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Arte e Cinema #2 | Jim Henson e Escher

L’influsso tra cinema e arte nel film Labyrinth diretto dal regista Jim Henson nel 1986, è evocato dalle opere dell’enigmatico Escher, soprattutto nelle atmosfere suggestive che nel film sono restituite dalle inquadrature. Infatti, lo spazio rappresentato segue le regole dell’illusione ottica, della dissociazione della realtà verso un mondo fantastico. E’ la stessa traduzione in italiano del titolo a suggerirci queste atmosfere: Labyrinth- dove tutto è possibile.

In realtà, la trama presentata è più familiare di quanto possa sembrare in apparenza: Sarah, adolescente irrequieta, si trova a dover prendersi cura del fratello minore Tobie. Dopo l’ennesima sera passata ad accudire il fratellino, esprime il desiderio che gli gnomi lo portino nella città di Goblin come descritto nel suo libro di fiabe preferito: Labyrinth. In veste di re dei Goblin, l’antagonista Jareth (David Bowie) nasconde Tobie nel castello segreto. Sarah ha solo tredici ore per superare il labirinto e salvare il fratello.

Solo l’opera Relatività di Escher è pienamente visibile all’interno del film, sottoforma di poster appeso nella camera di Sarah. Altre opere si mostrano in maniera indiretta, ma non meno evidente: Casa di Scale, riconducibile al frame finale quando Sarah tenta di liberare il fratellino dalle grinfie del perfido re dei Goblin. Il soggetto dell’opera Mano con Globo riflettente è paragonabile alla sfera che Bowie tiene in mano per mostrare a Sarah dove si trova il fratellino. Infine, la litografia Su e giù si avvicina al concetto di spazio atemporale che ritroviamo nell’ambientazione del film, anch’essa riconducibile all’idea di “sotto-sopra”.

Ciò che avvicina il film all’arte di Escher, è l’identificazione dell’occhio dello spettatore con la realtà rappresentata. Questa immedesimazione va oltre la semplice osservazione, ricrea una sorta di specchio riflettente in cui lo spettatore non è più in grado di distinguere la realtà dalla finzione. Il pubblico desidera farsi ingannare, tant’è che le inquadrature sembrano seguirci con lo sguardo come succede per effetto del trompe-l’oeil nelle opere artistiche.

Le opere di Escher, come la narrazione del film, seguono un flusso mentale che ha come scopo la creazione di mondi impossibili, ossia l’opportunità di scegliere una propria dimensione. Nel film il mondo si trasforma in un labirinto, immagine che rappresenta in modo vivido la condizione dell’uomo, così complicata da apparire intricabile. Quello che la settima arte può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa non sarà altro che un passaggio da un labirinto all’altro, dall’età giovanile a quella adulta di Sarah.

Ciò che stupisce, è che tale gioco della realtà è usato per puro divertissement, non a caso si tratta di un film di fantascienza, adatto a un pubblico di più giovani, ma in grado di comunicare temi esistenziali, come l’irrequietezza dell’adolescenza, il rapporto con i genitori e con la società. La logica compositiva del film rende molto bene l’effetto d’illusione, inganno, caratteristica del medium cinematografico. A differenza del disegno, lo schermo suggerisce simultaneamente le tre dimensioni e chi, se non Escher attraverso le sue opere, ha saputo rappresentare una realtà tridimensionale quasi cinematografica, sebbene l’arte fosse bloccata nella sua logica bidimensionale?

Altro filo conduttore che ricollega Escher al regista Jim Henson, è il concetto di dualità tra bene e male, che nell’artista si esprime con l’evidente contrasto tra bianco e nero. Il bene (Sarah) non può esistere senza il male (Jareth). Il regista sceglie come antagonista David Bowie, poiché incarna un artista fuori dal tempo, un esploratore di paesaggi mentali, psichedelici, come Escher. David Bowie, nel suo ennesimo travestimento da re dei Goblin, ricrea infinite identità, infiniti mondi e modi di vedere la realtà. Le opere di Escher sono visionarie come le sequenze del film preso in esame, con una logica del tutto staccata dalla verità ma plausibile.

L’immaginazione di Sarah e il suo senso di smarrimento prendono le mosse da elementi della vita reale (lettura del libro, la noia nel prendersi cura del fratellino, il rapporto con i propri genitori) che lei traspone in un mondo fantastico da lei stessa evocato, trasformando l’immagine quotidiana in un universo parallelo, dove tutto è possibile.

Dunque Jim Henson ha saputo fare un film da pittore, o meglio una pittura filmata, utilizzando un metodo d’indagine, la prospettiva, applicata agli aspetti figurativi del cinema.

Sara Ulivi

About the author

Sara Ulivi

Nasce ad Arezzo nel 1987. Si è laureata al corso magistrale in Arti Visive presso l’Università di Bologna. Ha lavorato nel campo della didattica museale, della comunicazione e curatela di eventi culturali. Volontaria per la tutela del Fondo Ambientale Italiano.

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