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Arte e Realtà #3 I Paul Klee tra le antenne

Nel terzo appuntamento della rubrica Arte e Realtà, lo spunto per trasfigurare immagini esauste sin troppo presenti nella nostra vita quotidiana, ce lo offre Paul Klee, il brillante pittore svizzero dalla «vita semplicissima e priva d’avventure» (come racconta Giulia Veronesi), che troviamo nascosto tra le antenne dei tetti cittadini, orribili testimonianze della nostra ineguagliabile capacità di deturpare cieli e paesaggi.

È innegabile la sotterranea corrispondenza tra la vivace qualità estetica di alcune opere grafiche del pittore svizzero e l’avvilente, grigio carattere anti-estetico delle antenne televisive che si affastellano ormai sopra tutti i condomini e i palazzi, ridisegnando completamente lo skyline urbano (e non solo). In passato, al loro posto, si ergevano alte all’orizzonte le poderose torri difensive orgoglio dell’architettura medievale, che erano così tante a Roma da far dire a Maestro Gregorio, a metà dell’XI secolo, che «così numerose sono le torri da sembrare spighe di grano» (dal manoscritto De mirabilibus urbis Romae, sorta di guida turistica del tempo).

Le associazioni figurative che vi proponiamo, frutto di assemblaggi arbitrari quantunque plausibili, ci permettono di guardare con occhi nuovi alle esili antenne che si aggrappano all’immensità dei nostri cieli inquinati. Sarebbe bello vederle danzare e vivere lo spazio con la stessa naturalezza che Klee sapeva infondere alle sue originalissime creature, significanti presenze dalla struttura aerea e primitiva. Concediamoci dunque anche questa volta l’evasione fantasiosa, memori della lezione già imparata grazie a Kupka (a cui abbiamo dedicato il secondo appuntamento della presente rubrica), per il quale «l’astrattismo è un tuffo nella realtà».

Fig.1

Le figurine di Klee, le sue composizioni elementari, i suoi piccoli organismi astratti, «le sue configurazioni, differiscono, sì, dall’immagine ottica, ma non la contraddicono dal punto di vista della totalità» (Will Grohmann); ecco cosa c’è di interessante nella sua ricerca artistica fuori dal tempo e da schemi figurativi collaudati. E’ Klee stesso a dire che attraverso i disegni punta a dare vita ad «esperienze che nascono da se stesse e che si manifestino, nel fondo delle tenebre, per mezzo della linea». Linea a cui anche la realtà del colore è destinata ad un certo punto ad assoggettarsi, perché a Klee serve qualcosa di più incontrovertibile, di più scarno ed assoluto, un’essenzialità che prescinda da divagazioni coloristiche e di pregio immediato.

Da sempre appassionato di teatro – non poteva essere altrimenti, visto che nasce da genitori musicisti, e musicista lo è anche lui, che a 7 anni già suona il violino, mentre a 27 convola a nozze con la pianista Lily Stumpf – il pittore assegna un ruolo di primo piano ai personaggi di quel mondo di finzione, «CREATURE NEUTRE», «simboli di fatti elementari, NON PSICOLOGICI, simboli del bene
e del male, della purezza e del demoniaco» (Grohmann). Lo si vede bene in dipinti come “Teatro di marionette” (1923), “Scena di lotta dall’opera comico-fantastica Il Marinaio” (1923) e “Paesaggio da teatro” (1937), nei quali il fondo nero (nei primi due) e la struttura compositiva generale (nel terzo) evocano le quinte teatrali che fanno da sfondo ai gesti e ai movimenti di personaggi disegnati con pochi, semplici tratti.

I personaggi del teatro affascinano Klee in maniera profonda, con essi gioca e grazie ad essi alimenta più che mai la fantasia del figlio Felix – nato nel 1907 a Monaco, dove l’artista vive dal 1906 fino al ’20, quando poi si trasferisce a Weimar per la nomina alla Bauhaus, e che non a caso diventerà regista – per il quale intaglia le marionette e dipinge i piccoli sipari di quel teatrino mobile («divertimento casalingo») che il bambino ama portare sempre con sé. Essere figli di Klee comporta questo tipo di privilegi.

