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Appunti dalla quarantena #8

L’atmosfera di sospensione in cui tutta Italia è immersa a causa dell’emergenza Corona Virus, porta con sé riflessioni, contraddizioni e cambiamenti di un “tempo nuovo” che è ancora tutto da decifrare. Abbiamo chiamato a raccolta le nostre penne (e oltre!) per condividere brevi pensieri sulla condizione che stiamo vivendo, nelle tante sue sfumature. Ecco alcune “pagine di diario”, che pubblicheremo periodicamente in queste settimane: abbiamo uno spazio a disposizione – il nostro sito – e vogliamo in questo momento renderlo utile per questo fine.

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Decisioni importanti, da prendere in quarantena. È successo tre anni fa, ci siamo visti per caso a casa dell’amica di mia mamma, e da lì (almeno per me) è stato un colpo di fulmine. Lui non è voluto uscire con me perché sarebbe partito, io pure, così ci siamo persi di vista. Due anni dopo, l’estate scorsa, ci ritroviamo, e ritrovandolo risento le stesse cose, come se il tempo non fosse mai passato. Questa volta non perdiamo i contatti, lui mi scrive, iniziamo dunque a sentirci, tra alti e bassi. Più bassi, in realtà, gli alti però erano qualcosa che fatico a descrivere, come due persone che si conoscono da una vita, e che tuttavia non si conoscono davvero…. Ma i bassi, i bassi iniziano a essere troppi, così decido di chiudere, si perché sono sempre io che trovo la forza di farlo, e così, passo tutto il natale senza di lui, per poi spendere tutto il capodanno, di nuovo, ore al telefono. Ci ritroviamo, ci riperdiamo, questa è la formula del cocktail che è il nostro rapporto malato, fin quando, un giorno, prima della quarantena decido di chiudere, ma lui mi cerca, vuole sapere se sto bene e da lì ricomincia tutto. Decido nuovamente di non scrivergli, segno una X per ogni giorno che non ci sentiamo, una drogata in riabilitazione che come sempre ci ricasca di nuovo. All’ennesimo suo rifiuto emotivo, decido questa volta di bloccarlo per sempre, e lo faccio nel periodo peggiore, quello in cui sei da solo con i tuoi pensieri, non puoi uscire, non puoi andare a bere fuori con gli amici per dimenticare, non puoi uscire con nessun uomo per ricominciare, no, qui sei sola con il tuo mostro più grande, e devi resistere alla sua assenza ogni secondo, di ogni giorno. Allora mi chiedo come mai proprio ora ho deciso di fare questa cosa? Non è che questo periodo di quarantena mette talmente tanto vicino alle tue paure da doverle per forza sconfiggere? Non dà via d’uscita questa reclusione nella dimora dei tuoi pensieri, fa analizzare ogni singolo dettaglio. E allora mi domando: in quanti, come me, stanno prendendo decisioni così nette in questo periodo? Un amore che doveva finire, forse? Oppure un amore finito troppo presto, e che stanno rivalutando? Una cosa è certa, questo periodo a tutti noi indicherà una via, che sia giusta o sbagliata sarà quella che abbiamo deciso e maturato con il tempo e con i nostri pensieri, da qui tutto cambierà…

Sara Shams, Milano

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Siamo delle talpe stordite,

non sappiamo se è primavera o no,
è marzo e fiocca la neve,
è marzo e quel sole non c’è.
Le viole si disegnavano a scuola;
su un libro di storia,
cogliendo quell’attimo di un maestro distratto.
È marzo per aprire l’ombrello variopinto e gelato.
La pioggia era già caduta nella vallata grigia.
La dove passava il fresco legno,
lontano il pianto.
I fiori fra un po’?
È marzo e le viole?
È marzo e non so se fioriranno le ginestre nella vallata.
È marzo dietro le finestre dell’Italia tutta.
Elda Chindemi, Sapri (SA)
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Lobotomia. Decimo giorno di quarantena. Mi chiedo se sia davvero legittimo chiamarla in questo modo. È davvero reclusione, se esiste ancora un motivo che ci conceda di uscire di casa? “La passeggiata è autorizzata, e poi fuori è primavera”, mi ripeto mentre riesumo da un vecchio borsone polveroso in fondo all’armadio un paio di All star. Posso farlo. O almeno credo. Zaino nero in spalla, schermo gli occhi dal sole insistente di un marzo che ha tutta l’aria di essere giugno. Dieci giorni, e ho già perso la concezione del tempo. O forse voglio solo che passi più in fretta che può. Mi dirigo oltre la Dora, ma il pericolo non è più una periferia sconosciuta. Odio il sudore, ma lo vorrei sulla mia pelle tutto il giorno. Il sudore è libertà, adesso. È l’ora d’aria, quella che fino a poco fa ci era estranea. Ora i detenuti siamo noi, in una prigione di lusso. L’ora d’aria è la mia spesa. Ci rivediamo fra una settimana. Sono un’ingrata, penso. Non sono in prima linea, non entro in un ospedale da mesi. Non ho nemmeno un lavoro. Sono un parassita che ha fatto una donazione a distanza e passerà i prossimi venti giorni a marcire sul letto. Che schifo. Un parassita pericoloso, bloccato a due treni regionali da una casa alla quale è troppo rischioso tornare. Una privilegiata annoiata. La gente muore, e a me manca fare l’aperitivo. Vivo di stronzate come questa. Mi sveglio più tardi, ma vado a letto alla stessa ora. Pisciare, lavarsi la faccia. Cucina, marmellata, caffè. Lavarsi i denti. Che vita di merda. Leggo, sono distratta. Scrivo, odio quello che scrivo. Lo butterò. Consegnerò e non ci metterò più mano. Pranzo, mentre rimbecillisco di fronte a programmi che mi mettono davanti alla mia completa inettitudine. Persino la televisione mi ricorda che non so nemmeno cucinare. E ridivento una larva nel letto. Notizie, bollettini, sito del governo, refresh. Ho da sempre un rapporto complicato con i numeri, ma non mi hanno mai fatto così paura. Sono le sei di sera. Il sole cala, il caldo s’attenua, ma solo di poco. La cupola del duomo si accende: almeno la vista non è male. Poi un bicchiere di birra, o di vino. O entrambi. Alla mia coinquilina, l’unica persona della mia vita che non somiglia a dei pixel sgranati su uno schermo, ho spiegato che non faccio uso di droghe, mangio sano e non faccio sesso. Quindi me lo merito. Dice di sì, e ci facciamo compagnia così. Credo che imparerò a non dare nulla per scontato, dico. Quando tutto questo finirà, me ne dimenticherò, e tornerò a lamentarmi. Altra tv. Divento ancora più imbecille. Spengo la luce. Letto. Altra giornata di merda, altra lobotomia ad un cervello già troppo pigro.
Rebecca Puzzi, Torino

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