Arte e Fotografia

ARTIST TO BE | Stefano Galli

Per tutti quelli che “Firenze è una città artisticamente morta”; per tutti quelli che “Firenze è solo la culla del Rinascimento”: in questa rubrica scopriamo e intervistiamo i possibili talenti  “in erba” che si stanno formando nel capoluogo toscano. Nel secondo appuntamento, incontriamo Stefano Galli: classe 1989, fiorentino e diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze.

A cura di Chiara Lupo

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Sei giovane, sei un pittore di talento, vivi e lavori a Firenze.  In pratica hai tutte le carte in regola per questa intervista. Come molti tuoi colleghi durante e dopo l’Accademia ti sei dato molto da fare: hai preso parte a diverse mostre, residenze d’artista e hai partecipato a vari concorsi di pittura accumulando così un consistente curriculum espositivo alle tue spalle. Tra le varie esperienze non possiamo non notare che negli ultimi due anni hai avuto la possibilità di lavorare a Tehran e in Giappone. Come sei arrivato a queste collaborazioni? E di cosa si tratta?

Si tratta di collaborazioni nate e sviluppate in modo molto diverso. Il viaggio in Iran è stata una sorta di residenza artistica pensata e realizzata da me e dal gruppo di artisti di cui faccio parte. Organizzare un progetto di questo tipo non è stato semplice, l’Iran non è dietro l’angolo e per di più dovevamo organizzare tutto da soli. Significava andare incontro a mille cavilli burocratici, cercare i permessi e gli inviti giusti, cosa che prima di partire ci ha tenuti impegnati per un anno intero consapevoli del fatto che proprio perché era un’idea nata dal “basso” poteva essere un’impresa impossibile. Alla fine però ce l’abbiamo fatta e per due mesi abbiamo potuto girare tra Tehran e le città vicine, un’esperienza molto gratificante che poi si è conclusa con una mostra alla Aun Gallery Tehran. Ben diverso è stato il viaggio in Giappone. Lì  sono stato invitato dall’Università di Tsukuba che,  tramite la pittrice Mika Hoshi che qualche anno prima aveva visto a Firenze dei miei quadri sul tema di Michelangelo, aveva deciso di ospitare me e un altro mio collega nel loro paese per un confronto tra la pittura italiana e giapponese. Devo dire che è stato un viaggio molto utile, mi sono potuto confrontare con il sistema dell’arte Giapponese, conoscere la loro pittura e fare un giro di gallerie.

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Osservando le tue opere si capisce bene che il tuo interesse principale riguarda la figura. Si tratta perlopiù di ritratti o dipinti a figura intera, alcuni giganti, altri di media grandezza e tutti monocromi. Nei tuoi ritratti i volti spesso vengono nascosti, plasmati all’estremo, solo accennati o, in certi casi, interamente coperti da una specie di nuvola nera che li travolge fino a nasconderli quasi del tutto. Spiegaci come concepisci il ritratto e perché hai questo spiccato interesse verso tale genere.

Credo che ogni persona che ritraggo faccia parte a delle categorie specifiche e che ogni categoria abbia una sorta di regola interna che tutti devono rispettare. Mi riferisco a regole sociali, di comportamento, di moda e di tendenza del mondo contemporaneo. Ogni individuo cerca di omologarsi e confondersi alla propria categoria perché la deve rappresentare al meglio quasi perdendo la propria individualità, come una sorta di autodifesa nei confronti della società contemporanea. Ma perdere la propria individualità è molto difficile perché in realtà c’è, ed è ben nascosta. Ecco perché mi dedico al ritratto. I miei personaggi sono le uniche figure protagoniste delle mie opere, prive di elementi di disturbo, dalle quali, attraverso l’uso del colore e l’espressione del volto, cerco di trasmettere le inquietudini e le paure legate al mondo contemporaneo.