Fig.2

Nell’opera intitolata “Macchina per cinguettare” (Fig.2 a lato) realizzata nel 1922 con acquerello, penna e inchiostro (oggi al MOMA di New York), Klee sprigiona quel suo «umorismo a sfondo filosofico» (Veronesi) che lo contraddistinguerà per tutta la vita e che difficilmente è in grado di lasciare eredi diretti nell’arte della prima metà del Novecento. Il titolo pare sia da ricollegarsi alle recenti e stravaganti scoperte di Luigi Russolo, che nel 1913, in piena temperie futurista, aveva messo a punto e poi presentato al pubblico del Teatro Storchi di Modena uno strano marchingegno per la riproduzione di rumori, lo “scoppiatore”, il primo di una serie di “intonarumori” (crepitatori, sibilatori, ululatori, gorgogliatori, rombatori, tanto per citarne alcuni), precursori della musica noise e delle sperimentazioni musicali più tardi sviluppate da John Cage. Nel 1922 peraltro, Russolo collabora con lo stesso Marinetti per la realizzazione di un “rumorarmonio”, versione più aggiornata del precedente intonarumori. Klee cerca quindi di fare della sana ironia su questi studi di Russolo e sul cieco, fiero entusiasmo dei seguaci del futurismo, a cui guarda comunque con interesse.

Klee dimostra di saper vivere la sua epoca con acuta sensibilità e partecipazione: «Non voglio divenire un maledetto pittore che solo di quello si occupa, io voglio divenire un artista», con ciò intendendo di volersi dedicare principalmente al disegno, vera anima dell’espressione artistica, scheletro delle cose messe a nudo con spiazzante e divertita schiettezza . Neanche le due guerre mondiali riescono a piegare la sua fervida e personalissima volontà d’indagare il reale, anche se nel 1916 deve partire per il fronte ed in seguito allontanarsi nuovamente dalla Germania (è il 1933) – questa volta per sempre, però – quando i nazisti lo rimuovono dall’incarico ottenuto appena due anni prima all’Accademia di Düsseldorf, costringendolo a tornare a Berna, in esilio. Da qui, tra l’altro, Klee assiste impotente alla progressiva diffamazione della sua arte: 17 dei suoi quadri infatti entrano a far parte della corposa collezione di opere (650 in tutto) messe all’indice dal regime nazista e poi esposte al pubblico nella famigerata mostra itinerante sull’“Arte degenerata” del 1937, inaugurata a Monaco il 19 luglio.

Fig. 3

Questo la dice lunga sulla portata innovativa dei suoi dipinti e disegni, nei quali i corpi da lui immaginati e costruiti contengono città e le città vengono presentate come corpi, per ristabilire una sorta di armonia tra le parti (e oggi più che mai quest’idea di armonia necessiterebbe urgentemente di essere messa in pratica..). La sua linea viva e attenta non rinuncia alla tridimensionalità, né all’espressività: nel “Maestro di danza” (Fig.4) del 1930, figura a penna senza mani e senza piedi, con linee al posto degli arti e costruita grazie all’incastro di figure geometriche trasparenti, Klee preferisce non eliminare anche gli occhi, che divengono in questo modo ancora più simbolici e pregnanti.

Fig. 4

Nell’autoritratto del ’22 (Fig.5) – disegno a penna il cui titolo completo è “Primo disegno per lo spettro di un genio” – pare quasi di vederlo ridere. E come si divertono le figure in successione nell’opera “Corteo sui binari” (Figg.6 e 3), squisito disegno a olio realizzato nel ’23, nel quale pare di vedere l’anima dei personaggi attraverso i loro corpi. Sono figure a cavallo protagoniste di una sorta di carnevale metafisico e cittadino allo stesso tempo, che ha luogo su un binario ben tracciato; poche linee ma geniali. Il binario disegnato da Klee ha una tridimensionalità davvero stupefacente, pare quasi che le figure possano caderci dentro e camminarci attraverso, non semplicemente sopra. Se fossimo nel mondo descritto da Edwin Abbott nel suo Flatland, potremmo tranquillamente dire che Klee disegna gli abitanti di Flatlandia, facendoli però vivere a Spacelandia.

Fig.5
Fig.6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È un mondo fantastico quello che ci fa vedere Klee e se anche non ci è dato di sradicare dalle case tutte le antenne televisive, per liberare il paesaggio da ogni tipo di bruttura, che almeno ci sia concesso di sognare e di imparare a vedere il bello al di là dell’ovvio. «L’arte gioca con le cose supreme un gioco inconsapevole, e tuttavia le raggiunge…Il cosmo delle forme mostra una tale somiglianza con la grande creazione, che basta un soffio per far sì che l’espressione della religiosità, la religione, si trasformi in atto». Paul Klee.

(N.d.A: il disegno di Klee inserito nella Fig.1 s’intitola “Sobborgo di Beride” ed è stato realizzato a penna nel 1927; appartiene alla Fondazione Klee di Berna).

Lorenza Zampa

About the author

Lorenza Zampa

Nata e cresciuta nelle Marche, si forma a Ravenna e Firenze, laureandosi in Storia dell’Arte Moderna. Autrice della raccolta poetica “L’evidenza arresa” (Maremmi Editore), disegna, suona chitarra e batteria e ama la compagnia di musei, libri e film.

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