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Arte in movimento: dall’Ottocento al Google Art Project (e oltre)

Dal museo temporaneo di Félix Fénéon a quello immaginario di Malraux, da quello “in valigia” di Duchamp a quello digitale del Google Art Project: un excursus dei casi più emblematici di come l’arte moderna e contemporanea è stata fruita nel corso del Novecento, fino ad arrivare alle più moderne evoluzioni.

Google Art Project

L’edizione 2015 della Biennale di Venezia, grazie a un accordo con Google Cultural Institute, si trova anche online: 80 Paesi, 136 artisti, 4000 opere da vedere in Streetview. Questa recentissima deriva digitale sviluppa un nuovo modo di fruire l’arte, riportando alla mente svariate occasioni passate, studiate, lette e viste, di “esposizione”. Andando a ritroso, si può ricostruire un percorso a tappe della trasformazione dei musei nell’era moderna e contemporanea, affondando le radici in alcuni esempi storici e lungimiranti. 

In questo excursus, teniamo a mente la riflessione dello storico Krzysztof Pomian:

“E’ necessario che le opere siano prodotte in relazione alla richiesta di istituzioni pubbliche o private o di collezionisti, e che circolino tra gli uomini prima di entrare nel museo, per via di acquisto o di donazione, quando saranno cariche di storia, persino avvolte dalla leggenda, e cioè quando saranno investite di significati che si aggiungeranno a quelli ricevuti dai loro autori, in maniera da poter suscitare la curiosità dei visitatori, fermare la loro attenzione, risvegliare le loro emozioni e mettere in movimento i loro pensieri. In modo da rendersi indimenticabili e indispensabili”.1

Felix Fénéon
Felix Fénéon

Cominciamo incontrando Félix Fénéon (1861-1944), personaggio influente nel panorama artistico e letterario della Francia a cavallo tra due secoli. Conosce Georges Seraut, il quale gli dona un piccolo dipinto: Modèle debout, de face (Modella in piedi, di fronte). Il suo stile, “di una dignità e serenità e distinzione indescrivibili, riempiva di vita la più banale stanza d’albergo”2. Fénéon costruisce una piccola custodia di velluto che porta sempre con sé, nella tasca interna del panciotto. Così facendo, ricreava un museo temporaneo e personale, costruendo in una stanza d’albergo la mostra di Seraut.

André Malraux
André Malraux

È ora il turno di André Malraux (1901-1976). Prendendo spunto da L’opera d’arte nella sua riproducibilità tecnica (1936) di Walter Benjamin dimostra le potenzialità dell’assunto dell’autore. Organizza così Le Musée Imaginaire (1947) “smontando” le opere dai loro contesti originali per poi “rimontarle” nel suo libro attraverso la nuova “esponibilità” acquisita dall’arte con il mezzo fotografico. Il “museo immaginario” cambia il nostro rapporto con le opere d’arte, entra nelle nostre case, può appartenere alla nostra quotidianità e diventare trasportabile come un qualsiasi altro libro.

Marcel Duchamp, Boîte en-valise
Marcel Duchamp, Boîte en-valise

Non manca Marcel Duchamp (1887-1968). Nella metà degli anni Trenta cominciò a fabbricare il suo museo senza pareti, realizzando la Boîte en-valise, con una tiratura di trecento esemplari. Rimpicciolisce il museo a dimensioni di una valigetta portatile, come un commesso viaggiatore.

Oggigiorno si parla di Hans Urlich Obrist che negli anni Novanta progetta con Cedric Price il Nano Museum. La struttura, creata da Hans-Peter Feldmann, è costituita da una cornice doppia per fotografie di 5×7 cm. Obrist lo trasporta per diversi mesi , mostrando a persone diverse e in luoghi differenti la mostra di Cedric. Si è giunti alla sparizione dei musei, non solo simbolica, ma anche reale. Racconta in fatti Obrist che Douglas Gordon, il secondo artista scelto  per l’esposizione nel Nano Museum, dopo aver ricevuto la cornice vuota in cui creare la sua mostra, la smarrì in un bar di Glasgow.

Grazie alla nostra tecnologia il museo diventa trasportabile per essere fruibile da tutti, in ogni momento e in ogni luogo. Ne è un esempio Google Art Project, con il recente inserimento di riprese aeree a 360 gradi dedicate al Grand Palais di Parigi. Si predilige il punto di vista dello spettatore che ora può accedere nei musei senza la necessità della sua presenza fisica, ma con la fisicità intermediaria di uno smartphone/computer. Ritorna alla mente Fénéon: arte trasportabile nelle tasche dei nostri indumenti. Risuonano anche le domande poste da Malraux: la possibilità di vedere l’immagine riprodotta aumenta o diminuisce la nostra conoscenza? Cosa guadagniamo o perdiamo nella realtà virtuale?

MuMO
MuMO

Certe questioni vengono dimenticate quanto si accede universalmente a Google, ma vale la pena chiedersi come l’era della riproduzione digitale e la sua capacità di stratificare la visione dell’arte sia favorevole (o meno) per i musei.

Appunto: i musei. Si sono adattati ai mutamenti della creazione artistica e dei paradigmi della cultura postmoderna, trasformandosi in eventi mediatici permanenti capaci di attirare attraverso un brand prestigioso masse di visitatori. Sono ambivalenti, esposti alla concorrenza di fiere e biennali, con le quali si scontrano a causa della loro lentezza e complessità. Sono, però, un luogo in cui è inserita la possibilità di un mondo, di una circolazione di senso e di confronto.

Logica conseguenza è la realizzazione di un museo in movimento, arte che si muove invece di conservarsi. Esempio eloquente è il progetto di MuMO, fondato nel 2011: L’art à l’enfance, un fonds de donation en mouvement. È un museo mobile dedicato ai più piccoli, che ha raggiunto nel mondo un pubblico di 11.500 persone. Trattasi di un camion sormontato da un gigantesco coniglio rosa, realizzato da Paul McCarthy che, partito da Manchester nel 2011, ha toccato paesi come Camerun, Senegal, Costa d’Avorio, e ovviamente l’Inghilterra.

Ogni museo potrebbe dotarsi di un mezzo che trasporti una parte di collezione in tutto il mondo; un globe trotter che incontra il suo pubblico, lo allarga e lo costruisce. L’arte, come sostiene Pomian, dovrebbe circolare, vivere esperienze contemporanee, proprio per essere indimenticabili e indispensabili.

Giorgia Quadri

1 Pomian , K 1989, Le musée face à l’art de son temps, in Les Cahiers du Musée National d’Art Moderne, numero speciale L’art contemporain et le musée, Centre Pompidou, p. 10

2 In Obrist, H U 2014, Fare una mostra, UTET, Torino. Capitolo Félix Fénéon e l’Hotel Carlton Palace, p. 149

About the author

Giorgia Quadri

Giorgia Quadri (Varese, 1991) è laureata in Discipline dello Spettacolo e della Comunicazione presso l’Univerisità di Pisa con un progetto di tesi sulla Videoteca Giaccari di Varese. Nel 2016 si diploma al Biennio specialistico di Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, approfondendo la sua ricerca sulla storia di Luciano Giaccari. Collabora tuttora con la Videoteca e fa parte del duo curatoriale PUNTO.

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