo ancora vivi. Noi siamo transitoriamente su questa terra per permettere alla nostra specie di continuare ad esistere: è così che diamo un senso a quello che c’era e a quello che ci sarà. E in questa visione la morte cessa di spaventarmi, perché anche se essa segna la mia fine come essere singolo non può distruggere la mia sopravvivenza come parte della specie né il senso della mia esistenza.

Ci sono state culture particolarmente legate al ciclo naturale della vita in cui questa consapevolezza era molto forte. In alcune di esse ad esempio le persone anziane o malate si allontanavano volontariamente dalla comunità e andavano a morire altrove per evitare di creare problemi agli altri: sacrificavano se stessi per la sopravvivenza del gruppo. Da questo punto di vista l’uomo moderno con il suo individualismo è regredito, perché ha perso il senso di questo disegno grandioso.

Siamo giunte al termine della nostra conversazione. Ci vuole lasciare con un messaggio che non ha mai detto in un’intervista e che giudica importante?

Vorrei lanciare un appello in favore dell’immaginazione. Per concepire un grande progetto scientifico occorre avere immaginazione e creatività: non possiamo pensare a qualche cosa di grande se non lo abbiamo prima sognato. Purtroppo noto che questa attitudine è meno frequente nei giovani e negli studenti rispetto al passato. Oggi azioniamo il telefono o il computer e in un attimo siamo in collegamento con il mondo intero, ma questo di per sé non nutre l’immaginazione, è semplice applicazione di una tecnologia. Io sono cresciuta con i libri di Verne, la fantascienza, i pirati di Salgari. La lettura da ragazzi, e in generale tutto quello che aiuta a pensare e creare, deve essere nutrito e incoraggiato.

Tu devi credere che tutto sia possibile. Se il tuo cervello lo sogna, allora lo potrai realizzare: il solo fatto che lo hai immaginato significa che si può fare. Magari non ora, magari manca ancora qualche cosa, ma si potrà fare. E’ così che cresciamo, è così che progrediamo.

Patrizia Genovesi

Photo courtesy: ASI – Agenzia Spaziale Italiana

About the author

Patrizia Genovesi

Patrizia Genovesi è docente, fotografa e videoartista. Ha studiato Fotografia con autori come Leonard Freed, Richard Kalvar, Attar Abbas, Moises Saman; ha studiato Sceneggiatura cinematografica e regia teatrale con Mario Monicelli, Domenico Starnone e Renzo Casali. Impegnata nella produzione e nella didattica, è docente della Libera Università del Cinema di Roma e membro di Officine Fotografiche.

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