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I bambini nell’arte: 10 ritratti, dal classico al contemporaneo

Li vedi correre, giocare. Li guardi mentre ridono di gioia, quando piangono o mentre giocano a fare gli adulti. Li scopri cresciuti d’un colpo e li osservi quando fanno i primi esperimenti col mondo. Riuscire a immortalare la spontaneità e la naturalezza dei bambini significa rendere merito a un’infinita bellezza, che si traduce in felicità e, talvolta, in disarmante verità. Di artisti che ci hanno provato ce ne sono molteplici, tanto da poter stilare una classifica dei bambini che hanno “fatto la storia dell’arte”. Ogni autore è riuscito ad esprimerne la carica emotiva e non solo. Ogni artista li ha contestualizzati nella propria epoca, spaziando da un ceto sociale all’altro, da un’emozione all’altra.

Nel dipinto Las meninas (1656), ad esempio, Diego Velasquez ambienta la scena nel palazzo reale di Madrid all’epoca di re Filippo IV e Marianna d’Austria. L’infanta Margarita, figlia del re, ha la postura di una piccola donna di classe, orgogliosa ed elegante. È circondata da tante persone al suo servizio, damigelle, un cane e persino i suoi genitori, ritratti in lontananza dal pittore. Tutto ruota attorno a lei, come spesso capita con i bambini, ma con una tocco di asservito formalismo.

Anche in “Portrait of Mademoiselle Irène Cahen d’Anvers” (1880) di Pierre Auguste Renoir, s’intuisce il contesto nobiliare e raffinato in cui è inserita la piccola Irene. Figlia di una delle casate più in vista di Parigi, con i genitori entrambi appartenenti a famiglie di banchieri ebrei, la fanciulla dai lunghi e morbidi capelli rossi, indossa un sontuoso abito celeste. La bellezza e l’infinita dolcezza dello sguardo, catturano l’osservatore che rimane esterefatto dalla purezza del suo candido viso e dall’ingenuità che trasmette.

Similmente chiaro ma per altre ragioni, è il volto de “La fanciulla malata” (1885-1886) di Edvard Munch, raffigurante la sorella minore, in fin di vita, dell’artista. La tristezza e la sofferenza che emergono empaticamente dal dipinto, non rubano il posto alla spettacolare bellezza che trasmette quest’opera. È il frutto di un genio che ha impiegato creativamente il suo straziante dolore per realizzare un vero e proprio capolavoro.

Contrapposto al tema della morte, evocato in questo dipinto come nella maggior parte delle opere di Munch, è quello della vita. La nascita è il momento in cui una nuova vita viene al mondo e non c’è opera d’arte migliore di “Big Baby” (1996) ad esprimere questo istante. I segni di un parto appena concluso, lo sguardo ingrugnito, il cordone ombelicale ancora attaccato, rendono la scultura di Ron Mueck estremamente reale, se non fosse per le gigantesche dimensioni che ha il bambino raffigurato. È un iperrealismo che cattura l’attenzione, creando una connessione molto forte tra spettatore e opera d’arte.

Dolcissimi, divertenti e abbelliti da sembrare quasi fotomontaggi, sono invece i bambini della fotografa australiana Anne Geddes. Anche quest’artista intende esprimere il tema della nascita ma in chiave fiabesca. Le sue immagini hanno fatto il giro del mondo, raffigurate in poster, cartoline e biglietti di auguri di ogni tipo.

Tutt’altro che oggettivamente belle, ma non per questo meno significative, sono invece le fotografie di Diane Arbus (1923-1971), la fotografa freak nata a New York da una ricca famiglia ebrea. I suoi soggetti sono particolari, “diversi” e si discostano dai classici canoni di bellezza. Sono ritratti in situazioni anomale, strane e che nessuno si sognerebbe di ritrarre. Anche lei ha fotografato bambini. “Child with a toy hand grenade in Central park, N.Y.C” (1962), ad esempio, esprime il suo inconsueto modo di fare fotografia: lo sguardo maniacale, le braccia irrigidite e la granata nella mano destra, trasmettono tutto fuorchè la classica innocenza e serenità dei bambini.

Anche nella celebre fotografia scattata l’8 giugno 1972 e diventata l’emblema della guerra nel Vietnam, lo straziante pianto di Kim Phuc, che scappa nuda sotto i bombardamenti, non trasmette tranquillità e gioia ma sgomento, terrore e sofferenza. E naturalmente tra le fotografie di bambini passate alla storia, non possono mancare “Afghan girl” col suo sguardo ipnotico, scattata nel 1984 da Steve McCurry “Candy cigarette”, scattata nel 1989 da Sally Mann, che ha immortalato un’affascinate bambina dallo sguardo ribelle, con la sigaretta tra le dita.

Al di là del sentimento emergente in ognuna delle opere descritte, l’immagine di un bambino è associata quasi sempre alla purezza d’animo, alla spontaneità e alla sincerità. L’inevitabile perdita di questi valori, con l’avvicinarsi dell’età adulta, è espressa nella scultura dell’artista ucraino Aleksandr Milov intitolata “Love”, presentata in occasione del Festival Art Burning Man 2015 in Nevada. Due bambini, illuminati al buio, si tengono per mano attraverso una grata che disegna i corpi di due adulti, le cui schiene sono poste l’una contro l’altra, a simboleggiare un conflitto. Quello dell’artista è un inno all’amore, un messaggio di pace che tutti dovremmo mettere in pratica non soltanto in riferimento alle grosse problematiche sociali, ma anche e soprattutto nel nostro quotidiano. È un invito a tirare fuori il bambino che c’è in ognuno di noi, a minimizzare i conflitti che inevitabilmente nascono e a semplificare la vita anziché complicarla. Tra tutte, è probabilmente l’opera più vicina non solo temporalmente, ma anche emotivamente, ad ognuno di noi.

Adelaide De Martino

About the author

Adelaide De Martino

Adelaide De Martino nasce nel 1979 a Napoli dove si laurea in Economia Internazionale. Vive a Roma e successivamente a Milano dove si dedica all'arte, organizzando mostre e scrivendo articoli sul suo blog www.artelaide.wordpress.com. Dal 2013 ha scritto anche per la rivista i.ovo e dal 2015 per memecult.

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