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È vero che prediligi il ritratto ma è anche vero che durante il viaggio a Tehran ti sei avvicinato al paesaggio. Cosa ti ha spinto a realizzare quei dipinti?

Quando siamo partiti per l’Iran non avevamo le idee chiare su cosa avremmo dipinto, e non nego che un paese così diverso dal nostro ci intimidiva tanto, ma eravamo curiosi e sapevamo che un tema da seguire l’avremmo trovato una volta arrivati sul posto. Di certo non volevamo rischiare di scadere nel banale quindi sin da subito abbiamo scartato le tematiche sociali, dovevamo stare lì solo due mesi e non avevamo il tempo necessario per tenere in considerazione troppi temi o soggetti. Il tema del paesaggio è venuto da sé e in modo molto naturale. Arrivati lì viaggiavamo molto, siamo stati a Isfahan, Kashan, Anarak, Kelardasht e in molti altri posti, ci spostavamo in pullman o in macchina e questo ci dava ogni giorno l’occasione di osservare per bene e in autonomia la diversità dei paesaggi, molto diversi tra loro ma soprattutto molto diversi da quello a cui eravamo abituati noi. Durante il tragitto che facevamo da una città all’altra mi piaceva guardare fuori dal finestrino e percorrere con gli occhi la forma delle colline e delle montagne che si accavallavano l’una sul altra, quasi perdendo la connotazione stessa di montagna. Le loro forme mi affascinavano molto,  una suggestione che mi ha accompagnato ogni volta che ci spostavamo da Tehran e per tutto il mio lavoro. In realtà mi sono reso conto che lavorare sul paesaggio non è poi così diverso da un ritratto! Come in un volto o in una figura in cui ricerco la forme, le racconto reinventando, aggiungendo o  sottraendo, così è stato con il paesaggio. Volevo rendere sulla tela ciò che vedevo e immaginavo ricordando lo scorrere delle montagne ai lati della strada.

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Quest’anno hai anche collaborato con Jonathan Meizler, un designer newyorkese che ti ha contattato dopo aver visto alcune delle tue opere a Firenze. Avere una committenza significa rispondere a richieste ben precise che possono non per forza coincidere con l’idea stessa dell’artista. Ci sono artisti che pur di lavorare scendono a compromessi snaturando il proprio lavoro e scindendo chiaramente la produzione “da committenza” da quella fatta in “autonomia”. Credi sia una condizione necessaria per l’artista di oggi? Cosa hai realizzato per lui?

Ho conosciuto Jonathan due anni fa a Firenze, e anche in questo caso in quei giorni stavo lavorando alla Galleria dell’ Accademia del Disegno per un progetto sul tema di Michelangelo. Lui rimase colpito da un ritratto, volle comprarlo, e mi propose di collaborare con lui per la sua collezione di accessori per uomo. Il concept della collezione era “i cinque sensi”, le sue indicazioni furono piuttosto vaghe, e mi lasciò tutta la libertà di proporgli le mie idee. Pensai di realizzare una serie di ritratti dove la protagonista era la luce che illuminava le parti del viso riferito al senso in questione (naso, bocca, mani, occhi, orecchie). Abituato a dipingere per dei progetti più o meno liberi, lavorare per un committente è stato sicuramente  diverso e forse ho anche avuto paura come dici tu di dover scendere a compromessi. Ma in realtà non è stato così. Con Jonathan c’è stato un lungo scambio di idee, ha apprezzato sin da subito il mio modo di lavorare, e quindi  ho vissuto questa esperienza più come un’occasione e grande stimolo creativo che come compromesso. Forse non è sempre così quando si ha a che fare con un committente, ma se così fosse allora sono stato molto fortunato.

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About the author

Chiara Lupo

Chiara Lupo nasce a Palermo nel 1988. Si è laureata al corso magistrale in Storia dell'arte presso l'Università di Firenze. Ha lavorato nel campo della didattica museale, della catalogazione dei beni culturali e per riviste d'arte online. Oggi vive e lavora a Firenze.

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